A.133

 



Illudimi ancora tu dunque

superba finzione danzante fra

spazi senz’aria ed il freddo che

preme mi dona l’eterno respiro

contratto e fatale

idillio di divi mai nati e di stelle

già morte ma

mai.

E quindi rimenami spettri

fra l’occhi soffusi pei

lumi e stoppini consunti

d’un tempo che fugge ma io

E’ solo un dipinto sfumato nel

rosso e nel giallo poi nero ed il

verde ed io sono

pittura pennello e la

tela fra mani callose ed esperte

che inquiete mi tracciano

il solco che scava lo sterno

mio umano che ingoia la

neve.

E voi versi vi scrivo qui assente

a me stesso arrivandomi lemmi

che riempiono il cuore e la

milza e non sono più

umano.

 

Tu brilli

silente.



Dove giungi dunque tu

dolce mia aurora

nei cieli che strazi

le parti più brevi del

corpo mio fuco che freme

sigillo del cielo che piano

m’adombra nel flusso di tutto

e cazzo io sto scomparendo

ma dunque

dovunque scompaia di nuovo

si tesse frammista lentezza

di rossi e di viola più tenui su

carne salmastra che

Ah dunque mi senti pulsante

di lumi soffusi ch’abbreviano

steli di colli lì fermi ed algenti.

E voi che cosa parlate

tremende voi voci qui nella mia

testa che stride macigno di

ferro ed acciaio inumano che

lesto m’avvinghia sottile e le

unghie qui nella mia carne

mentre mi cullo ossessivo.

E lì muschi fumosi e furtivi

s’accrescono lesti fra i

fremiti miti che narrami il

freddo.



Funesta Venere, dilettami di sangue e

gemme trafitte qui dentro la

carne squarciata.

Meschina dea, brilli d’ombra pomposa

e lussuoso il corpo tuo freme di

gelo sudato,

e dell’unghie tue sporche e vermiglie

prostrato al corpo tuo vano m’idillio

beato.

 

E dunque ribevi l’orrida

vita.

 



Umida è la cella dove

sfrigano artigli sinistri

e gli arti si spezzano lenti.

Donde picchietta la goccia

lì tremula giace la pozza che

narra le luci riflesse lì dentro frementi

s’accostano i germi.

Umile diva

rinchiuditi sola sul lume che

dormi e mi sveli i segreti

tremendi che celaci il caso,

rincorrimi atra nell’ombre

che i nervi t’iniettano

infami

poi godi;

estrema stiracchi le vene.



Cullami o diva

mentre nell’aere sognanti

cicale rischiarano il

Ridimmi le cose scordate le

vite passate a strapparmi

da vite passate e ti imploro lascia

che vada.

Lontano è arrivato, il tempo

è passato ed ora

sfumano i soli e le lune più calde

 

Fedele compagna,

rialzami in volo fra stormi di prima

fra forti correnti di se,

baciami dolce le labbra che

frivole tremano leste se tu le tocchi

compagna,

schiarisci di nuovo le luci che strisciano

sole e prendi la mano che scuote

Tremenda compagna,

scotimi l’ossa frementi di ghiacci segreti

che pure son tuoi e tuoi soltanto,

mia

tremenda compagna

accidia.



Ho visto i tuoi fiori guardarmi

di lato e trovarmi profumi

perfetti;

ho visto i tuoi cumulonembi

annebbiarsi distesi sugli

occhi;

ho visto i tuoi abissi ventrali

sventrarsi e dibattersi veri ed

Ho visto corolle e pupille d’un largo

inumano ed immondo dov’api

silenti;

ho visto tremare la terra sul peso

d’ogni tuo sempre e comunque mi

guardi.

Quegli occhi protesi alla quiete

che muovi soltanto nei mari

giganti;

ma quindi trovandoti poi nello

scandire di eterne e rintocchi

sul tempo di vita.

Credimi muoio, sapendo che proprio

desiderando io quella montagna

l’uccisi.

 

E’ un petalo puro poggiato

sull’acqua del Delta del

Mekong.



Lembi

di pelle che aulenti or raschiano

vene con termiti e gemiti vincono

il coro solingo sconfitto nel soffio di

braci che stridono fumano è già tutto

Maestosa

l’altura dell’uomo ingravida verdenti

pistilli e cancrene mentre mi strazio

all’ombra di luci sottili che strillano

Adesso

tu dammi le tremule ore che

sibilan ferme e le gemme marcite

di brame che umane vi giacciono

Silente

permane del cuore il colpo

e m’assimilo etterno dilanio

il mio cranio per darmi ad

Sorridimi

spenta.



Di salnitro sull’ugola tremante

il labbro profuma,

e di pagine levi di giallo

del tempo al gemito

di nubi salmastre

e d’incanto

sul ciglio degli occhi.

Riconosco qual certo vigore

nel fusto sprezzante del

germe di quercia,

nel crescere fine che

s’adombra veloce nel tempo

disumana lentezza che sfugge alle dita

di brevi trascorsi d’organici effluvi

fantasticati nel nome di

Vita.



Di mari violenti schiumeggia

il suo seno lussuoso, e di

foglie giallastre si spoglia lasciva;

tesa e spillata è la

schiena di

Sera.

Cucita è la luce sul

filo del vetro, e una

frase di fumi lentastri

sussurra sul muro che

sembra tremare d’un caldo

sospiro.

