A.142

 

a little bird told me that



you forced me to
fly
flee
flow
float
flick
flinch
flare
flame
but in this spotless golden cage
i barely learnt how to
flaw.

Poetizionario n° 1.



/ri·còr·do/:

Respiro il silenzio di un’esistenza pianificata
Intingo le ossa nella memoria che preme, freme e sguiscia
Circumnavigo a vista l’arcipelago di attimi
Ostento tra gli specchi di un’Io ormai estraneo
Respingo il vociare affannato dei minuti sovrapposti di quel martedì pomeriggio
Dirigo lo sguardo verso il cielo
Ormeggio la mente, alle spalle la tempesta:

Rapido Infinito (Censito Ormai Ripetutamente) Da Occultare



i wanna
bash
batter
beat
beg
blast
block
blow
bomb
break
bruise
burn
burst

and then

bury

all this.



Vorrei raccontarti di quando il cielo
qui si accorda con l’anima
e piange miseria nelle strade inglesi
delle risate, delle crisi profonde, dell’intensità di tutto questo
di quando per queste vie
ho perso, rischiato e ritrovato me stesso
della vista appannata quando torno a casa
e il gin mi scorre nelle vene
dei libri che leggo, delle persone che incontro,
dei sogni che ho in mente
di ogni parola mancata
di ogni volta che sono contento e non te lo dico
di quando vorrei averti qui e non ti avviso
di quando tutto questo è solo un peso in più
e sotto voce,
stringo tutto questo
dietro al cuore
e al telefono rispondo ancora ‘tutto bene’.

Here



Here,
alone,
among many
many thoughts
many characters
many comedies
many tragedies
many farces, jokes and deceptions
many stages
I don’t belong anymore to
many worlds I don’t manage to
interpret
value
compare
explain
anymore
how I’d love
to find something
that is
only
mine.

I love



I love
of me
all those weaknesses
all that craving for excess
all those endless desires
all my temporary shipwrecks
all those shivers
all that longing for feeling human
with my scars
my faulty pieces
held together almost by a miracle
my eyes filled with marvel
before everyday magic
the fears I keep hidden
within myself
as ghosts of a haunted castle
and all those things
that perhaps
you never
ever
loved.

Green fingers



You tear up
every day
the petals
of the flower of happiness
while pretending
not to know
that it’s you,
only you
the lifeblood
of all this.



Ai tumulti del corpo
si innalzi il pensiero,
si accordi col cuore



and i run
i
constantly
persistently
endlessly
run

but who said i need to run?
what am i trying to clasp?
am i not fleeing from my own feet?

still eagering for an answer
i run
from a dog’s bark
none hears.

Giugno ’18



Avrei voluto solo rimanere per un po’
senza più partenze, arrivi e coincidenze
senza sacrificare la mia vita
in un’altra valigia
senza cambiare il faro del mio porto

Ma qui
sento
il sangue che scorre nelle mie vene
la salsedine e il vento del mio spirito
il sapore acre della mia terra

qui
c’è la tazzina di vetro
in cui prendo sempre il caffé

c’è la linea dove tutto finisce
e che il mondo stringe e abbraccia

ci sono gli assiuoli che ogni notte
cantano impietosi la morte

ci sono le stelle a cui
non riesco mai dare un nome

ci sono i silenzi di babbo
e i discorsi senza fine di mamma

qui
sono Io
e per quanto possa scappare
sarai eternamente
amara terra mia.

Lesbia la dava a Catullo?



Dammi un bacio, mia Lesbia,
ma che sia soltanto uno.

Non v’è in me
il disio di mille baci soavi
o di tanti slinguazzamenti fugaci

Odiamoci,
Lesbia mia,
che l’amor è picciol cosa
e il nostro
di due soldi
varrà anche meno

Di baci
io non ne voglio cento
ma soltanto uno
per portarti a letto

La mia poesia non ti salverà.



La mia poesia non ti salverà,
non ti svelerà gli arcani di questo universo.
Non sarà tua, né mia, né nostra.
Non sarà la voce che ti sostiene
il palmo che ti accoglie
i silenzi che ti ascoltano.
non soffierà in te come il vento di Dicembre
non ti lascerà il profumo dei gelsi in fiore
non conserverà la leggerezza dei bambini
che escono da scuola.

La mia poesia non ti salverà,
puoi starne certo,
anche se mentre passi
ti aggrappi alle parole
strepiti su questa carta
e cerchi quello che
non vedi
non vuoi
non senti.

La mia poesia
però
sarà sempre lì
e forse non ti salverà
non ti toglierà dal peccato universale
di dover esistere
ma sarà voce tra le ombre
e parlerà.

