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Ti ritrovo



Ti ritrovo

Nei sentieri più scuri,

che se mi prendi la mano

Io non c’ho paura



Mi auguro che un giorno
l’ umanità abbia il coraggio di mostrarsi
cruda e vera
come i lupini mangiati tra gli scogli

possa dotarsi di branchie come i pesci
e respirare una densità maggiore
di quella dell’ aria
sentire tutto più lieve
lieve e intenso

che possa permettersi
la profondità e non temere
l’immersione totale
sommersione e sovversione

Mi piacerebbe un giorno
invertire l’ordine naturalizzato
e che come i calabroni
si potesse volare solo per
il gusto di farlo

senza l’aiuto della scienza
senza il positivismo
uscire dall’abbaglio
e sparare
alla falsa coscienza
dell’illuminazione
alla logica di mercato
relazionale

Mi auguro che un giorno
riusciremo a superare il conflitto
ad avere un anima
senza divisioni di classe
che la rivoluzione
deve accadere prima dentro di noi

Quando io forse un giorno
riuscirò a pensare qualcosa
senza immaginarne contemporaneamente l’opposto
a camminare a piedi nudi tra i fili d’erba
senza pensare all’ampiezza del passo
ad abbattere un muro senza che
le macerie accumulate non ne formino un altro
altrove dai miei occhi
a non pensare a me come la metà di qualcosa
e sperare nell’inaspettato futuro epilogo
a ignorare le voci delle mie madri e dei miei padri
interiori
e a sentire quella mia e dei miei figli e delle mie figlie
Forse quel giorno
potremmo ritenersi conclusa
la storia di ogni sfruttamento
il processo dialettico che rende reale
l’ideologia e la spoglia
dagli abiti cuciti con le misure sbagliate

Quel giorno
io e tutti e tutte
potremmo ritenerci
utopicamente salvi
utopicamente liberi
perchè il termine realtà
sarà solo il sinonimo un pò cacofonico
di utopia

Cianfrusaglie.



Son satura d’allegri vissuti.



Di te

non possiedo alcuna traccia

tra le pupille abissali,

immense

come i buchi neri dello spazio incompreso;

ci nota forse assorti e distorti

o distolti dalla medesima via?

 

Fluttui fatuo nei miei scarni sogni

ed io son memore dei simboli sfregi…

Sul tuo sguardo non gravan le perpetue stagioni

giacchè (se ancor te lo domandi)

è di defunti ideali ch’io adesso lo irradio.

 

Ciò che possiedo è una scaltra agonia:

insidiosa e viscida,

tessitrice di scherno e sconforto;

altro non ho che la consapevolezza spavalda

(rovente come il Sole ad agosto,

cui supplico per l’echeggiare d’un mio cenereo pensiero

tra i tuoi mille arsi e riarsi)

del fatto certo che non verrai:

 

che non l’avresti fatto

nè mai lo farai.

 

F.



Se vuoi che io sia sincera
Ho già quasi dimenticato il tuo volto,
Non ho mai avuto abbastanza tempo per osservarti davvero
Non ho mai avuto l’occasione di sentire il tuo odore
Eppure
Rimani qui,
Incastrato nei miei pensieri
E sembri trovarti comodo, nella mia testa.
L’unica cosa che spero
È che quegli sguardi intensi non fossero solo frutto della mia immaginazione, o del mio desiderio, qual è la differenza in fondo?
E allora io aspetto,
Che i mille chilometri tra noi si assottiglino
O che lentamente sguisci via dai miei pensieri.

C’è a chi importa



C’è a chi importa d’un cappio,
quell’estremo sentire
dalla vita abbracciarsi,
dalla morte lambire;

c’è a chi importa d’un colpo,
quel violento gridare
che non t’hanno sentito,
ma han deciso di fare;

c’è a chi importa il veleno,
quel crudele sapore
che al materno s’oppone
che disseta ogni male;

c’è chi poi ne ha paura,
quel che vuole tentare
che alla fine s’oppone
ma ha intenzione vitale.

Risalgono degeneri



Risalgono degeneri

il profondo mio ideare

- che più non sa equilibrio -

sporche urla d’irresoluto;

 

 

hanno timbro d’umano e

ricordano il fragile sonno

che tanto agogna veglia;

 

 

turbano un’ammirazione

che, accurata, fu ricerca.

al Libraio



Sta chino al soliloquio

l’uomo che ha grugno

del tempo; respira 

su ossigena carta,

e parla e poi si tace

al sospiro pensare.

