A.102

 

Se solo gli Alisei…



Potevi dirmelo che
per far rinascere la Primavera
nei nostri cuori,
serviva una notte
di inarrestabile pioggia.
Avrei costretto Eolo
a far soffiare
gli Alisei sulle nuvole
ed allora obbligato Zeus
a servirsi della Folgore.
E dopo aver fatto piovere
fino a quando
l’Inverno dentro di noi
non si sarebbe sciolto,
ti avrei trovato lì
con gli occhi strapieni
di dolcezza ed un sorriso
sempre pronto a farmi
esplodere il petto.
Ma tu non ci sei.
Perché in Primavera
non rinascono che i fiori.
E a volte
neanche quelli.



Dovremmo guardare più tramonti
ci somigliano parecchio.

Non siamo che un giorno
oramai giunto al termine.

Dove ci ha portati l’orgoglio?

Clòto, Làchesi ed Àtropo



Tessere tele su finti desideri
è l’errore più grande
che ancora ci lega.
 
Non contenti ancora ci scrutiamo e
ricadiamo nello stesso tranello.
Più tu mi vuoi
più io ti voglio.
 
La prossima volta
lasciamo i fili alle Moire,
del nostro destino non voglio saperne.
 
 

L’ultima figlia della notte



Sopraggiunge la sera. 
Risuonano nel cielo
dolci melodie. 
Ad i canti e le danze 
accompagnati da lira e aulos
Elios si unisce. 
Il sole è quasi scomparso, 
nel giardino tutto tace, 
i cavalli del carro del Giorno
pascolano, le Esperidi 
accanto a Ladone ed 
ai loro pomi d’oro 
giacciono. 
Nelle periferie dell’estremo Ovest
solo una ragazza è sveglia, 
avvolta in un alone di magico mistero. 
Non è Egle, né Aretusa, 
non Esperia, né Espertusa. 
Il suo viso,
celato da castani boccoli, 
è intento a fissare il cielo. 
Non appena lo sfiora con un dito
esso si colora d’indaco, 
carminio, pesca e dorato. 
Ella dipinge il crepuscolo. 
Ella dona luminosità al cielo. 
Ecco svelato il mistero
di cotanta beltà 
di codesto urano. 
Lei, così nobile d’animo, 
cede l’ultima speranza 
al giorno morente. 
È la ninfa del tramonto, 
che dedica la sua vita 
al mondo, alla quale 
è dedicata questa umile
poesia. 

Le memore di una vita



Verrò
sul tuo sepolcro non
per piangere, non
per disperare de
la tua assenza, ma
per ridere
come tu mi hai 
insegnato e
per gioire de
la tua presenza
nei miei ricordi passati.
Perché di memorie 
si vive e di memore
si muore:
così,
dolcemente.

Il Don Juan che non ti aspetti…



Che bizzarro l’uomo:
abituato dalla nascita ad essere
un inguaribile sciupafemmine. 
Sopravvive inerme all’amore, 
attendendo l’ennesima vittima. 
In vita sua non fu mai coperto 
dall’onta d’esser innamorato 
… ma questa volta… 
Nel roseo ciel si perse. 
Contemplando stupito
l’improvviso cambiamento;
interrogandosi continuamente 
sulla tempesta violenta 
che inspiegabilmente trasformò 
il suo inetto vivere 
in un lento soccombere. 
È la morte del Don Giovanni,
logoro di follia
per aver ammirato tante donne,
ma per non esser riuscito 
ad amarne alcuna.
E nell’istante in cui
Cupido lo colpì al petto,
si fermò attonito 
a guardare il vespro
dall’opaca finestra e, come folgorato,
scattò una dozzinale fotografia:
ritratto della sua vana
bellezza, ormai in declino, e 
di un amor proibito che
mai vivrà. 
 

Il silenzio del N° 12



IL SILENZIO DEL N° 12

Chissà per quale oscuro motivo
per dire che non si ha
voglia di scrivere,
che non si hanno idee,
sia necessario proprio
ciò che la nostra mente 
in questi momenti rifiuta.
La scrittura è 
la droga degli esuli.

