A.38

 



 

L’orda di un sogno che muove meschina

in questa foresta

dai tralci rosa e turchesi

furente l’airone: ora parte ora resta

nel nido più grigio di

una ciminiera.

Se volge il cobalto dal riflesso acre

rifrange il suo fiotto sull’olma collina

che incendia quel ciuffo

di nero coperto

che oltraggia in un tuffo,

diviene deserto.

Perde la vita chi l’ha già esclamato,

un tremore piega le ossa titaniche:

Prometeo, Vestale: il fuoco divampa:

ma in quel

punto una sola tinta:

è quella

emaciata.

 



 

S’apriva nera, aulente,

SOGNO

ormai svanito,

l’umanità,

ahimè, non tende all’INFINITO.

S’abissa

profonda come la notte

s’inerpica fitta in una grondaia

chiusa a scacchiera.

 

 



 

Il giardino glabro apparì

una dolina una brezza infuocata

a mezzodì…

spira…;

Non è pietà

neanche un omaggio

in questo pianoro;

s’esulta al miraggio.

Una veste logora

di un manto giallastro

quanta canzone in un solo chiarore

pallido

ossuto

nel suo torpore

assopisce quel branco di lupi canuti.

 

 



 

Quando scendeva nella cenere

di orti

grigi fuggiti

e desolati

deserti

dove il rovo s’annodula nell’albero

carico

dei bubboni della peste nera;

e scendono i mirti

morenti

e scendono i gelsomini

nell’atrio della ghigliottina

la scure reietta si volge

il neon si spegne

il buio ci

avvolge

è l’incubo oscuro di Malebolge.

 

Tossiva l’ignaro

malato marchiato

col fuoco della rovina

sospetta

non pensa all’osmosi

che non può ancora capire

attira il verso crudele

ma non si può ancora capire.

Realizza la penna che calca il bagliore,

infonde il demonio che osa terrore

spargere in seno con la maledetta

eretica orchestra che eccita l’Ade:

più giù, più giù,

Dov’è quell’insegna?

Triadico nume

(più giù, più giù)

divora la nostra coscienza

l’orco

Belzebu.

 

Dopo cammina

cammina

cammina

affrettando i toni

sopra un cinghiale

argento

o d’oro

divampano otto fiamme dai colori accesi

e tutto intorno

stilla

l’emoglobina a mo’ di rugiada

e le serpi sono irrequiete

perderanno il lavoro,

di fronte a uno scempio inimmaginabile

(neanche io avrei potuto prevedere che il Colosseo fosse divenuto un circo di Satana)

le pupille bordeaux fuoriescono

dai volatili stramazzati al suolo

e sbattuti nell’oceano che ha preso il verso

della montagna.

Solo la neve resiste bianchissima.

Camminava ancora instancabile,

camminava,

ma c’era soltanto la morte.

 



Vorrei riempire queste carte con qualche rima ragionata con un po’ di cervello che non sia il restante dall’asfissia positivissima e scelgo quello che ho da dire con una banalità imbarazzante la superficialità cronica sarà l’emblema della mia poesia e neanche e poesia versi inutili tenuti insieme dalla voglia di legarli come fossero importanti ma non lo sono neanche per me

è la procacità

è finita

come la morte

il

bersaglio

è

nel

mirino

non

fallisce

il

cecchino

sono

morto

 



La vita campeggia l’aurora d’ un sogno,

tacito il mirto dal fascino aulento

che il fato l’ottunde in serva d’Aletto.

Fuliggine amara risuona in un prato

gli albori felici di un manto e le pietre,

pugnale d’amore con forza strappò

dirupi e saette Pandora ne dà

una burrasca mortale:

l’uomo cadrà.

 



Ho visto stelle cadere nei

vulcani che odono terre

straniere

che stendono il terriccio increspato

in un angolo di boria di

panni all’asciutto della luna spenta.

Ho visto fiumi dirimersi al gelo e

scendere folli sulle montagne

e nessuno rendeva ragione

di questa follia

ma io volevo saperlo

volevo sapere.

Ho visto i pianori perdere

le spoglie dei centri urbani

piangevano i muschi non visitati

dai barbari visitatori

dai profani avventori

oggi ripresi

domani dei mostri pronti a sfornare

una corbelleria.

Ho visto le cime degradate

le vette arrossite per il sangue dei sottoposti

truculente

non hanno vergogna di farsi guardare

ma qui, ma adesso non ci pensano più.

