A.55

 



Nell’attesa, che fa del confuso vapore
una goccia perfetta di pioggia,
e nel silenzio, che ne preannuncia
l’impatto con la terra secca,
sento l’urlo dell’acqua bramare aria di tempesta.

Panikós



Eccolo,
il silenzio eloquente
che mi parla
addosso di te.

Il tuo silenzio
che riempie la strada…
non lo posso fermare,
e non voglio.

Mentre la luce
che ti colora cambia,
al cambiare dei luoghi
e delle ore,
mi sembri ancora
uno sconosciuto,
che abbraccio,
di notte,
da sempre…



…e amo
i giorni, le ore,
che abbandono alla tristezza…
ad esser già felice,
spesso, mi perdo
l’istinto,
la curiosità,
il viaggio…

Noi soldati abbiamo smesso di uccidere



La nostra lotta
non violenta…
l’intelligenza
il nostro stendardo…
Siamo noi
animali irrazionali
mossi
dall’amore puro…
Più furbi di voi,
ingenuamente…
i nostri lividi
svaniranno,
il sangue
che lasciate sgorgare
cicatrizza
le ferite rabbiose
che ci fate…
anche i crisantemi
estirpati,
col tempo,
non hanno più
chi ha per loro
lacrime
da versare.
Noi siamo i violenti!
poiché le idee
di acqua e diamante,
di fuoco e di aria
che nel nostro danzare leggeri
incastoniamo
nelle menti,
hanno il potere
di farti esser vivo
in una bara
e morire
col cuore
che batte ancora…

I



Dalle radici
aggrovigliati,
i due ciliegi,
uniti in un’ora,
come in un’era
si fondono
le pietre…

II



Ai due arbusti
il tempo,
ha rapito
foglie,
disperso
come figli,
i fiori,i frutti,
in guerra,
spezzato rami,
oltraggiato i fusti…

Povero vento
e il suo vano
iracondo spirare…
povera grandine,
poveri i fulmini
e la tempesta…
povera neve
neonata,
d’ingenua eleganza
vestita,
già precipita
ad ogni inverno,
ed ogni inverno
con se trascina
la gelida speranza
di poterli cullare
in un sonno eterno…

III



Il sole stupito
guardava i tronchi
avvinghiarsi
come corpi leggeri
in amore,
braccia strette
diventare i rami
e le foglie
stringersi
come calde mani…

La terra, ansiosa
madre pregnante,
assisteva inerme
alla soave esibizione
di un albero,
ormai più forte e più grande,
danzare libero
nel campo sconfinato…

A quel ciliegio
l età non permise
di poter pesare
i singoli solchi,
gli squarci,
di contare i caduti
tra fiori,frutti,foglie,rami,
di ricordare
le ingiurie innocenti del tempo
o le temibili offese umane…

Non volle credere
persino al sole,
attento testimone
di quell’amore naturale,
quando gli giurò che,
da prima, due soli,
eran divenuti
uno isieme…

Focus



Le nostre celle
non sono poi così diverse…
lontana, da chi ci accoglie
in queste gabbie, è la voglia
di renderle speciali,
così da farci evitare il pensiero
che possa esser meglio
non essere tutti uguali…

Le nostre celle sono identiche
ti dico…e se ti giri,
per guardare, capirai
che quella lampadina intermittente
che scandiva le tue ore
in realtà è il sole,
che nasce ad ogni alba e
in qualche orizzonte muore…

Calpesterai la terra bagnata
e non più quel ruvido
pavimento di cemento sterile…
Già pregusto
il tuo luminoso stupore,
quello di un vecchio prigioniero,
in una prigione
che, scopre,
essere da sempre senza pareti…

Allora darai, per l’ultima volta, lo sguardo
alla cella di scadente metallo
che prima d’allora
rapiva i tuoi occhi…
…poveri occhi…
han sempre creduto
di non poter mai vedere
il mare…
costretti a poter solo immaginare
senza qualcuno
che gli insegni
o ricordi come fare…

