A.10

 



Le poesie per te
sono ormai universali.
Altre vi hanno scorto
un’illusione di singolarità.
E quella che tra queste
risuona profezia passata
resa presente
a me si è arresa.
E se accende
e nevica il volto,
se il cuore batte forte
e non solo per amore,
io so perché:
sordo all’universo,
ho tradito me.

 

 



Tra il Despota agghiacciato
e il ghetto dell’Eremita
c’è un sentiero stretto
(ad alcuni apparirà lungo -
ottimisticamente fuori scala
una volta che ti scopri
nel ritorno all’eterno):
porta sul porto.
Lì, se non avrai più gli occhi
e memoria del ritorno,
scorgerai una nave
ormeggiata a largo.
Nel cuore alberga la rotta
e non per questo nella bocca -
rotta la voce tra i marinai
che sognano il mare.
Giorni duri e magri
attendono il ramingo dei mari.
Giornate buie e amate
chi distingue la nave dal mare,
che esangue non distingue
sentiero, monte né borgo
e langue.



estro e(d)entro
esco

Introvesto
Estrotesto

resto
verso

Cercare una motivazione politica al fatto che non so cantare



Fogli sono le strade
e il movimento
dei tuoi giorni
tra le foglie
le foto
la folla
poesie

F.05



E mi confidasti amico mio
la verità condivisa
che allora rifutavo
vivere, per me già vera:

che i versi vivono forte
solo se vivi la morte.
Che se la poesia è ascoltare
l’amore ovatta l’intenzione.

E in una poesia
forte e condivisa
e viva e vera
e mentre amavi
smentivi tale primavera.



Innaturale il ritmo degli uomini
definisce il contesto,
favorisce il contrasto:
defluisce la tua volontà
naviga agile, stringa di tempo,
estensione del cielo al di fuori,
nella memoria aliena
di un’alienata natura.

Sola qui nella stanza ghermita
dal Vuoto
difendi il Verbo, il testo
segui il ritmo delle nuvole,
ne porti il tempo.
Sei temporale.



Mossi i primi passi nelle lande del pensiero
principiai con un adorabile errore
- se guardo con occhi d’infante,
ma poco si presta al gioco preferito
da chi ormai distante -
che ancora perpetuo
quando non so di non volermi prestare
al desiderio più imperante:
da che ricordo confondo
l’immaginazione più audace
con le più rosee aspettative
e vivo di delusione ignorante.



Sono linguaggio
nel principio
mitopoiesi arresa
nell’eco delle parole
suono testo e teso
parli con l’alfabeto
senza decifrare
la paura della fine
la resa alla memoria
nel nome dal padre dato
alla gabbia della prole
che evade e viva
ispira la prossima storia
che parla di volte
voci senza tempo
che meritano più aria
ma molto meno fiato
divengono vaso
- alfega -
parlano attraverso
un’idioma aspro
musicale
solo
per chi preferisce ascoltare
crea



Se non conosco altro amore che il mio
che non conosce oltre se stesso
come potrei pensare il tuo da meno
e se così fosse come potrei amare
chi traversa il mare
per meno
di esso



con le parole di Albert Einstein

Non ho il cuore
di fidare al servo
seppur fedele – come te
la più luminosa visione
il più profondo oblio:
l’intenzione.

Non questo traviato parlare ma
volontà, fine,
origine, intuizione,
voce in ascolto:
presente, mente.

E’ tempo di onorare l’attimo
e la donna dei miei sogni:
quanto c’è di più divino,
oscuro, tra i doni,
spiraglio tra mondi.



Contesto i contesti
apparentemente necessari
alla giustifica del sé

eppure mi scopro
goffo nel cercarli
fuori dall’intenzione.

Nel tradire la mia natura
anticonformista per vocazione
sono critica e adesione.

Chi pensa che non sia già tardi
direbbe che, diviso, soffro.



Maledico i giorni, i mesi e gl’anni
il loro ritmo tetro
che mai rispecchia
la misura o il metro
dei miei pensieri, dei silenzi, gl’affanni



Avrei voluto solo
meno gente intorno,
non un pretesto,
ma limpido cielo notturno
e la neve
ad accendere i monti
e i tuoi sguardi d’inverno.

La romantica pretesa
- l’Inferno -
di un esteta fuori tempo.



Alla musica e all’amore,
alla vita, alla poesia
ho sempre pensato
come fenomeni speciali
estranei, contestuali
a cui poter, al più, pensare:
la mia più fastosa celebrazione,
la mia più silenziosa preghiera.

Stolto, non avrei mai pensato
a coniugare i miei sostantivi
(alla prima persona poi)
ma sempre e solo i vostri verbi
e al più alla terza;
così impersonale, riflessivo.