Ho visto, ho cercato chi spia dalla casa

di fronte alla mia, ho visto

ho visto una dimora

abbandonata.



Desiderio austero e fermo per

la via che conduce alla ragione,

vigile a scovare un uomo devoto alla maestà

sì per cultura a Iside porrò Sotèr,

così lancia e freccia e scudo

minime incline al professar della persona

testardo motto,

ruderi emozioni per lui saranno,

se a valanga pioveranno in cranio

movendo il prode dall’ardo ufficio;

Ermengarda, sciocca

e per se stessa morta: reali parole stringano le labbra

se Gabriele ti accosta la mano: prenda Eurialo,

mal’accetti soldi dal pagator di Dido,

arsa ove Scipione offese.

Terodulicamente ponga a Lui più alto impegno

che in preghiera più non si potrebbe

taluni assentono, i meno approvano che i gesti con i pensieri vivano,

ma Adelchi no.

 



Solo chi ne rifiuta ossequio, invidia.

Peculiare affranto è in comune norma,

il male posa su un

Oceano quiete,

falsità dei vivi, nessuno scacciò.

L’ esistenza sfila, satiri accanto

ghirlanda di crisantemi

sfoggia, coperta d’un sottile manto

rosso purpureo, sporco d’ un nero

che non lava più.

Il canto d’ Omero disvela certezze

il mondo è l’arena d’ un cinico

Dio

il verso esorcizza il suo randellio,

il vero che infonde potenza del blu:

rimanga lassù, rimanga lassù.

Contripotesi



Caro Guido,
per quanto sia intellettuale non meno di te,
non voglio una donna che vive tranquilla con il padre borghese
in una squallida villa remota del Canavese
e che s’accontenta di creder che Ulisse sia giunto in Perù
ma che quando l’abbia saputo
ne chieda ancora, ne chieda di più.
Io penso, talvolta, che vita, che vita sarebbe la nostra,
se questa Signora a vent’anni non fosse già così in mostra,
e penso che noi sotto il cielo stellato
che vita, che vita avremmo pasciuto,
ma le ombre: la carta è un imbuto,
ed io non riesco a distrarmi dal solito, banale commiato.

Si va.



Un brivido si stagna
sul corpo sofferente,
le ossa dei vicini sono pietra
sono oro,
sono sassi.
Ma che cosa ci è rimasto di questo disquisire?
Una voce rarefatta
non ci sussurra più niente,
mute le campane, sordo il tintinnio
di tiepidi giullari
che hanno smesso di vagare.
Ma che cosa ci è rimasto di questo disquisire?
Un Sole accovacciato non schiude
quella luce -dovè? dov’è il bagliore
che prima m’ha accecato? -;
solo, inerme vi penso nella buonanotte
matrigna, vi mando un sospiro.
Ma che cosa ci è rimasto di questo disquisire?
Il nulla, è buio e non
vedo nulla.

Un saluto per l’umanità meschina



Un saluto è un attimo
di dignità ritrovata,
le ceneri al suolo
di una vita esalata,
l’eremita riconciliato
con l’umanità meschina.



Cerco il ronzio
dov’è soltanto silenzio
dov’è l’Inferno
la quiete di alcova.
Ma quale lapide è infissa nel cuore?
Coi morti nel gelo,
col sangue di Maggio,
lo sterco degli avi già rosola in terra:
s’astiene, s’immola
per la nostra rovina,
per la gloria più grande
che mai ci appartiene.
E’ l’epitaffio,
l’ora è scoccata di questa demenza:
l’insano intelletto, l’inutile ardore.



Quest iride ha un nome,

ma non ve lo dico:

chi oserebbe svelare

ciò che di folle

ha lui

ed hanno tutti?

Dove?



 

Un sole è spento

nella sua demenzialità  –forse –

l’ha trovato un pastore

un marinaio che ha perso la sua barca.

Un miraggio è tutto,

anche per lui, anche per noi:

ma noi chi siamo?

Non è più tempo per scherzi eruditi



Invasati, Astarte, fra sabbia

e oasi e palme e verdura nella terra

dove Adone trovò in te sua sposa;

è gialla, è amena, rimaniamo.

Assimilare qualcosa a tale

mondo oscuro è forse troppo per un umano gioco,

per docili sciagure, per ignare paure?

Dolce tortura arreca:

ma stabiliste di portare l’ umanità alle soglie del

divino valore;

ragione è uomo,

ma ciò va oltre:

ragion scompare, l’umanità si affranca

ad un unico opprimente brio.