La ascolterai
per un secondo
la vita si fermerà
si tingerà dell’essenza
e riderai o piangerai
di chi scrive
di quello che non sei e non sai.

Vive(re)vive(re)vive(re)vive(re)vive(re)



e poi rivestiti di questa ostinata percezione di non essere soltanto una vaga scintilla nella costellazione umana ma di essere parte di un tutto di poter sentire che queste percezioni immagini sensazioni brividi silenzi pensieri sono parte di tutto e te che pensi che non c’è niente di nuovo che sorridi come la prima volta che mentre guardi tutto questo ti nascondi dalla marea e vorresti non esistere rimanere fermo immobile davanti allo scheletro degli eventi non startene lì impalato a fissare le ombre di una vita che ti passa davanti come qualche libecciata di novembre la tempesta ti coglie inaspettato ti lascia senza respiro ma tu forse vuoi morire così sorridi mentre pensi che questa non è la prima ma che non sarà nemmeno l’ultima volta che in questo cazzo di mondo liquido sono forse liquide anche le emozioni e che come la lancetta dell’orologio di casa mia tutto passa scorre ritorna rivive e te che mi dici ancora che vorresti strapparti i capelli per questa storia dell’eterno ritorno mentre ti illudi ma sai bene che le lacrime non scalfiscono l’ossessione di essere una lancetta in una vaga esistenza che vorresti fossero sempre le otto e un quarto mentre ti dici che vuoi imparare a nuotare che questa cosa di dover affogare senza imparare dai cambiamenti della marea proprio non ti piace ma io e te ti dico mi dico ci dico che bisogna vivere, vivere ancora e vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere

L’ego in una stanza



Abbasso le tapparelle
chiudo la mia finestra sul mondo

lascio entrare solo i fitti raggi
delle intersezioni

sul grande armadio bianco
si staglia un infinito gioco di luci e ombre

tutto si confonde
non cantano più gli uccelli
e il vociare della città si disperde

Lentamente
con il dito
seguo
le mie linee
le mie geometrie
i miei vuoti:
è calma
è pace
è luce

Si proietta
divinamente
nel caleidoscopio
della stanza
la mia figura

e non conosco
più religione
se non quella di far l’amore
con le mie stesse ossa

Pollice verde



Strappi al fiore della felicità
il petalo di ogni giorno
mentre fingi di non sapere
che di tutto
la linfa vitale
sei solo tu.



Leggo
di innamoramenti
di passioni
di silenzi
di estenuanti
e protese
attese
di vite nell’ombra
di anime
divorate
consumate
trapassate
e mai più prossime
e poi penso
che
mai
e poi mai
io vorrò
rinunciare
al presente:
di tutti
il fiore più bello
da poter cogliere

Verranno i tuoi occhi e avranno la mia morte. Atto II.



Verranno
i miei occhi
e avranno
la tua morte.

Ma
dentro
non ci troverai
un bel niente.

Al ristorante. Ore 13. Un cameriere e un passante.



“Oggi,
le consiglierei
un bel piatto di dubbi
e come antipasto,
un vassoio di illusioni.”

Non capiva.
Lo fissò
come se dentro
quei suoi occhi
indecifrabili
ci fosse la chiave di tutto.

Gettò in gola
ogni singolo
disgustoso
boccone
ogni rivoltante
sapore
ogni nauseabonda
forchettata
masticando
trangugiando
e abbuffandosi
senza fiatare
di quel terribile
buffet.

Ma dopo,
e solo dopo
quell’amara
e ingiusta
entrée
assaporando
in bocca
ogni piacevole
certezza
al cameriere
non chiese nient’altro,
figuriamoci
il dessert.

ποίησις



Ho preso la penna,
ho scritto,
riempito i fogli,
armato le parole,
quelle
più aguzze,
più storpie,
più imperfette,
più banali,
più lette.

Ho preso in mano una penna,
perchè tutto questo
non fosse vano,
perchè non fossi
solo una maschera tra tanti,
perchè non volessi
rinunciare
all’ebbrezza di eternità
di questi versi,
perchè in queste tempeste
ho legato le parole
al timone
e perchè è tutto così
logico
lineare
limpido
leggero
in questo mondo,
sospeso
tra l’aria e la terra.

Natale



Odio
abbastanza
il Natale:
tra tutte
queste
lucine
stelline
pacchettini
regalini
fiocchettini
l’unico che non brilla
mai abbastanza
sono
solo
io.

Questa è un’emergenza.



Arrendetevi,
signori miei.

