A.191

 

Il Giorno



Di quali verità ti fai custode?

Tu, pallido sudario

non più biancovestito

del Pantormo meriggio.

 

Non fosti forse motore immobile

di fugaci speranze?

Ché togli dal travaglio

l’umane e lasse genti

 

Se poi al diman risveglio

Chino tornerà ’l capo?



    Cosa ti racconti?

 

Che va bene andare al centro commerciale,

sceglier ciò che vuoi mangiare

se lo sconto lo concede

e poi cantare sottovoce

quel motivetto che hai sentito alla tv.

 

Ma cosa ti racconti

chiuso nel tuo monolocale

mentre il cielo si colora

e resti chino sul giornale

per sentirti meno in colpa

se anche stanotte un figlio

(di nessuno) annegherà.

 

Eppure avevi detto

che avresti smesso di dormire

per salvare dei tuoi sogni

il loro stupido svanire,

per cercare almeno un senso,

o costruirtelo da te.

 

Dimmi che cosa ti racconti

per dormire così bene.

Bologna



Bologna è una batteria: i piatti
le catene delle biciclette e i
bicchieri in osteria;
la grancassa ai motori scandisce
scordati rullanti di motociclette.
Stipati sui tavoli
saltellano ubriachi
rototóm di discorsi e poesia
nell’assolo della notte

-allegro ma non troppo-

Ruote di valigie in partenza:
melanconico applauso finale
scrosciante sui sampietrini.

Silenzio.

 

Via Galliera 34



C’è da sbattere i portoni
dagli androni impolverati
per squassare del silenzio
un vetusto imputridire:
«Non c’è tempo! Non c’è tempo»
voglio urlare per coprire il
crepitìo di passi svelti
fermi e stanchi dei passanti.
C’è da buttarsi nei vichi
per toccare i sanpietrini
come tasti al pianoforte,
suonar coi diti le corde
delle grate, dei tombini,
come bambini curiosi:
inconsapevoli e vivi.

Calliope



Nel cuore della notte:
calice ricolmo di
speranze e muti canti
soffocati da passanti
che vaneggian d’amore,
m’apparve della veste
tua michelangiolesca
un lembo di sfuggita,
del resto niente più:
non volgesti lo sguardo
opalino nell’ombra
cerchiata dal candore
dell’iride lunare.
Non fosti delle mani
che protesi anelanti
carezze voluttuose
culla della stanchezza
ma fugace certezza,
pallida rimembranza:
del resto niente più.
Ma nei rivi piangenti
e nei campi irrorati
e al tramonto languente
e nel bimbo che piange
un dolore ancestrale,
io ti chiamo: sicché
arde eterna nel petto
la fiamma alimentata.