Morte ha con se il germe, chi

tale, rara qualità possiede

comprende, o può, così alto impulso:

testimone o gregario di un dio tanto affabile,

quanto gentile è stato nel rimuovere dal suo giogo

chi più null’altro poteva.

Ho.



Cadono oltre le ignote beltà

Vincono il lazo dell’ ostilità

Vetta fatata, milite eretico

Fiamma dei giorni dell’ oro di Atene

Grande simposio, ferrea agonia

Chi male l’accetta, ne avversa le pene.

Un pendolare



Rapide scorrono terre ai miei piedi

scivola via l’ormai verde campagna

statica e ferma, sicura del luogo

l’anima errante dissolta in un gioco

di viaggi, una meta raggiunta o sognata.

La pioggia battendo lo squarcio nel muro

sussurra la voce di chi già m’aspetta:

la vita, dissolta com’ ora in un’ unica via,

scure crudele di chi più l’accetta.

Pugno-as-avi-atum-are



Atavico logos di lumine spoglio,

ma luce, in fondo, non è che

l’oblio,

le tenebre volte all’ unico dio,

solo, infinito, percosso dall’uomo,

cinge la vita con l’unico intento,

vera idiozia per viver da matti.

Il folle ritrova la propria ironia,

la vera grandezza per chi è ormai congiunto

con ciò che è più vero, l’amara magia

del sogno svanito, degenere in  punto.

Il primo quadro della prima mostra… nulla di speciale



Ustione irreversa d’ un aura mortale

la macchia del pianto redime i peccati

t’ umilia t’ infligge sua posta vitale

la feccia d’ un uomo dai segni malati.

Più puro sì rende lo spirto sublime

men sacro sarebbe di tanta eresia

innesta la pianta, dissolve il concime

lava i tuoi panni, in fuoco l’ espia.

Orgoglio è il morire più santo d’ un Dio

l’animo è fermo sul proprio disio

brezza di vita, ciclone nel blu

le tenebre

calano: chiù.

 



 

Solo burlando d’un tempo che fu,

unico oltraggio al servo d’ Italia,

vien fuor dalla Roma, plagiata da Talia,

satirico affronto a chi non è più.

Giovanni supremo, d’aulico canto,

a te questo spirto, a te la mia penna,

fugace armonia, passione d’un pianto

sapore e tristezza, la risolutezza.

Nel cuore già arde la torba più

nera, sì ratio ne fugge, ch’ egli scacciò,

tempesta sublime, in Oceano di ghiaccio

se patirò amore, da te mi dorrò.

Il mio nome è Nessuno



 

Una luce fioca in una notte deserta

che dal sole si ripara

per vivere in pace col firmamento e il suo calore occulto.

Un angelo sul ciglio riscuote le indulgenze di vite

mai scoperte, nell’insana fede

di essere uomini;

davanti a me sfavilla il suo splendore,

che nel fango forse sfigurano gli dei,

e non v’è dignità agli occhi dei colleghi celesti.

Un verso uscì di una sola tempra:

ma non mi disse nulla.

Non volge gli occhi al cielo, ha rinnegato il suolo

ché nessuno osò partorire

creature così mostruose.

E tacendo, riprende il volo,

nel suo silenzio beffardo mi svela,

l’ignobile passione

per il suo ufficio ingrato.

Senilità



Ascolto, la notte rivela essere adorno

di solide attese l’umano languore

ove chi sceglie l’esister d’Amore

riscopre quel guado, burrasca d’intorno.

Vigile, attento ch’innalza la croce:

non cada nel fango, che vada pel via

d’universale saggezza: la malinconia

dissolta in furore dell’uomo più atroce.

 

Rimembro, deserto d’arsura più folle

di chi sua gloria tradendo ne sposa

la cenere col firmamento, e molle

veglia su’ posteri immondi, sui colli

ch’un tale strappò ai padroni,

vecchi malati che ergon bastioni

ridendo di chi, acciò che l’udì

più ottuso più saggio risona fin qui.

 

Comprendo, il sisma ne smosse,

dapprima invincibile omaggio a Minosse,

squarcio fra nubi nere d’Inferno,

ecco lo schioppo ch’uccide l’eterno,

or s’inimica chi sede nel blu:

il regno di Dio è morto per sempre,

eleyson kyrie non lo gridan più.

Ma il fiore rialza il pistillo dorato,

geloso d’un vero, geloso d’un fato

ch’eleva il mortale ed il suo creato,

la nostra avvezione, l’allegro frinire:

la setta d’un tempo è dura a morire!