Le agguanta la

coscia di pioppo quell’ombra che

striscia lì addosso confusa fra

fusa che tesse il suo fuso sul

collo mio

leve.

Suda l’alcova,

e forse regala un

respiro strozzato nell’aria

sottile che spira poi stride

sublime.

Viscido verme sinuoso e

lascivo, adesso contorci le

mani ed espira per l’ultima

volta.

 



Vissi d’istinto,

e di lumi sottili nel

lieve mio petto ansante di

braci sussurran

“ci stiamo spegnendo”.

E di quei cieli inumani

non vidi che quanto distanti

le luci di lacrime etterne giacevan

vibranti nel buio che atroce

lambiva il mio suolo.

Oh madri gemelle,

levatemi ora nel gelo di casa,

raschiatemi il derma, i nervi e le

vene sottili e bluastre, e i miei occhi

brillanti ed opachi

lì aperti

saranno per voi

polvere lieve.



C’è gioia nascosta nel

cuore di tutte le cose,

e c’è silenzio a regnare in

quel posto. E forse, forse

lo troverai come un bambino

che solo sta e gioca nel

bosco.

È tutto lì dentro, c’è il

mondo ed il suo riflesso,

basta che

cerchi.

 

E s’insinua il grido più vano del

cuore, armonia leggera che

cade e poi lascia di nuovo dei

gigli a fiorire sul corpo mio

morto.



Quantunque impressione che

giace all’abisso del vostro pensiero

v’illude animali che divisi voi

state e la carne che chiama la carne

mangiane il sangue ad altrui per trarne

sostentamento.

Ma schiudendosi l’occhi al piegarsi del

sole e del cielo che v’ostracizza da patria di

dio, vedrete sul farsi del mondo l’ingresso

dell’aria e un’ondata di

calma e sovraterrena

quiete.

 

Solo v’è il grande

silenzio a

danzare, il resto soltanto

fremiti alla

pelle di quel ballerino e voi

dimenatevi pure e gridate

esplodete e poi demolite

palazzi persone la terra

ma tanto

resta soltanto la

quiete.

 

 



Ascolta.

 

Cade la luce soltanto,

non dona null’altro che

soffici odori fra i rami del

salice che senza saperlo lui

freme.

E un filo di fumo

s’insinua fra le lenzuola

stancante ed un copriletto

marcito.

 

È il lume,

il lume da solo e

rido beffardo

ai tuoi occhi insozzati dal

disappunto.

 

È il lume da solo che

danza, e l’occhio

ed il visto non hanno nessuna

distanza.

 



Non sai quanto rido

a saperti pensante e del tutto

insoddisfatta per quelle tue labbra

stupende e per quei tuoi occhi

accecati dall’essere te.

Rido di gusto,

davvero,

se penso a quante stradine

nascoste avresti scoperto

guardando di là dal tuo naso ma

è scomodo dormire sui sassi

anche se se sopra c’è il cielo che

splende.



Tutto va bene

mentre l’arsura mi scuoia la

gola vorrei bere benzina ma

tutto va bene

mentre piano il cuore m’accorcio

con un limaunghie in

questa fottuta finitudine

tutto va bene

m’impedisce di dissipare e

annego nel vomito del tempo

e di tutto ciò che non sono mentre

tutto va bene

bisbiglio che

tutto va bene

rispondo che

tutto va bene.

 

 

Trovami un motivo soltanto,

a parte tutta questa vitam

per sorridere

vivo.



Avete preso astronavi

umani

e vi siete volti a guardare

le stelle e mai

avete guardato

quell’assurda bellezza

sotto i vostri piedi

senza nomi

nazioni

né cazzo di etichette.



Freddi

pannelli rinchiusi da gabbie di

uomini soli che guardano

guardano guardano com’è

meraviglioso, eppure banale,

morire di fame in cima al

colle più brullo

gelarsi nell’ombra d’un fuoco

che dalla tua pancia

vomiti intorno

ma chi vuoi che s’infiammi

se non l’arida paglia?
Ah,

adesso sorridi

mortale.



Credi che tutto vada

compreso in modo da

raccogliere canestri di

sapevo volevo potevo ma

ogni volta il mozzo si

spezza e il timone ti

sfugge.

Quindi a questa barca che

barcolla arrancante su

muri di schiuma ho da dire soltanto

affonda che è negli abissi

che sono i tesori e le

seppie giganti che spruzzano

inchiostro, tu rubalo e scrivi

poesie d’amore all’isola che mai

raggiungerai.

Ho soltanto la rabbia di dire

sapevo volevo potevo

quando poi non serve più

a un cazzo di niente,

quando poi il cielo si

sbianca lo stesso e poi crolla

nevischio.



Non ho note

che tu possa udire,

né tratti

che tu possa amare,

soltanto le

mute parole che inchioda la carta.

 

Un sibilo sciocco

fra i denti del

caso,

aria che sporca ritorna

nel cielo che

gela.



Santi silenti con mani tagliate

dal freddo, che poi la neve

che cade risulta un po’ densa

a stare alla pelle mentre

il fiore, radice s’aggrappa alla

terra che tace parlando

alla volta che tace è silenzio

silenzio, nell’aria nel vento

che urla ma

tace lo stesso.



M’affascina del mondo

il silenzio profondo e la

luce sottile che filtrano i rami

e lo stare a guardare i tuoi giorni

morire d’insonnia.

 

E il mistero sottile

che giace sublime all’orlo

di tutti gl’inizi e

d’ogni fine.