A.23

 



Guarda: vanno palle di fuoco verdastro

verso un muro alto chilometri.

In cima un muratore lo innalza,

oltre si muove il mondo.

 

Molte si schiantano e s’accasciano,

causano un danno e l’omino lo ripara,

lo fa alto e forte e duro e liscio.

Poche superano e vanno di là,

sempre meno, sempre meno.

 

Piano piano perdi contatto con il mondo,

piano piano t’innamori del muro.

Grosso, più grosso, ti diventa orizzonte.

Sei, sola, schiava del male che fuggivi.

 

Il muro si finge dio e ti stringe

in una morsa feroce,

il mondo ti ferisce, t’affretti a ricucire.

 

Ma questo è il mio corpo: necessita d’una ferita.

Modella i miei spigoli sui tuoi.

 

Prendi l’odio e l’amore insieme,

prendi il coltello e aprimi una porta.

Metti le labbra sulle labbra della ferita.

Apri un vuoto in me, fai spazio per ciò che viene.

Intacca la mia scorza:

Saluterò, in te, il senso della vita.



Ho una cosa grossa da dire ho

una cosa grossa da dire ho una

C O S A G R O S S A D A D I R E

 

Ma non so come la dire non so

come la dire non so come

adire a conclusione che possa

aprire il corpo e la mente

il corpo e la mente

cuore anima corpo sangue e sentire

soffio e spirito insieme.

 

Fulmine crepa muro bacio su labbra la ferita

scruto morte la crisi mi apro mi chiudo

scappo lontano faccio il giro son vicino

corro vicino e sbaglio, sono lontano.

 

Arriva la cosa grossa, sono debole la capto:

LA FERITA DÀ VERITÀ ALLA VITA!

 

In amore m’accoltellerai come

un Michelangelo furente

possa io morire ad ogni istante

ad immagine e sembiante d’un noi

che sta sparendo.

L’inferno sono gli altri -

per questo li amiamo.

 

 

 

 

CSI – Irata



S’aggirava ieri sera per le strade di Niguarda un mostro piegato,
ubriaco, cornice d’un vuoto, identità d’un buco.
Mormorava bestemmie d’un dio indifferente,
d’una madonna che non lo sente,
d’un nonnulla ch’è tutto, tutto estenuante.

Con gli occhi annacquati vedeva solo la punta dei piedi.
Per una volta senza rotte aspettative
né naufraghi progetti di vita futura,
un’altra volta camminava.
Oggi nuove violate prospettive riaccendono la sete,
stanotte ancora piegato sui piedi.

Una carezza insolente là dove il corpo non resiste
rinnova la promessa sciocca vacua solenne
di bastare a sé.

Gli occhi si chiudono – reset
Domani s’apriranno – tutto come prima.

L’amore sparge miele sul martello
cui la schiena del mostro fa da incudine.

Duecentomila passi – le ginocchia piegate
non mi portano lontano da me.

 

Non questo



No, non ora, non qui.
Orazio, nego quel che vedo,
nego questo corpo e fluttuo nello spazio,
nel cielo al di là della tua filosofia,
abbraccio l’amore delle stelle.

Oltre questo corpo c’è dell’altro,
questo corpo non lo sente,
è piccola questa mente, non capisce.

No, non ora, non qui.
Affermo solo l’aerea stanza
con i muri di vetro poroso
ch’esiste come miraggio là,
dove-quando non c’è questo mondo.

L’idea ch’è oltre questa materia
è materia d’altra natura,
d’altro mondo ch’è negativo,
d’altro tempo che scorre in alveo diverso.

Trascendenza – sospinta dalla forma contraddittoria
del luogo che mi ospita, l’anima s’eleva.

M’angustia il mondo, e mi stringe –
Schizzo via.
No, non ora, non qui.
Nego ciò ch’è vero, io plasmo e rimodello -
m’illudo: così procedo.