La pietra di Narciso



Su una pietra in mezzo al fiume
non domandare perché
tutto scorre.
Da una pietra in mezzo al fiume
ammira il fatuo
andare dell’acqua.
Da una pietra in mezzo al fiume
puoi scorgere l’istinto
impavido del paesaggio,
a discapito del suo tacere
scavando tra i meandri
di questa perfetta quiete.
Da una pietra in mezzo al fiume
il tuo riflesso non sembra più
così nitido mio caro Narciso.
La tua Eco grida ed
il riverbero del suo strepito
eccheggia sonoro nella 
verde e grigia radura.
Su una pietra in mezzo al fiume
pare tutto colmo di vita,
le rocce, gli alberi, la terra..
è Primavera, tutto si desta
e tu, greco cacciatore, rifiutasti
la più preziosa delle Oreadi
facendola morire di stenti
nella ricca stagione.
neanche i sensi di colpa 
ti salveranno, perirai
nel modo più atroce:
patendo le pene d’amore.
Ma una speranza c’è:
da una pietra in mezzo al fiume
non domandare perché 
tutto scorre e perché
alla tua bellezza non 
è resa giustizia, ma chiedi
dove sarà la cascata più vicina
e tuffatici dentro, oh Narciso!
A valle rifiorirai ed
in compagnia di Eco
svestirai il tuo ego
e lo ricoprirai di amore.

Ode al miracolo della Piazza



Bella
da spezzare il fiato.
Maestosa
da restare attoniti.
Ode a te Campo dei Miracoli
che imponente ti ergi
a ridosso del variopinto borgo.
Ode a te Battistero
ed alle tue guglie
concepite per stupire.
Ode a te Campo Santo
che nell’assoluta quiete
i Grandi riposano
circondati da mura insormontabili.
Ode a te Cattedrale
che degli artigli del diavolo
ne porti martire i segni.
Ode a te Campanile Pendente
che dalla rena inclinato 
stenti a star ritto sul basamento,
ma non osi cadere giù,
quasi per non sfigurare
dinnanzi la città intera.
Ode a te piazza eterna
che mai sfiorisci, né sparisci
sotto il corso del fiume
impetuoso dei turisti occasionali.
Ed ogni volta
in tutta la tua
Immensa Importanza
nonché Grandezza
che i tuoi marmi comunicano,
ritrovarsi di fronte a te
è sempre
straordinariamente
come la prima.

Ai confini dell’ispirazione



In questa landa sconfinata,
dove il mare s’incontra col grigio cielo,
la terra si affaccia sull’oceano
dipingendo meravigliose scogliere.
Non vedi la magia di ciò?
Non vedi l’infinita  bellezza
che questo luogo traspira?
Riesci  a sentirla?
Ti senti percorso da un’incostante brezza
che lieve ti scosta l’anima?
Io sì.
E mi lascio cullare.
Permetto che mi scompigli i capelli
che mi faccia sentir freddo
che mi sconvolga.
Sospesa dalla corrente
di un mite vento
a metà tra immaginazione e realtà
mi son fatta natura. Adesso:
sono le onde del pelago
i fili della verde erba
i granelli della rena rossa
che lenta viene erosa
dall’acqua salata.
Ormai sono parte
di quest’incredibile paesaggio.
-è un sogno?-
Ti chiederai.
-No.- Ti risponderò.
Esso ha un nome
ed è:
lo spazio dei sognatori
il ritrovo dei poeti,
il punto di perfezione massima,
l’Irlanda.

Il mestiere di vivere



Scrivi mia cara:
scrivi.
E vedrai che la solitudine
sarà, solo, un dolce 
abbraccio
nel quale ti sentirai
cullata e accarezzata
da splendidi e irripetibili
ricordi.
Non ti abbattere se
all’inizio sarà 
un insuccesso.
Imparerai scrivendo
il mestiere di vivere.

Let It…(?)



E tu
 
Così simile a me:
 
Manifestati!
Lascia
che le tue parole 
sboccino
come gemme 
nella stagion lieta.
Non restare chiuso
nel tuo bozzolo,
permetti alla metamorfosi
di commettere il suo corso,
o morirai soffocato da
inutili paure ed il tuo essere
tramonterà col sole.
Non fare come me.
Mi sono spenta più volte
indugiando sul da farsi
atterrita dall’avvenire.
Buttati
Azzarda
Osa
Ama!

La spontaneità di essere noi stessi



è arduo pensare,
è difficile scrivere
lo è ancor di più spiegare.
Qual è la ragione di ciò?
-La spontaneità-
e cos’è la Poesia, se non
l’arte di essere
noi stessi?
è verseggiare: liberamente,
senza costrizioni,
abbandonati al flusso
dei soli pensieri.
è espressione di tristezza
della sera:
svanita,
ormai la mattina;
come le parole 
non scritte  
mai.

