Pairidaēz

Quest’acqua è tutta mia, solo mia,
non ci entri perché è mia.
Ne governo, recingo le molecole,
do a ciascuna un nome

che scelgo io.

Ne blocco più che posso
in uscita, in ingresso.
La pioggia no, il sole nemmeno,
lavoro sodo per l’acqua

ch’è mia.

S’offre al mondo di fuori la vista gradita
d’un posticino tranquillo, paradiso lo si dice.
Solo, ogni tanto sento, dallo schifo che non è dentro,
lagne per il fetore che da qui se n’esce.

Ma puzzate anche voi e sapete
zero di quel che siete e perdete
pezzi di continuo, l’acqua vostra è Lethe,
questo vi direi.

E quando uscirei poi ricordo
e non vi voglio, non vi voglio,
e non voglio uscire più
e sono un bambino, solo un cretino.

Qui mi blocco, nient’altro da dire,
finisco quest’idiota vaneggiare.

Fra quattro mura non c’è paradiso
ma ristagno e malattia

devo andare via.

Cerco la chiave, è nello stagno
m’inabisso, rilascio energia

devo andare via?

Con la chiave in mano m’addormento
dimentico l’ardore, anche oggi senz’amore,

io non vado via.