Quelle sbarre sono l’unica parete
della tua cella, capisci?
e ora tutto quel tempo
in cui immaginavi a tentoni,
fissando la gelida serie
di colonne paralle che,
il peggio di noi,
trasforma da desideri in galere,
ti apparirà sprecato, perduto…

Che il tuo rimpianto
si faccia fuoco!
Che viaggi impazzito,
con la bava alla bocca,
bramando ogni cosa,
fino a spegnersi nella tempesta
da cui non esiste riparo…
e da fuoco vivo, tu muoia
per risorgere ancora cosciente
di poterti nuovamente voltare
qualora le sbarre
dovessero tornare
ad occupare
il tuo tenero,
ritrovato
stupore.

La rete mantiene vivo il pescato



Al riparo dal vero,
dietro lo schermo
di vetro
o simili,
colorato,
che puó chiudere
l’oceano
in un acquario,
che vi lascia tra voi,
piccoli pesci
capaci e fieri
di saper parlare
anche da muti,
culla
la vostra
dolce convinzione
che, poter nuotare
senza sapere dove,
e respirare
in un terreno
dettaglio di mare,
basti
alla vostra illusione
di esser liberi
marinai del mondo
e ancora
abbastanza vivi,
pur essendo
abitanti stanchi
di una comoda,
chimerica
prigione
sociale.

Indocilis



Sovvertiremo ogni legge,
ammutineremo
tutto ciò che si sa.

E se un giorno
dovessimo incontrarci
all’imbocco
della retta strada
vorrà dire
che avremo ceduto
sotto l’etereo peso
di vivere un mondo
in cui niente è stato,
ma è
e sarà….

in cui noi
potevamo
bruciare nel mare
o avere i brividi
col sole sulla schiena….

vederci meglio al buio,
essere accecati
da un po’di luce…

annegare
nell’aria,
respirare tra i pianeti
e le stelle…

parlare in nessuna lingua
e…sognare…

…sognare
dal mattino
alla sera
e smettere
prima di addormentarsi…

E il tempo…
lo spazio,
li,
non sono ancora padroni
di tutto…



…ed alla gravità
lasciamo solo
il disperato
tentativo
dell’Universo
di mantenerci
a terra.

Saudade



È che mi basta incontrare
i tuoi occhi
per sentirne la mancanza
più di quando non ci sei.

Poiesis



Ti prego,
non farti
bella
se,
per piacere,
chiudi
il tuo grido
in forme e figure
colorite
e io sorrido
col tuo pianto
e dall’urlo
passi a tacere.



Era bello
quando
potevi
ancora
fumare
alitando
d’inverno.



Userò

la vita

a capire

tutti

gli amori



Resta li,
in quel posto,
d’ora in poi.
Così
la mia strada
sarà quella giusta,
un giorno,
e non percorrerò più,
con forzato disorientamento,
ogni vicolo del mondo
continuando a sbagliare
per strappare al caso
la più piccola
possibilità
di poter sprofondare
nel tuo sguardo
tra la marea
di rumori
che non mi fa respirare.



Era ieri
e già
parlavi di domani,
che ti portò
via dagl’occhi
l’ultima goccia
dei tuoi giorni passati.

Io oggi
non posso
ascoltarti
né consolarti
perché oggi
è stato domani
e sarà ieri,
per me.

Ad un Uomo e ad una Donna



Curioso
che la tua bocca
pronunci
con leggerezza
queste discutibili parole,
che guardi
senza sgomento l’aquila
arpionare un povero ratto
e farne cibo per i piccoli,
trascuri
la brutalità del re
che sbrana una gazzella,
accetti
che il piccolo pesce
resti vittima
di uno più grande e potente…
Allora perchè
non vuoi che uccida
per amore?
Perchè
la fame cieca
non dovrebbe spingermi
a rubare, a mordere e ammazzare?
Ho visto
l’etica dei forti
far più morti della vera guerra.
Ho visto
prigioni per uomini
gremite di animali,
puri in quanto tali.
Ho visto
confondere l’istinto
con la violenza
da chi prega un dio
dal pugno pesante,
ormai redento.
Le tue labbra
giudiziose
recitano un copione
oggi stantio che,
la pretesa del senno
di aver ragione, ahimè
ha da sempre dettato.