Ha figliato del fumo

il cielo al grigiastro

mattino, e l’uomo 

sta ancora chino

ad aspettare un Ulisse,

a conquistare una Bastiglia,

a sperare che 

tutta la carta 

sia tizza Roma.

E matura il vespro 

di rosso cielo, e la

pelle ha la parola e 

l’uomo è ancora chino,

e beve le vinee parole

dell’ebbro versare.

isola.



E guardo la mia isola

bruciare.

Lentamente si spegne e diviene cenere.

Inerme osservo la tua discesa verso gli inferi.

Costretta a rimanere immobile di fronte a questo tetro spettacolo.

Tu, la mia isola che arde fino a morirne.

Io, unica anima consapevole

adesso rifugiata altrove.

E guardo la mia isola

bruciare.

Ma insieme a te, mi spengo anch’io.

Guanti e scarpe



Le piscine comunali

la sera hanno un cattivo odore di cloro

dappertutto terribile terribile

ti entra nelle mani e nei piedi

e ti rimane negli occhi fino la notte

finché non ti addormenti di nuovo

e sogni il vuoto

invece all’apertura la mattina

gli spogliatoi sembrano più comuni

le signore delle pulizie

fumano le sigarette

un vecchio si spoglia

nello scompartimento dei bambini

ma mentre nuota gli rubano tutto

tranne guanti e scarpe.

Crampi



Io non capisco cosa eravamo,
non capisco come
ignaro del significato della parola accidia,
decidesti di avvelenarti, decidesti di esiliarti in ovattate prigionie.
Solo dopo
con bisturi chirurgico
spogliasti le pareti della torre d’Avorio,
distruggendo la solitudine,
ma scoprendo Babele.

Lo sguardo lo sguardo lo sguardo



Lo sguardo lo sguardo lo sguardo

Tu lasci che io veda che tu mi guardi

Quanto rossore ci vuole per guardare

 

io ti vedo?

tu vuoi che io ti veda?

posso vedere il tuo corpo

quando ti guardo?

 

Per chi è, per cosa è il tuo corpo

che non vedo,

che tu non guardi che io vedo,

che tu non vedi che non consenti che io guardi.

 

Senza rossore tu non sei vista,

your skin doesn’t blush.

 

Urlare senza parlare

Urlare senza silenzio

Guardarsi senza arrossire

senza vedersi

senza vedere

Ti vergogni troppo per poter arrossire

per poter parlare

per poter essere vista

 

Nessuno ti guarda, nessuno ti vede.

***



Che sono più i fiori che porto addosso di quelli nell’Orto.
La colpa è solo di questo freddo Aprile: non si trattiene dal fiorire sul tardi.
Ci frughiamo con gli occhi i sentimenti e i tuoi silenzi
eloquenti mi adagiano sulle panchine.
Tu parli di tenerezze e cartoni animati: pezzi di un passato che ho dimenticato.
La vita si scioglie nel profumo dei gelsi.
E subito torna a farmi male lo stomaco
esattamente
nel punto in cui manchi.
Affogo sbronza la malinconia e mi scivola addosso il colore del cielo;
eppure, mi sembrava si fosse fermato sulla pelle
il calore delle tue ginocchia.

Camere d’albergo



Nelle camere d’albergo i vestiti

sono sparpagliati e luminosi

e c’è così tanta luce

che sembra il soffitto non c’è

e che sia tutto un cielo

finché poi bussa

il servizio in camera

e porta la notte.

Estate



L’odore del sole sulla tua pelle
fa più estate
del mare
e della sabbia calda tra le dita.

Naufraghi



Siamo tutti un po’ naufraghi
nel nostro male.
Ma a volte la scialuppa
- uno sguardo -
ci porta in salvo.

Le tue mani



Quelle tue mani gentili
e innocenti, da bambina,
ignorano i miei sospiri
e guardarle affila in me il desiderio -
quanto struggente – di toccarle.
Con gli occhi, solo, ti sfioro
da lontano,
sfogliare le pagine d’un libro
con leggerezza di farfalla,
con una dolcezza tenue,
e socchiudendo gli occhi già
cedo al sogno, all’inganno, di te.
Le tue dita, sento, carezzarmi le labbra,
accennare il contorno della mia guancia,
leggere come un soffio di vento l’estate,
esitanti come la timidezza di un colibrì,
timorose, della propria minuta grandezza.
Il tuo tocco ridà senso al mio viso
così come, ricordo, al fiore colto
per dono, tra le mani – le tue -
che accolto, parve fiorire
allora e prendere vita per te.