Sì, state un po’ a sentire:
per amare bisogna arrendersi.

Avete capito bene:
lasciate pure le vostre amate maschere,
toglietevi quelli scudi di cartone,
abbandonate le vostre armi difensive
(che tanto non siete i Genghis Khan del 2017)

Spogliatevi di tutto,
di tutte le preoccupazioni,
di tutte le paure,
di tutti gli scontrini,
di tutte le scuse,
i ma,
i forse,
e sentitevi nudi.

Completamente
nudi,
persi nel freddo,
nella solitudine,
in tutte le vostre debolezze,
in tutte le vostre cicatrici.
Ma con le braccia tese,
vicine,
che si sfiorano
fino a incontrarsi
con un’altra anima
che si stringe a voi
e che vi fa sentire
tutta la bellezza di essere nudi,

anche sotto la pioggia.

Il mio fiore del male



Dicono
che ho il veleno
sotto pelle,
dentro ogni parola,
dentro il mio schivo
andarmene tra gli uomini,
dentro gli occhi
stanchi e spenti
che nascondo
dentro me

Ma il segreto
di questo amaro sapore
è lo stesso
di chi
ha le mani
troppo fragili
per strappare
alla terra
un nuovo fiore
o per rubare
al cielo una luce
da poter sfiorare.

Bologna, 14 Novembre.



Quanto vorrei
in mezzo a tutta questa neve
poter sciogliere
anche io
tutte le mie consapevolezze
tutti i nodi che mi legano
tutte le radici che mi stringono a questa realtà
tutto il peso specifico,
che inevitabilmente
mi schianta a terra,
per poter ritornare
goccia
nel mare dell’indefinito.



Il mio
è un cuore
che (non) conosce
luoghi
spazi
geometrie
angoli
case
binari
orizzonti

D’altronde,
sono
solo
un fuorisede.

Sì, viaggiare



Hai fatto la valigia?
Hai preso quella camicia
che ti piace così tanto?
E quando hai detto che torni?

Mi guardo davanti allo specchio
Mi dico quelle stupide frasi di convenienza
che tanto la camicia è già dentro
insieme a lei
lo spazzolino
le preoccupazioni
un orologio
i miei pensieri
un paio di calzini
uno zaino di speranza
e la camicia,

Che poi si parte per cosa?
Per tornare?
Per viaggiare?
Per non pensare?

Si parte
per vedere
per immaginare
ma soprattutto
per volare,
che a me
tutto questo vagare
ogni volta
mi fa
sognare.

A-mar



Dejadme a mi solo
navegar
para después
vagar
en este mar
donde cada
horizonte
me hace escapar
hasta la fin
de este
perpetuo vagar

Pero

quédate,
porque
en este mío
andar,
navegar
y
lentamente
deslizar
este nuestro amargo amor
nos hace amar
y suavemente
deslizar
para después
ahogar
en este
nuestro amargo
andar.

Vendrán tus ojos y tendrán la muerte.



Vendrán tus ojos y tendrán la muerte.
Aquellos ojos que todavía llevo conmigo,
apretándolos en mis dedos
y que cada noche
se posan ligeros
sobre los míos,
cubriéndolos
para no ver
más que
la oscuridad
de tu abismo.

Vendrán tus ojos,
con sus órbitas
que yo, cosmonauta en exploración,
tengo que incesantemente recorrer
para poder llegar a ti,
a tu esencia,
al espejo detrás del cual te ocultas,
a tu alma,
a todos aquellos planetas que me escondes,
y a aquella que
silenciosamente
me estrecha,
me envuelve,
me persigue:
mi muerte.

Mónos-lógos



Qui,
solo,
tra tanti
tanti pensieri
tanti personaggi
tante commedie
tante tragedie
tante farse, burle e ipocrisie
tanti palcoscenici che
non mi appartengono più
tanti mondi che non riesco
a interpretare
ad apprezzare
a confrontare
a spiegare
vorrei riuscire
a trovare
qualcosa
che
è
solo
mio.

A-mare



Lasciate a me solo
navigare
per poi
vagare
in questo mare
dove ogni
orizzonte
mi fa scappare
fino alla fine
di questo
eterno andare

Ma
tu
resta,
perché
in questo mio
andare
navigare
e
lentamente
scivolare
questo nostro amaro amore
ci fa amare
e dolcemente
scivolare
per poi
affogare
in questo
nostro amaro
andare.



Continuamente
vivere
con un amaro sapore
dentro me

(Non è caffè)

E’ che
tutto il dolce che c’è
appartiene a tutto
ma non
a me.