A.09

 



Dell’aroma tuo rimane il mio imbarazzo

del saccheggio di dolcezza,

l’aridità mi rende barbaro.

Ma chi mi vede? Pazzo e vigliacco,

con la voglia di decadenza

che vince le sottigliezze.

È la perfezione estetica dell’amore

il turbamento eterno della mia anima.

Il tempo, piano, lo accresce.

Sola speranza è la certezza

della fine di questi giorni,

del mattino mite che accarezza e cresce

una campagna libera dal rumore,

dell’orgasmo, del cuore e della terra

che muovendosi al grido eterno della vita

mi appacifica con le paturnie.

Una terza figura



Sarai

nel momento in cui sei

tutto ciò che cerchi.

E’ tuo

e se vali per i tuoi pensieri

come per le tue dimostrazioni

arriverà il momento saliente di agire.

Anche se grandi e impossibili, le farai

e la tua mente soddisferà tutto ciò che rappresenti.

Tutti i tuoi spiriti e ardori si eleveranno

e quando ci sembrerà di rotolare in basso,

fino in fondo al buio di cave eterne,

di nuovo Tu

in noi ben voluta, accolta a braccia aperte,

stretta stretta, per gli inquieti sentimenti che patiamo

titubanti e piangenti, pieni di rancori e sensazioni perdenti.

 

I nostri pensieri sono atròci

tu sei con noi, in questo

incantandoci della vita e della morte

in spirali ipnòtiche di rituali ciclici terreni,

avanzi nel tempo forse troppo in silenzio

ma se vogliamo, tu ancora esisti.

Eppur, si, ci manchi, e ci sei,

Non da sola resisti perchè vivi e consisti

in ogni filamento di luce circolante attorno

sui quali cammini e respiri, sorridi e sospiri.

E te, mio riflesso e volume, in noi, continua ad amare ancora.

 

 



Alzi lo sguardo,

i tuoi occhi neri rifletto il cielo.

E se blu si riflette su sfere di carboni

anche Dioniso urla e sconvolge

e agita il diurno e il notturno.

Apri il tuo sorriso,

vibrano le coste Atlantiche

al flusso di onde insistenti,

è un suono battente, come tamburi avvolti da seta,

e ridono, ridono di gioia vera.

Annunci il tuo nome,

l’ho già sentito,

ma su di te fiorisce con vesti nuove;

c’è oro in ogni campo che ariamo,

tra parole d’agrumi succose spremute

penso al tuo volto non nuovo per me.

Dimmi,

cosa aspettiamo a baciarci?

Ma entrambi, uccisi dall’abitudinario,

nel meglio, cercando questo disinibito piacere

di scoprirsi amanti,

razionaliziamo

e la filosofia delle nostre nuove vite

ci costringe a rimanere soli.

 

 

Breccia



E’ ancora presto per vedere l’alba.

Nella notte la diga si è riempita

cresciute e vertiginose le mura

si allungano per appianare ripidi costoni.

Cresce, l’abisso, cresce il riparo

di una valle d’acqua,

di sentimento che cresce,

profondo,

che pesa.

Il tuo dardo di fuoco

penetrato nel ripido cemento

crepa l’ostilità cresciuta senza amore.

E come un’onda

la gioia esplode da questo ventre

trascina via ogni pezzo del mio rancore,

dolce acqua bagnata dal sole.



Non dirlo a parole

usa le tue mani

e insieme tracciamo percorsi sensuali

seguendo le vie del cuore

in ardente palpitare

al sopraggiungere della lenta danza dei nostri baci.



Sacro amore e luce di Venere

che libertà non illudi

avvolta dal mantello di Minerva,

per ogni gioia una giusta guerra.

Ovunque tormenti per la bellezza divina,

è inspiegabile ricerca

su ogni pezzo sacro

la sacralità continua dell’incestuoso universo,

infinito imprescindibile dei cicli cosparso.

