Autori

 

Dio demonio



Eravamo soliti sorvolare i cieli
Sospinti dai leggeri aliti caldi del nostro amore
Finché non precipitammo.
Prendesti tu l’unico paracadute a bordo
E lasciasti la mia mano a stringere la disperazione
Mentre i nostri momenti diventarono soltanto ricordi
E poi spire inconsistenti
E alla fine contorte allucinazioni.
Mi schiantai come Lucifero
Ai confini del mondo
Esalai i miei ultimi respiri di innocenza
Poco prima di sparire per sempre
Provai a dividere una calamita
Ma non esiste singolo polo
Se non poli opposti
Tu Dio volante lassù
Io demonio corrotto quaggiù
A morire per te.

Ma non morii
diventai soltanto il più orribile dei cacciatori
Ad inseguire come una bestia
Ogni parvenza del tuo odore
In qualunque essere,
Il perfetto ossimoro per te
Per arrichirti comunque in qualche modo.
Dio crudele
Bontà malvagia
Tu ed io.



Tra bestie e poesia

Flussi #2 – La vita non ha un titolo



(…)

 

Curiosamente tremando per inaspettato inverno

grigio umido padre di brividi, tu caldo calore

ancora non toccato m’illudi o m’illudo e basta del fiorire

sperato delle malvagie prassi passate.

 

Io non salvo me, tu (un tu qualsiasi) potresti

ma prima io dovrei quindi non puoi come me

sei come me.

Il mio essere insalvabile c’accomuna.

 

E la comunione infetta di tal morbo illustra facilmente

una distanza mai diminuendo io poi pesante o superficiale,

ondeggiante tra acqua e acqua con gola secca mani crepate.

 

Cala pioggia come falci,

decapita la primavera

 

 

curiosamente non salvo tranquillo che inverno è disperazione e vive la poesia

chissà se ha un valore o un sapore

o sono io

che mi allontano da tu (un tu qualsiasi) che salvi,

io salvezza non voglio:

dovrei tirar fuori di tasca l’orrore

 

(…)



.



Siamo osservatori silenziosi in una terra di sogni

Spetta a noi alzare la voce

È conquistare ciò che amiamo      

M.221

A.



Eterea bellezza
proiettata d’incanto

e tutto è primavera
e non importa nient’altro

Come va a finire



Ma ti ricordi, babbo,
quando in macchina ascoltavamo gli Scorpions
e ti chiedevo di alzare il volume
e tu lo alzavi di più,
o quando in bicicletta
fischiettavi Indiana Jones
e io sul seggiolino
ti aiutavo ad andare più veloce?
Adesso che non ti reggono le gambe
sediamoci di nuovo sul divano
a guardare Rocky, che tanto lo sappiamo
come va a finire,
che l’importante è stare in piedi
fino alla fine.
Adesso aiutami tu
che cammini piano
ad andare più veloce.

Nina



I nostri momenti sono
il significato che gli diamo:

può esser tutto
anche un “Ti amo”,
bisbigliato ad un orecchio,
urlato ad uno specchio.
Noi ci baciamo,
vestiti di nient’altro che
sentimenti,
davanti alle fredde
porte della notte.
Un giorno
mi hai preso per mano.
Io ci ho visti camminare,
andavamo lontano.

Tu mi guardavi con le labbra,
io ti baciavo con gli occhi.



λ

Ninna nanna



Chi cerca una culla
che suoni una chitarra!
Le corde cantano per te come una mamma.

Chi sente la mancanza
di una ninna nanna
si faccia compagnia con un plettro e una chitarra

Per cacciare quel silenzio
che un po’ ti fa paura
non serve alcun talento, nemmeno la bravura.

Basta un po’ di fantasia
e dimestichezza con le dita,
i soliti due accordi, gli stessi da una vita.

Ci si mette un’emozione
che sia forte come il sole,
si canta da ubriachi e si è fatta una canzone.

Così stan meno soli
i musicisti ed i poeti:
due note, due parole, e si sentono felici.

Chi sente la mancanza
di una culla o di una mamma
si faccia una canzone,
prenda in mano una chitarra.

Di nuclei e corazze



Ora che il mio
oscuro nucleo
ha divorato il tuo
quale corazza metterai?

Muraglia siamese



dietro questa poesia

c’è un muro :

incongruenza

tra un’anima

che pensa,

ed una

che cercando,

poi si è

persa.

