A.188

 

Memoria



E vorrai sentirmi scorrere

su ogni riga

di ogni pagina

del libro della tua vita.

 

“Entra in ogni parola,

attento, e lento,

che nulla il tempo ci riporta,

e il non vissuto gioca

e imbroglia come un vento,

e scommette forte, e ancor più forte

contro la tardiva tua memoria fioca

china su di noi”.

 

Segnalibro un capello bianco,

e aritmia di baci a segnatempo.

Silente glissa la clessidra, non la sento.

Impararti, unico rimedio.

Semplice. Il più semplice.

T’apprendo aprendo da metà.

 

Donna immersa nelle tue attese di donna, tu.

E senso di perdita non abito.

 

A.188

Paccottiglia



Paccottiglia.

Che a raccogliere accorta ti abbassi.

A cocci di vetro, a chicchi di niente sorridi.

Proprio tu…

di promesse e di otri vacanti inebriata… Proprio tu…

 

Con le mani a coppe stelle estrassi dalle miniere celesti,

e Andromeda e Pegaso sui palmi

della più eletta tra le madri ricomposi.

Brindammo, ricordi? Il vino nostro non mente,

racina cheta che s’imbeve dei profumi della mattina,

mosto di miele, di agrumi e di seta,

nel ventre dei vascelli soffiati da Creta raffina.

Lo culla la chiglia, notte su notte, pur senza più la Polare,

e l’onda ai tuoi piedi – non di un’altra signora -

lo adagia a dimora.

 

Cosa insegni a tua figlia?

A sorridere a un tale chiunque?

A uno di polvere che di polvere parla?

A lasciarsi posare una mano volgare sul fianco?

Le centostelle a cintura che cinge

di nuovo la vita tua di bianco, io l’ho cucite. Io.

Cosa insegni a tua figlia?

A barattare un sentiero unitario di giorni lucenti

per sfusi cocci di paccottiglia?

 

A.188

Marinaio



Tra le lenzuola

scivolerò,

come nave che in porto di notte

rientra.

 

Le tue lunghe gambe

sentinelle ubriache

in bianca livrea

non si accorgeranno

dei miei piedi freddi,

giovani marinai.

 

Immobile

la tua città dormiente

con meraviglia osservo.

Le spalle ampie spiagge.

Le braccia sottili viadotti.

Il collo fiero serraglio.

I fianchi oscuri quartieri antichi.

 

Mi appartengono.

Li conosco. Lì mi stendo

stremato, con in corpo ancora il mare.

 

Allora tu,

pur non sapendomi,

avrai i sogni più belli.

 

A.188

Sposo escluso



Nella voce rotta, nella gola stretta,

nascondi emozioni, rabbie antiche,

che han preso il posto di canzoni e ninne.

 

Un giorno emerse di fronte a me,

in un Giorno per il Padre

e in un Giorno per la Madre.

 

E tutto il resto, in cui la vita incaglia,

corallo in polvere, groviglio, amor di Figlia,

groppo che ti scuote, e che t’impiglia.

 

Bugiarda, ti convinci che è la sorte delle cose certe,

che la coperta non è corta,

e che l’inverno, prima di arrivare, avverte.

 

Tra le colonne bianche, nel tuo tempio,

sacralità dei tuoi giardini intorno,

lì dal sempre di settembre settantuno,

 

io, sposo escluso,

quel tuo pianto tonfo chiuso ascolto.

Per uno che ama, poter far questo è molto.

 

A.188

Mi tratti come mi tratti



Mi tratti

come mi tratti.

 

Ma è un soffio,

un tuffo,

un graffio,

ogni mattina.

 

Mattine tutte uguali.

Mi guardi come a dire

“Anche oggi pretenderai di amarmi ?”

Ti sfido; non mollo,

e tu

dal collo sposti i capelli,

cerchi altrove un varco, rimpalli,

poi la fronte ti si abbassa,

al cospetto del fatto che non scappi.

Ma non collassi.

 

Ti lecchi il labbro, e ti fai venire

un’estemporanea e del tutto casuale voglia di caffè.

 

Tutte uguali, le mattine.

Anche se, lo sai,

mi tratti come mi tratti.

 

A.188

Viens dans mes bras



Viens dans mes bras,

diceva.

Che avvenisse senza l’opporsi.

Neanche per gioco, opporsi.

 

M’invitava, di sguardo,

ma di polsi, ancor prima;

io,

pieno,

se si allinea il raggio

riccio

dei capelli

Luce

al seno.

 

Ma a tutto sfugge la curva,

apice ultimo

del suo sorridere.

 

A.188

Tracimar d’un tempo d’oblio



Il tracimar d’un tempo d’oblio

dal Cassero, sfinito, sento.

 

Di te le dita bacio,

il balsamo,

l’unguento,

che spalmi sul fasciame,

e mi porti a solcar l’onda,

già che adesso tutto può,

e su s’innalza,

fin a ridosso del Firmamento.

 

A.188

Due biglie in corridoio



La tua felicità,

la loro serenità,

mi costa un’agonia, il mettermi da parte,

il non poterti dire “Mia”.

 

Ma io amo te – davvero io ti amo,

e più di te amo

te con i bambini,

che di ogni madre il vero amore

- unico -

sono i figli suoi.

 

La gioia può rinascere

sul pianerottolo buio

di un modesto condominio,

una sacca a terra, e i tacchi tuoi,

giunti,

sulla soglia in marmo dell’anima mia.

 

E la parte migliore di te,

loro due,

gli unici a non essere sfiniti,

come biglie, in corridoio,

dire con gli occhioni ammutoliti,

“Mamma, dove siamo? È bello qui”.

 

A.188

Uccidimi



Uccidimi, Gospàva.

Questa costola

nel punto della Vita che

- latente -

è intessuto in più dolore,

incrina.

 

Si sperda nello spacco

il mio più pavido riflettere,

e si amalgami all’oscuro

il profilo assolto in china

del tuo hanbok blu di Prussia,

di aria Serba intriso,

e polvere

di terre d’Asia,

e oltre.

 

A.188

L’albero di ciliegie



All’albero di ciliegie mi porterai.

Stasera me lo hai detto.

 

Tantissime ne ruberemo.

E nessuna fuga, mi hai detto.

Ma sdraiàti, in penombra,

non giudicàti da un Cielo che tutto vede.

 

Con te, rubare e restare,

peccare e indugiare.

 

A.188

Bianco



Bianco

ho reso il letto del rivo che

– refluo –

ha nutrito i tuoi fiori illibati.

Vedrai trasparire gemmando boccioli stillarsi

su tralci di vigne sospese,

bagnate del siero secreto

dai fiocchi di neve

discesi dai monti affioranti

dal lato d’Oriente.

 

Stanco

attendo il passo tuo scalzo

nell’ombra del nostro giardino

- mia cura. -

Che sia tu a convertire un silenzio

in quel silenzio che non fa più paura.

 

A.188