Tra Eros e follia



Seguimi,
ti porterò all’equatore 
a mezzanotte:
faremo l’amore sotto le stelle
fino a che non avremo 
le forze di reggerci in piedi.
Così non potrai dire,
ansimando sulle mie labbra,
assaporando la tua pelle,
graffiandomi la schiena,
stringendoti a me;
di non averti dichiarato il mio amore 
davanti l’Universo intero,
giurandolo sul firmamento:
testimone d’una delle tante notti
piene di follia,
colme di noi.

Il Dolore



Essere ascoltati, pretenderlo:
è trovare una ragione
a ciò che accade,
più del motivo vero per cui
le cose succedono?
Viviamo per raccontare?
O forse per sfogarci?
Per essere compatiti,
esorcizzando i nostri mali?
Il rimedio del dolore è:
Indescrivibile,
come la voglia che t’assale.
-Quando?-
-Perché?-
Il disio di riempire pagine
con parole sconnesse,
buttate lì.. come se l’ore
fossero vuote
e le frasi
l’unica arma di fronte
la tempesta senza fine
del fuggir via del tempo.
Ahi vita, amara mi chiedo:
se solo il verbo non servisse per dimenticare,
avremmo trovato il senso dell’esistenza
e un risposta al quesito mio:
“perché ostinarsi a riempire fogli vacanti?”
-Perché?-
“Loro sono l’unica cosa che resta
su questa trite terra
in grado di ascoltare.
L’inchiostro ha in sé tutto,
e la carta
sa assorbire anche
il più remoto pensiero
il più puro sentimento
nascosto in fondo al tartaro
della nostra anima.
Sì, la risposta è:
Amare.
Io amo chi mi ascolta,
amo lo sporco bianco
del taccuino su cui scrivo
e la nera penna
che sanno udire, in quiete,
i miei silenzi gridati.” 

Qui, ora.



Prima
dopo
durante.
Un inizio
una fine
___ la morte
la vita,
una partenza
___ l’ultima.
Il silenzio accompagnerà il tuo dolore.
La solitudine sarà
il tuo punto di arrivo.
Non darti per vinto,
non arrenderti!
La tua vita comincia:
QUI,
ORA.
 

Il peso della Primavera



Un fiore dal gracile stelo,
sorretto da delicate dita,
si agita del vento.
è impaziente di liberarsi 
da quella stretta,
apparentemente debole,
ma straziante ed opprimente per lui.
Crede di non potersi
disfare di questo macigno.
E, non potendo vivere
schiacciato dall’ombra
di un così rigido inverno,
morirà un attimo prima
di scoprire che l’attesa
di un solo giorno in più
gli avrebbe permesso di vedere
la Primavera.

Il silenzio della natura



Ascolta
in silenzio:
come le onde del mare
si infrangono sugli scogli.
 
Sconquasso
 
Rottura della perfezione,
il suono di una natura dal cuore
potente e distruttrice.
Il riverbero dell’acqua marina
si propaga nell’ambiente circostante.
 
<<swish, splash, sbam!>>.
 
Immobili io e te assistiamo
a questo straordinario spettacolo,
non accorgendoci, in realtà,
che tutto ciò che accade
si ripete dentro di noi,
costantemente,
tumultuosamente,
ogni volta che si incontrano
i nostri orizzonti.

Il sogno



Stanotte,
Un sogno:
Io, te ed un bacio.
 
Orribile,
Il più brutto che abbia mai ricevuto.
 
Esigo, pretendo che divenga
REALTÀ.
 
 
 
 

Meraviglia



De la mia ira,
dei miei sgomenti,
de le mie paure,
dei miei sogni,
de le mie palpitazioni
tu se’ la cagione.
 
‘l solo pensier del volto tuo
fa raffiorar ‘n me
la gioia di resistere, sentire, provare, tirare avanti,
 
vivere.
 
Al medesimo modo
del gallo, che
all’incontro fuggente
della notte col giorno,
freme dalla voglia di cantare.
 
Meraviglia.
 

Ubriaca di te



Sei stato il vino
che mi ha resa ubriaca
e le parole che mi mancavano.
I versi fioriscono
la mia anima risorge
la malinconia è padrona.
 