Pairidaēz



Quest’acqua è tutta mia, solo mia,
non ci entri perché è mia.
Ne governo, recingo le molecole,
do a ciascuna un nome

che scelgo io.

Ne blocco più che posso
in uscita, in ingresso.
La pioggia no, il sole nemmeno,
lavoro sodo per l’acqua

ch’è mia.

S’offre al mondo di fuori la vista gradita
d’un posticino tranquillo, paradiso lo si dice.
Solo, ogni tanto sento, dallo schifo che non è dentro,
lagne per il fetore che da qui se n’esce.

Ma puzzate anche voi e sapete
zero di quel che siete e perdete
pezzi di continuo, l’acqua vostra è Lethe,
questo vi direi.

E quando uscirei poi ricordo
e non vi voglio, non vi voglio,
e non voglio uscire più
e sono un bambino, solo un cretino.

Qui mi blocco, nient’altro da dire,
finisco quest’idiota vaneggiare.

Fra quattro mura non c’è paradiso
ma ristagno e malattia

devo andare via.

Cerco la chiave, è nello stagno
m’inabisso, rilascio energia

devo andare via?

Con la chiave in mano m’addormento
dimentico l’ardore, anche oggi senz’amore,

io non vado via.



Ho confuso la lingua e la lingua
Dimenticando in quale scorre il sangue
Ed in quale il malinteso.

C’è un’oasi nel deserto
E la mia gola è secca: non
V’è acqua ma versi.

L’abbandono.

Nigredo



Zero istinto primordiale,
È sbagliato non volerti scopare?
Sono io a dover prendere te
E questo m’annoia.

Mi deprime perché so che dovrei,
Per ansia sociale o qualcosa,
Ma uno sguardo in fondo e scopro
Che io non ne ho voglia.

L’apatia totale e l’inerzia
Sono scelte sgradite,
Non comprese o condivise,
Chi non vuole un bagno di figa?

Io.
Non rompetemi i coglioni con la fidanzatina,
È lì, scopatevela voi.

Ci sono i nostri complessi in mezzo,
Educazione cattolica, famiglia divisa,
Bla bla bla,
Nessun premio dopo il dolore,
Vaghe ragioni a sostegno del valore,
Non un esempio da seguire,
Tutta la strada da spianare.
Dico: ma chi me lo fa fare?
Ho la destra per venire.

Via l’ansia sociale,
Andate a cagare.
Stasera parlo con lei:
Ascolto quel che dice senza
Sognarla bagnata per me.

Non cerco rifugio in lei,
Non trova desiderio in me.



Così danza chi come me non sente
Senza domande, imitando.

Il Bucobecco (o “Come ho venduto una poesia per un Negroni”)



Vendo al miglior offerente
(per molto poco, molto probabilmente)
La serietà, la di lei parvenza,
dell’arte per cui faccio militanza.

Sono dunque qui a prostituirmi,
(Vogliamo una breve parentesi,
Fugace e concisa,
Sul fatto che non posso pagare un’esperta
Se voglio morire o trombare?
I momenti davvero grossi della vita)
Prostituire ciò in cui credo
E prendere un gioco (il tuo non-sense tartagliare)
Per davvero.

Sarà valsa la pena d’aver venduto
Una cosa che a me non costa?
In cambio cosa mi resta?
Se piego la testa alla voglia di giocare
Cambia il mio stile, alterna la chiave
Che apre la casa di ciò che mi fa male.

Il bucobecco stasera m’ha spiegato
Questo fatto esistenziale.

Le 0 Giornate di Sodoma



Nei pressi di Spoon River

“Qualche volta vado giù
Ma non sono affogato ancora

Finchè l’acqua è fuori dalla bocca
Io incedo

Io sono un pedofilo
Io ho rinunciato a soddisfarlo, soddisfarmi.

Io non causerò dolore per il mio piacere,
Io non sono un mostro.

Io amo i bambini,
Dio m’ha fatto sbagliato.
Vado contro me stesso e Lui
Finchè l’acqua è fuori dalla bocca.