Cercare e arrancare disperde

essendo un bandito,

brigante e ribelle,

trovo cicatrici sulla pelle

di gesti goffi e altri ignoti combattenti.

Dolce solitudine, compagna silenziosa,

aiutami ad aspettare.

Salgo me stesso,

ancora, centro e méta

di un cammino gagliardo,

goliardo, infingardo,

lungo tutto una vita,

trovando nel cielo notturno i tuoi petali

nell’aurora e nel crepuscolo i miei giorni,

come fiamma viva nel cuore,

ancora del desiderio tuo ardo.

 



Drago, lingua di fuoco

parole veloci di tuono

contrasto roccioso

di grotte e dirupi

se non volo libero e cado

mi inerpico geloso, vile , contagioso.

 

Tra pozzi profondi collegati orizzontalmente,

è la mia mente

fossa comune di lettere

morte di speranza

in casa della comprensione,

e colate laviche di retorica

inceneriscono e fondono la logica

anche se

manco di niente, manco di tutto,

nell’assenza del giusto gusto.

 

E chiaramente odio ogni giorno,

ogni giorno senza te

che passa inesorabile

e finisce mutilato, dissanguato,

essiccato.

Eccone uno che termina ancora,

così mi accontento

di verità simili o simulate

sporcandomi in pozzanghere

su mafioso cemento.

 

Ti sogno saggia, nell’antica Roma

alle terme di Diocleziano

in un mondo chiaro e pagano,

gallerie e acquedotti di acqua pura

con scritte latine sotto statue dalla folta chioma;

riusciremo ad avviarci lontano

se infuocato senza lamento

servirò me stesso contento.

 

 

 



Cerco l’uomo,

tra le correnti e i vortici

in me stesso, nel giorno,

attorno, nelle notti senza ritorno;

tra inseguimenti di prede e orde di cacciatori.

Nascosto nell’ombra,

scomparso o smarrito,

lo sento urlare,

accendere fuochi,

vedo le tracce della sua paura

sul sentiero degli Apache.

Mi assilla il motivo, forse perchè devo

lo seguo.

 

 



Ti sogno

al mattino ridente

mi accarezza ancora la tua ombra.

Sono sicuro

nuovamente tu,

chiudo fiducioso gli occhi,

e vedo il mio cuore proteggerti

da una mente traditrice e orgiastica

pronta a chiuderti in un cassetto.

E tu, ancora così lontana

cambi, e non so come.

Non so come potresti.

Non so se vorresti.

Sulla mia pelle ancora i segni dei brividi

lasciati anni fa

mentre questo pezzo di carne che pompa vita

è lambito,

morbide lingue di feroci chimere

assaggiano la fiducia

che provo nell’amore incondizionato,

per te.

E mi sento preda

 

 

Le Gran Lux



Arriva,

dopo un pasto frenetico

la pausa digestiva e la vista confusa.

Quando passa l’amore epico

patetico, alla rinfusa.

Passeggiando tra i boschi e tra i mercati

dopo i rumori della paura.

Arriva dopo momenti confusi e pacati

persi nei colori dell’aurora scura.

Spremuta in ciò che si cerca, arriva

e senza chiedere nulla, smarriva.

Vuota e frustrante coscienza

vuota anima senza di essa

e femmina sola, piangesti parole liberali

riunite da una necessaria essenza,

in parabole universali,

dolenti umori di un’epoca non espressa.

 

 



Vedo il verde dei tuoi occhi,

è medicina del mio spirito.

Gusto le fiamme delle tue labbra,

è il calore delle mie viscere.

Inebrio al tuo odore di dolce metallo,

è la grazia del mio essere.

E mi perdo toccando vellutatamente la tua pelle piena di lentiggini,

ognuna per ogni vita che ti ho desiderato.

Conoscerò te, guida e musa,

che sola hai la chiave per essere migliore?

O ripetutamente dovrò correre

sul sentiero che ancora, dopo troppo poco,

dopo ancora troppi pochi passi,

devo seguitare a calpestarne

le scoscese forme irregolari

in sinuosi passaggi

ad ogni minimo ostacolo

in montagne andine,

fino a trovar la radura ospitale del tuo fertile ventre?