Segreti



Il mio desiderio
aveva le stesse parole,
gli stessi segreti,
del pensiero che sognavo
di nascosto.

Miele



Vasi di peonie in fiore
albergo per api ebbre
di polline e
di sole.
Allungo una mano e
l’ombra, il ronzio,
subitaneo disperde.
Ah, potessi raccontare
le tue labbra – miele -
alle piccole regine,
ne sarebbero incantate
e resterebbero
con me.
Ma esse m’ignorano tutte,
fuorché una, l’ultima,
che ascolta e poi se ne vola
via, pigra e soddisfatta.

Anima cupa



La luce del sole s’infrange
contro lo scrigno
della tua anima cupa
risvegliandone i sogni
sopiti.

Sorriso



Se chiudo gli occhi ti vedo,
immagine perenne,
mentre
sorridi
per me.

Se chiudo gli occhi non sogno (ancora)
stasera
ma già penso
a domani,
alla prossima
scusa
per strappare (dolcemente)
quel sorriso che
mi fai solo
tu.

L’odore della tua pelle



Non sono ancora riuscita
a starti tanto vicina
da sentire
l’odore della tua pelle
e non, invece, quello dell’aria
intorno a te.

Non sono ancora riuscita
a sentirti tanto vicino
da respirarti
così come sei
mentre, lei sola, la brezza può
sfiorarti per me.

L’esistere delle tue labbra



Ho sognato baciarti
almeno ogni notte

(ogni notte ho sperato
poterti baciare)

una volta – appena -
scoperto l’esistere
delle tue

labbra.

(In)completa



Mi sento completa
nella mia mancanza
di qualcosa che
non
so
e incompleta sarei
se avessi un nome
da dare
a ciò che manca
ma
non
ho.

Fuori da me



Come fai a non percepire
il mio bisogno di te?
È così forte che trasuda -
deborda -
fuori da me.



Uccidimi, Gospàva.

Questa costola

nel punto della Vita che

- latente -

è intessuto in più dolore,

incrina.

 

Si sperda nello spacco

il mio più pavido riflettere,

e si amalgami all’oscuro

il profilo assolto in china

del tuo hanbok blu di Prussia,

di aria Serba intriso,

e polvere

di terre d’Asia,

e oltre.

 

A.188



All’albero di ciliegie mi porterai.

Stasera me lo hai detto.

 

Tantissime ne ruberemo.

E nessuna fuga, mi hai detto.

Ma sdraiàti, in penombra,

non giudicàti da un Cielo che tutto vede.

 

Con te, rubare e restare,

peccare e indugiare.

 

A.188



Bianco

ho reso il letto del rivo che

– refluo –

ha nutrito i tuoi fiori illibati.

Vedrai trasparire gemmando boccioli stillarsi

su tralci di vigne sospese,

bagnate del siero secreto

dai fiocchi di neve

discesi dai monti affioranti

dal lato d’Oriente.

 

Stanco

attendo il passo tuo scalzo

nell’ombra del nostro giardino

- mia cura.-

Che sia tu a convertire un silenzio

in quel silenzio che non fa più paura.

 

A.188

 



In questo gioco
puoi essere il colore che vuoi
dipingiti pure le mani
con l’acqua delle pozzanghere
strizza il sole e lascia che il suo liquido caldo
pianga sul tuo viso lunare
pianta semi di papavero sulle tue ciglia
dissangua una ciliegia fino a farla impallidire sulle tue gote arrossate
accogli i rami della tempesta
proprio al centro della tua testa
ora specchiati in quella pozzanghera
e gridami che la bellezza è una condanna

ma in questo gioco
puoi essere il colore che vuoi.

Gin Tonic a Lisbona



Solo e vagabondo per il barrio alto
ti ho baciata nell’amaro dell’alcol
ti ho ascoltata di nuovo nel fado
poi ti ho rivista tra i vicoli di Alfama
tra i panni stesi e i limoni,
leggera e lontana come il Tejo

cammino
ciondolando
cerco quel bar dove scappammo
era bello scappare con te
era bello scoprire con te

semplice, vagabonda, disperata;
una lacrima sola
bagna la notte