Trasfigurazione
Io che lecco i piedi, il culo,
Io che mi faccio pisciare addosso.
Io che mangio escrementi, mi faccio soffocare,
Io che amo la violenza sui genitali.
Io legato o con la frusta in mano.

Ma poi mi sveglio, niente di tutto questo,
Sono alle strette ma non ringhio.

Stanotte sono andato giù
Ma non sono affogato ancora.

Finchè l’acqua è fuori dalla bocca
Vado contro me stesso e Lui.”

Random Letters?



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Jt bo bdu pg dsfbujpo

B wjpmfodf po Dibpt.



Lei fu un fiore calpestato due volte,
Ebbe paura del terzo colpo, rimase poi sempre a terra.
Si mimetizzò, perse il colore ma non evitò altre ferite.
Solo l’ultimo respiro le insegnò che così accade a tutti:
Nulla in lei respingeva l’aratro,
Nulla in lei lo attirava.

A discrezione del caso il fiore va, così come viene.

Manifesto / Manifiesto



Non è poesia
La poesia delicata
Agli occhi di chi ami.

Non è poesia
La poesia soave
Che la Musa canta al tuo orecchio.

E’ poesia il  c  a  z  z  o  nella piaga aperta,
La tensione, non c’è risoluzione,
Ora sì, sperma nel sangue:
La barbarie pensata.

E’ poesia se è poesia violenta
A stento fuori dai denti digrignati.

Fa di me un bravo cittadino
La lama rovente sul mio nervo scoperto.

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No es poesía
la poesía delicada
a los ojos de quien quieres.

No es poesía
la poesía suave
que la Musa canta a tus orejas.

Es poesía el rabo c l a v a d o en la llaga abierta
la tensión, no hay resolución,
ahora sí, semen en la sangre:
salvajismo mental.

Es poesía la poesía feroz
a duras penas afuera de los dientes crujidos.

Haz de mí un hombre social
la hoja ardiente al cruzar mi nervio desnudo.

Traducida con: A.149

Ultrapazienza



Mi sussurrano le orecchie
porcodioporcodioporcodioporcodioporcodio

Le parole non hanno alcun valore -
Non temo più la bestemmia.

Adesso mi fremono le mani
E il sangue scorre in me.

Mi sottopongo all’inversa Ludovico
Penso al piacere e poi

porcodioporcodioporcodioporcodioporcodio.

Educato al rigetto,
Non alla scelta,
Imprecando io rinasco

porcodioporcodioporcodioporcodioporcodio.

E’ scegliendo che vivo,
Rigettando non esisto.

“Ha! I was cured, all right!”

Rubedo



Chiusi gli occhi per nascondere
Ciò ch’è brutto e
Otturai le orecchie perché non m’urtasse
Il dissonante.

Bruciai le papille gustative,
Bloccai le vie dell’olfatto,
Infine evitai il contatto
Perchè impuro.

Invece del cristallo trovai l’allucinazione,
Incontrollabile e sfrenata
Sognai giorno e notte
Banchetti, sesso, sudore,
Seconde minori e grida di gioia.

“Non sono altro da tutto questo
Non sono altro che tutto questo”

Aprendo gli occhi forse io gridai.

 

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Je fermai les yeux pour cacher
Ce qui est mauvais et
Je bouchai les oreilles pour que le dissonant
Ne m’heurte pas.

Je brulai les papilles gustatives
Je bloquai les voies de l’odorat
En fin j’évitai le contact
Car impur.

Au lieu du cristal je trouvai l’hallucination
Incontrôlable et débridée
Je rêvai de jour et de nuit
Festins, sexe, sueur
Secondes mineures et cris de joie.

« Je ne suis rien d’autre de cela
Je ne suis rien d’autre que cela »

En ouvrant les yeux, peut- être, je criai.

 

Traduction: E.17



Una più contorta tana

Artigliata nel terreno con furia

Assolverà forse al compito di seppellire

Renderà più semplice sofisticare.