Hai soffiato, nei miei polmoni
sentimenti vitali,
usciti dal tuo cuore,
chiuso come il vaso di Pandora,
e che da allora,
mai più abbandonarono il mio corpo.

Tu sei l’indifferenza



Stregata:
da non so che incantesimo
che l’occhi tuoi m’hanno scagliato.
Rapita.
 
Non c’è prezzo
che non possa pagare,
perché io accarezzi
i tuoi neri capelli;
perché io scruti
quei magnifici lineamenti,
perché io senta l’odore di rose
della tua candida pelle,
perché io assapori le tuo corte labbra.
 
Tu non t’accorgi di me
o inconsapevolmente l’hai fatto
e hai riso dicendo:
“che pena mi fa”
la stessa che provo io
nel vedermi trasportata
da futili sentimenti.

Io Catullo, tu: Lesbia



Catullo scriveva:
“Odi et amo”.
Ed io non so,
alla stessa maniera,
se t’amo o se t’odio.
Lacerata dalla tua indifferenza,
t’odio.
Frastornata per i tuoi sguardi mancati,
t’odio.
Inebriata dai tuoi leggiadri movimenti,
t’amo.
M’hai confuso,
m’hai scosso,
ma è grazie a te
che mi sento finalmente,
irrefrenabilmente
viva.
 

La mia attesa



Il solo pensiero d’averti percepito mio,
anche solo per un istante,
bastò per perdermi
tra il mare dei tuoi occhi.
Ero un fiore appassito, strozzato, sterile d’amore:
ritornato adesso in vita,
sollecitato da un’aria nuova,
dissetato dall’acqua di sorgente
limpida, come le parole che sussurri.
 
D’improvviso tutto smise di esistere,
allo stesso modo in cui cominciò.
 
Or ora, aspetto con ansia,
tuoi piccoli gesti
una carezza,
un tocco,
un sorriso,
che m’allietino la giornata.
 
Tuttavia, mai arriveranno.
Sei come uno di quei treni
che una volta passato,
non tornano più in stazione.
 
Binari morti che io e te
conoscemmo nel secondo in cui
il tuo respiro incontrò il mio
e le nostre anime si baciarono
senza saperlo, o forse,
senza che la tua conoscesse
ciò che la mia desiderava
ardentemente:
essere tua.

L’attesa



S’aspettarono.
non sapevano far altro
che attendersi.
Lei si chiedeva se
lui la pensasse,
se solo una parte della sua mente
le appartenesse.
Lui, forse, faceva lo stesso
“o probabilmente no.” – diceva lei.
Finirono per far l’amore
con le ore ed i minuti,
dimenticandosi dei rispettivi volti.
Restò solo l’attesa senza fine
d’una chiamata,
d’un messaggio,
d’uno sguardo.
Ma i loro occhi non s’incontrarono più:
e, per la paura d’esser di troppo,
s’amarono tutta la vita
in un silenzio assordante.

Il ticchettio dell’orologio



è un continuo cercarsi, rincorrersi,
dove io non ti trovo
e tu ti diverti
a non farlo accadere.
Ingenua io che:
ascoltando il pedante ticchettio
dell’orologio, mi chiedo se
al solo pensier della mia vista
la tua bocca s’increspa in un tenero riso,
dove li occhi gioiscono,
ma lentamente s’abbassano,
le gote s’arrossano
e la schiena freme:
percorsa da un gelido brivido;
invece di domandartelo.
 
Bensì la parola svanisce
la mente s’offusca
e viaggia:
tra le nubi della confusione
create dalla tua presenza
e il timore d’esser derisa
vince sulla favella.
 
Il sentimento mio si traduce in versi
e la frenesia,
dell’emozioni non pronunciate,
fa scorrere la penna
su queste vuote pagine
che aspettano d’esser riempite
da languido inchiostro,
mascheratore di vergogna.
 
Ed io, sempre più lontana
da te, è così
che voglio stare:
infossata nell’incertezza
e nell’illusione del mio scrittoio;
dove l’immaginazione mia,
ingannata da inutili e falsi miraggi,
non conosce la verità
nascosta nei tuoi lucidi pensieri.
 
Sospetto che mai saranno miei,
poiché non colsi
l’attimo fuggente
nel quale m’offristi un’occasione.
 
O almeno,
così
m’è parso.