 

N.28

Cervoni



Sulla mia carta d’identità
alla voce occhi
c’è scritto “cervoni”
che
in poche parole
significa
cangianti
dal verde al castano chiaro
solo ora ho capito
dopo tutti questi anni
di non-definizione
che condivido con te
già da sempre
queste iridi

Donna di strada



Regina antica di un passato distante,
Incatenata a regole fui spesso alternante;
Molti mi hanno per strada incrociata,
Amo ancora, nondimeno, a volte esser baciata.

 

Poeti col passamontagna



Con i lineamenti tesi sul viso

aspettavamo che la vita

ci suggerisse la gioia

di poter finalmente rompere le righe

 

Consumati nei nostri nomi falsi

poeti col passamontagna

o cani randagi

ormeggiati di notte su qualche spiaggia

 

Se fai un tuffo in questo azzurro

dimmi tu cosa ci vedi?

Un vecchio campione di boxe

che punta e vince alla roulette

 

Con il basco eri proprio stupenda

un’isola francese in questi tristi tropici

un esemplare da proteggere

capace ancora di arrossire

 

Ci incontravamo tra tossici criminali

amori violenti sogni di cani e psicopatici

Non sapevo ancora sapessi ballare

e neanche il tuo soprannome da bambina

 

A quel tempo io ero un supereroe

difendevo armato solo dei denti

il fortino del pane quotidiano

dal saccheggio del nostro domani

 

Ma di notte sognavo piani di fuga e viaggi in India

Sognavo te su una macchina nel mezzo del nulla

Rassicurarmi su uno strano inevitabile lieto fine

proprio come in quei film di Hollywood che odiavamo

Cronache del lungo addio vol. 3 : Il cacciatore



Era una domenica mattina

orgogliosa mi sistemavi sul petto

le medaglie conquistate

per ogni sbaglio commesso

 

C’era il mio ultimo regalo tra le tue mani

e parole buone solo a maledire

c’erano sogni fatti a pezzi

e scene della provincia americana

 

Tu eri un cucciolo di lupo ferito

perso ai margini del bosco

Cercavi carezze da pagare

leccandomi la faccia

 

Ma io ero il cacciatore…

Assolo



Ostento calma apparente

(ho scritto sul quaderno sbagliato)

musica indesiderata suona in testa

spezza silenzio

ostetrica di versi salienti

s’insinua bastarda

ipnotizza sentimenti

scelsi sentieri tortuosi

mi costrinsi a seguirli

supposi e tu dissuasi

sorsi liquorosi

soffio su sigarette

spengo ciò che spegne

se sognassi di cascare

velocità scalare

solo versi, perversare

Metropoli



Non li capisco più

Questi fiumi di gente

Arrivano, vanno, restano

Si aspettano qualcosa da me

Ma cosa aspettano?

Non me lo chiedono

Si aspettano che io lo capisca da me

Apettano

Sotto le luci dei lampioni

Io qui ad aspettare

esperar

Spero di capire

D’impeti mancati



E c’hai presente
quella brutta sensazione
di chiusura
di rottura
all’interno
di qualcosa
come vetro frantumato
piomba il cuore tuo
stremato
 
a terra.
 
S’è snervato
ormai da tempo
estenuato hanno detto
gli analisti:
non spergiuro.
 
È come sabbie mobili
o previo annegamento
la realtà dei miei affanni
e l’irrealtà di tutti quanti
quegli slanci velleitari:
disinganni
ch’assediati
non mi fanno respirare.



Riverso
Riverso
Effondo
Riverso
 
Riverso
Mentre sto riverso
Sono diverso
E per questo riverso
Ancora
 
L’ingente universo
Che ho dentro
Riverso in se stesso
 
Trangugio
Rigetto
Ingoio
Rimetto
 
Tutto
Tutto
Tutto il lercio
Che dal mio ipocentro
Trasale a dirotto
 
Riverso
Riverso
Erompe -il mio impeto-
Zampillo -di sangue-
Mi ritrovo riverso
A terra
Comunque

Immagini rubate



Tu,
pachi i demoni del mio pensiero torto
Che sibilano e strillano e strepitano –
Vox clamantibus in deserto –
A capofitto, nel vuoto precipitano
E si perdono nel nulla vano
Di un Inferno dal sapore Catoniano.

Tu,
Pachi la guerra che faccio a me stessa
Che la pace che cerco strenuamente
Sta nell’ immagine tua – riflessa
In un vetro – c’ ho rubato casualmente
nel silenzio che avvolge, immobile
Questo cartaceo Paradiso immutabile.