Complici anche voi
del fatal fraintendere.

Ma ora ho inteso bene
e diverrò tutto questo
nel divenir altro ancora.

E diverrò tutto questo e
nel divenir
altro ancora.

E diverrò altro da questo e
nel divenir
tutto ancora.



Nel poeta
creatore di stelle
compositore di balli

Pensiero e Intuizione
favellan per oscuro vernacolo
mirano un identico cielo

“un infracassabile nucleo notturno”
illune se non illuminabile
fonte di radiazioni stabili
                         indecadibili

Per i guerrieri della luce
qualche sole o presunto tale
ha redatto un manuale

(il virgolettato dall’Introduzione di André Breton a Contes Bizarres di Achim d’Arnim)



Alterni canti fermi

per stessa tessitura
a tessere lo spazio
dal battere del cuore
a scandirne il tempo

allegorie della Metafora
o strette feritoie
da cui è facile confondere
Metafora con Allegoria

di polifonie satura
di voci che
a malapena intuisco
intricate melodie

come coro sordo
a stringere le maglie
a suggerire motivi ricorrenti
alla fanfara della rettorica

abituano l’orecchio
al solo silenzio
etereo più di ogni retorica
eloquente più di ogni parola



Conosco i Versi, ora
gli unisoni, i contrasti
non conto ancora i dispersi
dispari, sortono dalle parole…

Pensieri a capofitto
- non c’è tempo per loro -

Sta a te
trarne capoversi.

Peso



I

Ultimo baluardo,
contro il moto infinito e contrario,
l’acquisire velocità e sostanza,
se non forma, nella testa,
se non senso, per il cuore,
di quel mio cuore grave,
di quella testa che crede,
cerca, e perde.
Persuade colui che un Maestro,
scrivendo di me,
ebbe a definire “sé stesso”.

“Così [l'uomo] si muove
a differenza delle cose diverse da lui
diverso egli stesso da sé stesso:
continuando nel tempo.”

II

Torna ad avere paura del buio,
affinché “le ore degli spaventi”
non siano “ridotte al sordo continuo
misurato dolore
che stilla sotto a tutte le cose.”
Torna a sognare,
da morto e da sveglio,
il peggior incubo vivente:
sei niente nel nulla.
Vivi “ogni attimo il dolore della morte”,
con serena impotenza socratica.
Ridi in faccia al “ghigno sarcastico”,
perché “la fantasia distruggerà il potere
e una risata vi seppellirà.”
Come in uno specchio l’infinito.
Persuadi “te stesso”,
oppure avrai obbedito,
seppur alla vita,
solo per ignorare la morte.

“Ma la sorda voce
dell’oscuro dolore non però tace,
e più volte essa domina
sola e terribile
nel pavido cuore degli uomini.”

III

Tutto dare e niente chiedere:
questo è il dovere
- dove sono i doveri e i diritti io non so.”

Creato il deserto,
sarai predone e oasi,
sete e viandante.
Sarai libero nella tempesta,
persuaso dal peso
di ogni singolo grano.
Sarai atto, attivo e attore,
e mai più spettatore.
“Non dar loro la vita illusoria
e i mezzi a che sempre ancora la chiedano,
ma dar loro la vita,
ora, qui, tutta,
perché non chiedano.”
Persuado, panico eremita,
eroe anacronistico,
maestro del “me stesso”,
critico, del peso delle cose mai persuaso.

(il virgolettato da La Persuasione, di Carlo Michelstaedter)



Costretti a fissare specchi
troppo luminosi per riflettere
il mistero degli occhi

troppo luminosi per far riflettere

troppo poco per specchiarvisi



La semina dei pretesti
frutti egoisti e prudenti.
Ricordi cacciatore?
Fruscio di chiome estive
e luce dal negativo del cielo.
Lo senti il peso della scelta?
Un mattino fresco di vento



Gli archi dei monti
e i fiati dei venti
suonano un’aria all’ora
pubblico i passanti

solista il Sole
le nuvole
ritmica nel cielo

a Fiesole
gli orizzonti
tendono al verticale
all’armonia del visibile

alla pace dell’invisibile



ma il piacere più grande
questa vecchia, bellissima puttana
te lo darà su uno dei suoi ponti
le spalle al Vecchio
fumando e guardando
oltre lei, i monti

Bukowski



A Firenze un giorno fa presto
a scivolare dietro i monti

a quel punto
potrai vedere

Bukowski
fuori, nel parcheggio dei taxi della stazione

parlare con un tossico
bere



Epigrafi ed epitaffi



Il porto tra il crepuscolo e l’aurora



Mutsuki



Didaskalos