A.142

 

Natale



Odio
abbastanza
il Natale:
tra tutte
queste
lucine
stelline
pacchettini
regalini
fiocchettini
l’unico che non brilla
mai abbastanza
sono
solo
io.

Questa è un’emergenza.



Arrendetevi,
signori miei.

Sì, state un po’ a sentire:
per amare bisogna arrendersi.

Avete capito bene:
lasciate pure le vostre amate maschere,
toglietevi quelli scudi di cartone,
abbandonate le vostre armi difensive
(che tanto non siete i Genghis Khan del 2017)

Spogliatevi di tutto,
di tutte le preoccupazioni,
di tutte le paure,
di tutti gli scontrini,
di tutte le scuse,
i ma,
i forse,
e sentitevi nudi.

Completamente
nudi,
persi nel freddo,
nella solitudine,
in tutte le vostre debolezze,
in tutte le vostre cicatrici.
Ma con le braccia tese,
vicine,
che si sfiorano
fino a incontrarsi
con un’altra anima
che si stringe a voi
e che vi fa sentire
tutta la bellezza di essere nudi,

anche sotto la pioggia.

Il mio fiore del male



Dicono
che ho il veleno
sotto pelle,
dentro ogni parola,
dentro il mio schivo
andarmene tra gli uomini,
dentro gli occhi
stanchi e spenti
che nascondo
dentro me

Ma il segreto
di questo amaro sapore
è lo stesso
di chi
ha le mani
troppo fragili
per strappare
alla terra
un nuovo fiore
o per rubare
al cielo una luce
da poter sfiorare.

Bologna, 14 Novembre.



Quanto vorrei
in mezzo a tutta questa neve
poter sciogliere
anche io
tutte le mie consapevolezze
tutti i nodi che mi legano
tutte le radici che mi stringono a questa realtà
tutto il peso specifico,
che inevitabilmente
mi schianta a terra,
per poter ritornare
goccia
nel mare dell’indefinito.



Il mio
è un cuore
che (non) conosce
luoghi
spazi
geometrie
angoli
case
binari
orizzonti

D’altronde,
sono
solo
un fuorisede.

Sì, viaggiare



Hai fatto la valigia?
Hai preso quella camicia
che ti piace così tanto?
E quando hai detto che torni?

Mi guardo davanti allo specchio
Mi dico quelle stupide frasi di convenienza
che tanto la camicia è già dentro
insieme a lei
lo spazzolino
le preoccupazioni
un orologio
i miei pensieri
un paio di calzini
uno zaino di speranza
e la camicia,

Che poi si parte per cosa?
Per tornare?
Per viaggiare?
Per non pensare?

Si parte
per vedere
per immaginare
ma soprattutto
per volare,
che a me
tutto questo vagare
ogni volta
mi fa
sognare.

A-mar



Dejadme a mi solo
navegar
para después
vagar
en este mar
donde cada
horizonte
me hace escapar
hasta la fin
de este
perpetuo vagar

Pero

quédate,
porque
en este mío
andar,
navegar
y
lentamente
deslizar
este nuestro amargo amor
nos hace amar
y suavemente
deslizar
para después
ahogar
en este
nuestro amargo
andar.

Vendrán tus ojos y tendrán la muerte.



Vendrán tus ojos y tendrán la muerte.
Aquellos ojos que todavía llevo conmigo,
apretándolos en mis dedos
y que cada noche
se posan ligeros
sobre los míos,
cubriéndolos
para no ver
más que
la oscuridad
de tu abismo.

Vendrán tus ojos,
con sus órbitas
que yo, cosmonauta en exploración,
tengo que incesantemente recorrer
para poder llegar a ti,
a tu esencia,
al espejo detrás del cual te ocultas,
a tu alma,
a todos aquellos planetas que me escondes,
y a aquella que
silenciosamente
me estrecha,
me envuelve,
me persigue:
mi muerte.

Mónos-lógos



Qui,
solo,
tra tanti
tanti pensieri
tanti personaggi
tante commedie
tante tragedie
tante farse, burle e ipocrisie
tanti palcoscenici che
non mi appartengono più
tanti mondi che non riesco
a interpretare
ad apprezzare
a confrontare
a spiegare
vorrei riuscire
a trovare
qualcosa
che
è
solo
mio.

A-mare



Lasciate a me solo
navigare
per poi
vagare
in questo mare
dove ogni
orizzonte
mi fa scappare
fino alla fine
di questo
eterno andare

Ma
tu
resta,
perché
in questo mio
andare
navigare
e
lentamente
scivolare
questo nostro amaro amore
ci fa amare
e dolcemente
scivolare
per poi
affogare
in questo
nostro amaro
andare.



Continuamente
vivere
con un amaro sapore
dentro me

(Non è caffè)

E’ che
tutto il dolce che c’è
appartiene a tutto
ma non
a me.

Verranno i tuoi occhi ed avranno la morte.



Verranno i tuoi occhi ed avranno la morte.
Quegli occhi che porto ancora con me,
stringendoli tra le mie dita
e che ogni notte
si posano leggeri
sui miei,
coprendoli
per non vedere
altro che
il buio
del tuo abisso.

Verranno i tuoi occhi,
con le loro orbite
che io, cosmonauta in esplorazione,
devo incessantemente percorrere
per poter arrivare a te,
alla tua essenza,
allo specchio dietro il quale ti celi,
alla tua anima,
a tutti i pianeti che mi nascondi,
e a quella che
silenziosamente
mi stringe,
mi avvolge,
mi perseguita:
la mia morte.

Io amo.



Amo
di me
tutte quelle debolezze
tutte quella voglia di esagerare
tutti quei desideri infiniti
tutti i miei naufragi temporanei
tutti quei brividi
tutta quella voglia di sentirmi uomo
con tutte le mie cicatrici
i miei pezzi difettosi
tenuti insieme quasi per miracolo
i miei occhi di meraviglia
davanti alla magia di ogni giorno
le paure che tengo nascoste
dentro me
come fantasmi di un castello abbandonato
e tutte quelle cose
che forse
di me
non hai mai amato.

Memorie di oceani perduti



Io,
come un naufrago
mi aggrappo
mi stringo
mi lego
ad ogni ricordo
immagine
frammento
pezzo
ad ogni onda
disegnata dai tuoi capelli
ad ogni contorno di cielo
sulla tua pelle
dietro le costellazioni
dei tuoi nei
ad ogni finestra che
si apriva solo a me
dentro gli occhi tuoi
ad ogni linea
così
dolce
curva
perfetta
che ci univa
in un sol bacio

Quante geografie
memorie
fotografie interne
esplorazioni
parole
sensazioni
brividi
restano a me solo,
io che come un naufrago
mi perdo ancora
dentro di te
per poterti studiare
ammirare
capire
e fissare
nell’eternità di un attimo.

 

A te, Aurora



Sai,
certe volte
vorrei sentire
solo
le tue dita
tra i miei capelli
e vederci così
noi due,
persi in un
mondo tutto nostro,
vicina
al mio petto
con tutte le tue paure
e sussurrarti
ancora
quelle parole dolci
che di me
odi ancora
mentre
silenzioso
il giorno muore
intorno a noi.