A.25

 



Chissà cosa senti quando hai freddo davvero

e non sai come riscaldare le tue paure.



Dopo che l’abisso ha scrutato tutto il mio animo

non rimane nulla;

di un uomo che si sorregge sulle proprie gambe

e che allarga le braccia per diventare grande,

l’abisso ha abbandonato il nulla.

L’anima rimane un misto

tra la propria coscienza e i sentimenti:

il corpo è una misera gabbia che la intrappola

e ne lascia andare via un pezzo ad ogni respiro.

 

Ho finito i respiri per la mia anima, me ne daresti un po’ della tua?



Le occhiaie:

case deserte,

dove i fiori nascono dalle crepe.



Deriva.

Arriva.

La notte.

Spulciando il buio fondo del nero mare,

del nero amare,

crollano le mani e le navi piene di te.



Onomatopeicamente.

Ma tu so-f-fermati.

Tuoni e, o, e onde, intrecciati.

Un abbraccio per il freddo,

un pugno per l’orgoglio.

Eppur, si, muore.



Il tempo rimane ancora

l’unica metafora che,

con il tempo,

ci deteriora.

Io?



Un giorno mi guarderai e mi chiederai il perché:
tu domanderai, io risponderò.
Poi forse mi cercherai, per un favore o qualcosa di simile:
tu non ci sarai, io ci sarò.
Un altro giorno avrai bisogno di una mano:
tu prenderai, io darò.
Il tempo ti farà crescere i capelli e cambiare i pensieri:
tu li taglierai, io non lo farò.
Le occhiaie faranno pesare il viso e l’anima:
tu le laverai via, io le nutrirò.
Le nuvole passeranno e lasceranno acqua e fango:
tu non ti sporcherai, io mi bagnerò.
I giorni peseranno come pianoforti sulle spalle:
tu starai in piedi, io mi piegherò.
La notte arriverà per lasciare i demoni fuori dal letto:
tu chiuderai gli occhi, io no.
Le mani si chiuderanno dal freddo mentre fuori piove:
tu morirai, io morirò.
Ma, un giorno, mi guarderai e mi chiederai il perché:
tu domanderai, io risponderò.