A.221

 

Uno, due, tre



E cadevano

come le stelle stanche,

come le lacrime fuggitive,

come le ginocchia ubriache.

Immensi spettacoli color livido quando cadevano.

Si ammiravano a vicenda

contando i pezzi persi.

Papavero



I morsi della fame

denti appuntiti sotto la pelle traslucida

sono spilli lucenti

Le dita

ancora appiccicose

per l’ultimo bicchiere di miele amaro

violento disgustato impiastricciato

Ti nascondi dietro la gonna più grande di te

trasparente

 

Arrossisci

 

Come il papavero

prima di perdere le braccia.

Colpe



Nella stanza accanto

l’odore dell’acqua marcia

dei fiori.

 

Hanno il capo reclinato

come a volersi scusare

con te

                    che li hai recisi.

Resti sotto il tetto



Non sanno dirsi nulla

non si rimproverano

ma mai tacciono

Non si nascondono

ma mai si fanno trovare.

Come la polvere sottile dei muri

ti asfissiano

illudendoti di avere nelle narici

la droga più pura di tutte.

E invece è la stessa polvere, marcia

di marciapiedi e menzogne.

Egoiste siete

mentre vi nutrite mangiandovi a vicenda.

Cosa resta?

Restiamo

Restate

Resto

Resti.

Cumuli di resti sotto il tetto.

Dighe



Le tue occhiaie

terre desolate in cui

inciampano i fiumi.

Rumore d’onda sui tuoi macigni

quando chiudi le palpebre.

Così, scandisci il mio tempo,

prezioso

quanto la sfumatura gorgogliante

color pianto di notte.

Come unica luce

il lampione su cui sali tutte le sere

per poi cadere.

La corrente delle tue acque è troppo forte

e tu, stanca, abbracci ogni cosa.

Io, stanca, ti costruisco dighe

rovinandoci il paesaggio.