A.188

 



Mi tratti

come mi tratti.

 

Ma è un soffio,

un tuffo,

un graffio,

ogni mattina.

 

Mattine tutte uguali.

Mi guardi come a dire

“Anche oggi pretenderai di amarmi ?”

Ti sfido; non mollo,

e tu

dal collo sposti i capelli,

cerchi altrove un varco, rimpalli,

poi la fronte ti si abbassa,

al cospetto del fatto che non scappi.

Ma non collassi.

 

Ti lecchi il labbro, e ti fai venire

un’estemporanea e casuale voglia di caffè.

 

Tutte uguali, le mattine.

Anche se, lo sai,

mi tratti come mi tratti.

 

A.188



Viens dans mes bras,

diceva.

Che avvenisse senza l’opporsi.

Neanche per gioco, opporsi.

 

M’invitava, di sguardo,

ma di polsi, ancor prima;

io,

pieno,

se si allinea il raggio

riccio

dei capelli

Luce

al seno.

 

Ma a tutto sfugge la curva,

apice ultimo

del suo sorridere.

 

A.188



Il tracimar d’un tempo d’oblio

dal Cassero, sfinito, sento.

 

Di te le dita bacio,

il balsamo,

l’unguento,

che spalmi sul fasciame,

e mi porti a solcar l’onda,

già che adesso tutto può,

e su s’innalza,

fin a ridosso del Firmamento.

 

A.188



La tua felicità,

la loro serenità,

mi costa un’agonia, il mettermi da parte,

il non poterti dire “Mia”.

 

Ma io amo te – davvero io ti amo,

e più di te amo

te con i bambini,

che di ogni madre il vero amore

- unico -

sono i figli suoi.

 

La gioia può rinascere

sul pianerottolo buio

di un modesto condominio,

una sacca a terra, e i tacchi tuoi,

giunti,

sulla soglia in marmo dell’anima mia.

 

E la parte migliore di te,

loro due,

gli unici a non essere sfiniti,

come biglie, in corridoio,

dire con gli occhioni ammutoliti,

“Mamma, dove siamo? È bello qui”.

 

A.188



Uccidimi, Gospàva.

Questa costola

nel punto della Vita che

- latente -

è intessuto in più dolore,

incidi.

 

Si sperda nello spacco

il mio più pavido riflettere,

e si amalgami all’oscuro

il profilo assolto in china

del tuo hanbok blu di Prussia,

di aria Serba intriso,

e polvere

di terre d’Asia,

e oltre.

 

A.188



All’albero di ciliegie mi porterai.

Stasera me lo hai detto.

 

Tantissime ne ruberemo.

E nessuna fuga, mi hai detto.

Ma sdraiàti, in penombra,

non giudicàti da un Cielo che tutto vede.

 

Con te, rubare e restare,

peccare e indugiare.

 

A.188



Bianco

ho reso il letto del rivo che

– refluo –

ha nutrito i tuoi fiori illibati.

Vedrai trasparire gemmando boccioli stillarsi

su tralci di vigne sospese,

bagnate del siero secreto

dai fiocchi di neve

discesi dai monti affioranti

dal lato d’Oriente.

 

Stanco

attendo il passo tuo scalzo

nell’ombra del nostro giardino

- mia cura. -

Che sia tu a convertire un silenzio

in quel silenzio che non fa più paura.

 

A.188