Guarda: vanno palle di fuoco verdastro

verso un muro alto chilometri.

In cima un muratore lo innalza,

oltre si muove il mondo.

 

Molte si schiantano e s’accasciano,

causano un danno e l’omino lo ripara,

lo fa alto e forte e duro e liscio.

Poche superano e vanno di là,

sempre meno, sempre meno.

 

Piano piano perdi contatto con il mondo,

piano piano t’innamori del muro.

Grosso, più grosso, ti diventa orizzonte.

Sei, sola, schiava del male che fuggivi.

 

Il muro si finge dio e ti stringe

in una morsa feroce,

il mondo ti ferisce, t’affretti a ricucire.

 

Ma questo è il mio corpo: necessita d’una ferita.
Modella i miei spigoli sui tuoi.

 

Prendi l’odio e l’amore insieme,

prendi il coltello e aprimi una porta.

Metti le labbra sulle labbra della ferita.

Apri un vuoto in me, fai spazio per ciò che viene.

Intacca la mia scorza:

Saluterò, in te, il senso della vita.