Quaggiù nel bozzolo di seta che immagino bianca
Compio l’inverso processo e perdo le ali.

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Una más retorcida cueva

arañada al suelo con ira

cumplirá quizás con el ímpetu de enterrar

hará sencillo sofisticar.

Aquí abajo yo, gusano de seda,
me imagino blanco – consumo
el inverso proceso – pierdo

mis alas.

Traducida con: A.149



Si costruisce un personaggio
Che mura dall’esterno
Il suo labirinto.
Nessuno può entrare
Ma lei non sa come uscire.
Forse imparerà a convivere con il Minotauro
Forse dimenticherà il tempo in cui lottava.

Il suo viso, la maschera e il
Muso della bestia
Hanno di diverso solo
Il primo soffio che li investì.



Una falena
Nera
Su una bianca betulla

Schiacciata da una mano
Prima di potersi
Riprodurre

Una falena bianca
Su una bianca betulla
Anzi, due, in futuro forse tre
Chiamano “danza” questo eccidio

Vorrei farti quello che la fine dell’inverno fa ai fiori
Renderti schiava dell’arbitrio famelico delle api,
Farti recidere da un romantico,
Esser regalata alla sua bella,
In agonia sul comodino a guardarli chiavare

Non versasti una lacrima
Per me, sulla bianca betulla.



Era bello credere che tu fossi buona
Ed era bello saperti accanto a me -

La morte di tuo Figlio t’ha accecata.

Ti vedevo, Vedova, inginocchiata
Ed ero in ginocchio al tuo dolore.

Ma poi sorse il Sole, scoprii il mio dolore
Mi alzai a gridare e mi bruciaste gli occhi

Ora è mezzogiorno e chino la testa
Al tramonto, stremato, piegherò le ginocchia.

Domani all’alba, Maria, te lo prometto
Avrò dimenticato tutto.

Ricomincerò da capo a sperare fallire
Chinare il capo dimenticare

Che solo la notte, in ginocchio
Possiamo guardare il Sole.

La Torre d’Avorio



Racconto il mio terrore
La sera, fumando
Ad una donna che non è qui.

“Odio Baudelaire e, se fossi un vecchio marinaio,
Mille volte ucciderei quell’albatro

Che così poco mi somiglia.

In forma di brutto anatroccolo, in lui si cela un cigno
Recita, recita… Il mondo è fango, lui sta sopra

E io
scrivo poesie
Per un dio che
Non
Sa
Leggere”

La torre
D’avorio è
Caduta.

Albedo



La mente è faro ed è
Girasole
Ruota su se stessa illuminando
Ruota cercando quella luce

Vaga in una stanza buia
Vede un’altra luce
Impaurita si nasconde
O, con una maschera, pudìca si copre -
“Ciao, come va?”

Ma se dalle maschere trapela dolore
Le maschere cadono senza un rumore

Il girasole ruotava su se stesso
Vedeva il mondo attorno a sé
Ma ora ruota calpestando le maschere
Attorno ad un altro come lui

La mente è faro ed è
Girasole ed è
Specchio velato da porpora consunta

In cui ora il girasole riconosce
D’essere il faro che da sempre cercava

L’Errore di Narciso / Narcissus’ Mistake



Ho visto Dio
Sul fondo di una
pozzanghera

Ho sorriso, ha sorriso
L’ho baciato, m’ha baciato

Ma quando
L’ho raggiunto
M’ha annegato

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I saw God
At the top of a
kiddie pool

I smiled, he smiled
I kissed, he kissed

But when
I went
there we drowned

Bestemmia



In me risuona la voce futura
Dell’ultimo vivente dannato dal cosmo

Al termine dei tempi.

“Cielo e Terra nel caldofreddo amplesso
Interrotti
Da un puntino iridescente

Io

Scinde bianconero vertorizzontale
E si reincarna
All’infinito in sé stesso
Colui che disse no alle porte del Nirvana”