Cambiamento.



Imbratto di nuovo lo stesso foglio
con la stessa penna
la stessa scrittura
lo stesso autobus

MA

se io son cambiato
allora è tutto diverso
anche il sole millenario.

Artista.



Con occhi stanchi e cuore infermo
finisco l’ennesima giornata
illuminata dal sole invernale
e da pensieri di abbandono.

Una vita non spesa a inseguire sogni
è vita meschina, vita da buttare
e mentre navigo sonnolento
tra fiumi d’asfalto
ostinato
non fuggo dall’arte di cui son fatto.

Tre.



Tre linee e tre treni
tre versi tre poemi
tre parole e tre insulti
tre sogni e tre tumulti.
Tre, perfezione sconsiderata.

Autoqualifica.



Io qui col mio quaderno
e i miei libri di Hornby
e il mio libro di Garibaldi
e i miei sogni squinternati.
Io qui a pensare
a riflettere
a bestemmiare.
Io fermo nella mia pazienza
e fermo nella solitudine
e fermo nella noia
e nella disperazione dura
io faro sconsolato
che cerca una nave amica.

Il guerriero.



Il guerriero distrugge
i muri su cui
il pensatore dubita,
il guerriero abbatte
i mostri su cui
il poeta si strugge,
il guerriero per cui
il codardo trema.

Il guerriero è la fine felice.

Finestra appena aperta



Nel buio il vento emetteva suoni vulnerabili
Sospiri lenti e ansiosi trasportava l’aria
Il ruscello piangeva sommessamente
Strisciando incauto nel suo letto di fango
Le poche luci ancora accese tentennavano,
assopite e incerte, destinate all’eterna insonnia
E dal piccolo spiraglio alla finestra
appena appena aperta
Il suono sottile dell’incanto notturno si faceva strada
Insieme agli insidiosi spilli della brezza gelata
Che silenziosi si piantavano sulla pelle.



Oggi mi è parso

che

indugiare

-come accade sui tuoi fianchi-

mi sia mortale

come orfano



Sul treno

con sedili blu con mare schiumoso

dal finestrino fuori gelidità grigia

era lì, a occhi chiusi

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

Poi passeggiata vicino a chiesa massima di città

molti fiumi-massa-voci

io come sempre osservando le casistiche

era lì, occhiali da sole

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

 

Ancora, in festa

locale oscuro ricorda luogo di setta

perverso bicchiere o non ricordo cosa

una sigaretta magari due poco respiro

era lì, cenere in bocca

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

Nonostante vicinanza

coetanei violentemente fumavano e pippavano

eravamo noi soli in stanza borghese di famiglia o parco

con fiori di siringhe

era lì, accanto con banconota da venti euro

nel naso preciso

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

 

Incredibilmente nel letto

carne su carne in carne una sola carne

amore ritrovato che mai trovai e meditazione

sul senso del confine

era lì, nella mia bocca su di me

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

Concludendo,

a casa di genitore non-vagina pulita fresca mi abbracciò

“ciao figlio, ti voglio bene” ma lampi neri

scuoiano l’atmosfera io l’assaporo

“Sei mio padre?

No, non è lui.”

 

a Ginsberg, che aveva ano di angelo e mano di profeta.

Th



Vorrei averti nelle mie mani

tutti i giorni

in cui io respiro e tu respiri

e sentirti respirare sulla mia pelle

tuo cuscino, tua carezza.

Vorrei sentirti ogni ora

pressante, lo so, ma non ho altre idee

perchè

saperti bene, e felice

saperti salvo, e protetto

mi fa bene e

mi rende felice, salva e protetta.

Vorrei vederti ogni minuto

perchè sessanta non bastano e così

ancora più ossessiva, di te esatto

ovunque ti vedo e ti immagino

e ti sogno

con gli occhi spalancati.

Vorrei parlarti ogni secondo

incessante secondo, interminabile

mai vorrei che finisse

che finisse la tua bellezza

e il nostro sesso, bellissimo sesso

dolce suono.

Amore mio, sì sei Amore mio

Mio amore, lontano più che mai

ma pur sempre dentro me

sei la mia prima ossessione, incancellabile

ineffabile, senza poterti dire altro

e in un altro modo.

Che ti amo, e mai smetterò

ora la mia vita è questa, inutile (senza di te)

dirti “per sempre”

perché

per sempre siamo noi.