Sfiderò il tempo, con ciò che non ho mai capito,

tollerando la sabbia negli occhi

di ogni giorno buttato su di me,

come se fosse stato inutile farlo.



Un pò di leggerezza

arriva per dare vita

al giusto riepilogo delle vicende,

dove finisce il passato

portato via da fiumi invernali,

decomposto dalla fame dell’avvenire.

O semplicemente è finito

l’insospettabile sguardo della giustizia

che volle far sentire la sua presenza,

per raddrizzare la via del decadimento,

per gustare l’esistenza senza pentimento.



Quando passi davanti al mio sguardo

l’attività dei miei pianeti sviluppa un insolito richiamo.

Al tocco impulsivo del mio universo,

il tuo sorriso stirato oltrepassa il saluto come un gelido dardo,

sfreccia senza amichevole intento dal peccato che pareggiamo

a poggiar sul mio cuore, infranto e regresso in ogni suo verso.

Bastano a noi le storie di verbali abusi

questa noia di una nuova composizione della polvere

tra scambi e opinioni sulla bella e contesa ragione

vivere e riflettere dei giorni tra costumi e usi:

ogni quel dì porterà il tuo nome, rosso colante sul rovere

della creazione che fu all’innocente illusione.

Eppur, quando passi, è meraviglia vederti ondeggiare

sui tuoi fianchi equini, dondolar silente sull’indecisione

atti del futuro assassini del presente, per il tuo istinto

di solcare l’oscuro orizzonte verso un lontano giaciglio, per mare.

E se un filo di voce potesse sussurrarti: cavalca le onde con più passione

e veleggia sotto un tramonto vermiglio, per te il perdono è già dipinto.



Ho visto sovrapposte

le cose più belle

ancora lì vive

nello spigato fiore di un gruspino.

Strappato e teso a piene mani

verso il muso desioso di un cavallo

l’ineluttabile gioia del trasformare

ogni cosa in fertile letame.

E nuovamente l’aurora solca l’orizzonte

gonfia in petto la verde danza terrena,

finalmente respiro

il vento interiore della meraviglia,

la bellezza diventa infinita.



Sarà un incontro

di specchi e animali

quando osserverò la mia figura

che ciecamente cercavi

quando anni di un pensiero

trovano filamenti di luce

e tutto il resto celerà all’interno.

Rappresenti il tempio

con aglio secco all’entrata

che non potrò solcare con streghe e stregoni

e con fiumi poveri di un piacere ignoto,

perchè sei parte di un volo amico

lunghe fila di aironi che passano osservando

stagioni mitigate dalla volontà.

E stà tutto qui

nel pulsante cuore

e all’attenzione del tuo velato sguardo turchese

che non vuoi completamente mostrare

la mia gioia di vivere.



Una donna che ti vuole a metà

l’adagio for string che copre i metalli

umiltà che rosica fino all’inutilità

libertà sfondante come

imbizzarriti cavalli.

Stride

l’urlo della mia anima

anche se forte è il richiamo selvaggioo

ora capisco la congestionante speranza ondulata a rassegnazione

di sfiammanti ricordi a me cari.

Stringo

forte al petto la paura di restare solo

e fredde mani inibite

con cui cospargo letame maturato

ad invigorir sogni d’amor che sempre ho seminato

e mai realizzati, se mai esistiti.

Rabbrividisco

di fronte ad un mondo così piccolo sprofondante in delucidazioni costanti

apparentemente perfette e troppo esasperanti,

come ragnatele agli angoli oscuri della stanza

catturano falene mentre fuori è luna piena.

Respingo

ogni legge certa

ogni vecchia scoperta

ogni gesto incerto

ogni volto coperto.

Aspetto

il tuo candido viso

di gemme e perle intriso

raddoppia l’aurora il tuo sorriso

e primavera sarà senza preavviso.