A.144

 

XXXVII



 

Forse era il tempo dei timbri sui dorsi

Della cioccolata tra i denti, dei tuoi mille morsi

Dellla nitidezza con cui vedevo la città

Con i tuoi occhi

Sempre un po’ ebbri, sempre un po’ sporchi

Di baci, lacrime, pioggia, sonno e vento

Di mille parole e di respiri circa cento

E forse e malgrado e se e casomai

E qualora e d’altronde e semmai

Le galassie si sbriciolassero

Dentro gli occhi di un astronauta

Che orbita sulle tue lune storte

Mentre tu ridi e un po’ corteggi la morte

Amore amore amore

Ti abbandonerei come un cane in autostrada

E non me ne frega un cazzo

Se il tuo viso è pieno di rugiada

E che ci fai ovunque? Vattene a casa tua!

A guardare Danny DeVito, a cucirti un cuore

O farti stropicciare il viso in cima ad una prua

Ti amo anche se non lo ammetto

Giuro però che da domani, sì, da domani smetto.

 

XXV



Burkina Faso, dove ho trovato i tuoi occhi nei gusci di due lumache

Il Gange, dove ho lavato via il tuo odore con tremila persone alle spalle

Honshu, dove ho sentito l’ultima volta la tua voce

Soffio leggero su una tazza di the caldo

Xinzohu, dove la muraglia mi sembro simile alla tua colonna vertebrale

Nelle sere estive tra tende bianche e cieli neri

Lisbona, dove ho confuso il tuo sorriso col riflesso del mare

Sylt, dove il mare sembra non esserci

Assorto

Come te nei giorni di pioggia

San Pietroburgo, dove nei tuoi occhi vitrei si specchiavano fiocchi di neve

Dublino, dove il vento ti copriva il volto coi capelli

E tra le tante cose che mi hai detto ricordo solo questa

“Alaska significa letteralmente la scogliera contro cui si frange il mare”

 

La scogliera contro cui si frange il mare