 

 

 



Dal buio
passai alla luce
arrivato alla morte.
Morì di nuovo
per poi scopare
e morte ancora
per poter amare.
Solo alla speranza,
all’orgasmo
e al sole
vivevo
per poi morire.

Quando mi presentai
nudo, o quasi,
su quel vecchio palco
che ancora in grembo
già calcavo,
con il mio amato pubblico
a cui sembravo io
anche quando recitavo,
rinacqui
per la prima volta
e subito
incontrai te
che prima di allora
eri, per me,
solo una fantasia
troppo distante

Favole alla chitarra



Rivedere quell’uomo
piangere e suonare,
solo nel silenzio
delle sue parole,
mi spinse, come un bambino
che si crede già grande,
a pronunciare roboante
la mia curiosità.

“…i miei occhi
sono bagnati di note
che per paura di stonare
non ho suonato
e di tutte quelle volte
che non ho parlato al vento…
delle emozioni reali
che ho potuto
solo immaginare
e delle notti
che mi sono lasciato raccontare…”

Toccò ancora la corda
e così cadde
l’ultima lacrima.

“…la mia chitarra
non pagava
aerei, navi e autostrade,
per vederli
altro non avevo
che cantare
di questi luoghi,
da me,
troppo lontani.
Vivevo romanzi
d’altra gente,
aspettando il sole
che intanto sorgeva
alle mie spalle.
Ora avrei tutto di ciò
che mi impediva di vivere
fuori dalla mia testa,
ma l’illusa
e spensierata purezza
non è rimasta la stessa…”

Mi disse anche,
prima di allora,
di non aver mai pianto,
non sapendo
di cosa si potesse
esser triste.
Non capì quello che disse,
ma ricordo che pensai
alle giovani storie
che avevano
gli stessi occhi
di quell’uomo,
che era
figlio del niente
quando poteva niente
e padre di tutto
quando tutto voleva,
e a noi
poveri figli
di un benessere
che non ci guadagneremo.

(Anche I POETI Devono Esser Liberi Malgrado Essi Pensino)



Maledirò il giorno
in cui
il mio inchiostro
traccerà la forma
senza capirne l’essenza
e ridurrà
quei bei colori
che, sul foglio,
sembran
gli ingombranti
rumori della mia testa,
ad arzigogolata
prosa del niente.

A.55



Tornando a casa
quella sera, per la prima volta
mi fece strano ignorare,
o aver ignorato fino ad allora,
ogni finestra chiusa
che lasciando dietro
mi avvicinava a lei…

…avrebbero potuto insegnarmi
cose che credo
non imparerò.

…penso alle loro storie,
ai loro sguardi
o tutti
gli inutili nomi
che ormai non devo
impegnarmi a ricordare.

Ora, infatti,
è inutile che ci pensi ancora,
ormai
sono solo sul mio letto…
Magari domattina
qualcuna di loro
sarà aperta e
potrò salutare
ancora
quel vecchio, affacciato li,
che stanotte
mi insegnerà,
o forse ricorderà soltanto,
come si faceva a sognare
nel modo giusto.

زمن



Ci fosse stato un istante
in cui sei rimasto lo stesso!
A causa tua
e del tuo dover sempre cambiare
passo le tue notti
a cercare
di seguirti
come un servo cieco
ed ubbidiente,
finendo inesorabilmente
per lasciare gli occhi al sonno
ogni volta
che mi illudo
di tenerti per sempre,
e penso di esser l’unico
contro di te
a non potere niente.

Il sole ha coperto le nuvole



…mi sembrò
di essere
ciò che ero
prima di nascere
senza tempo, spazio, occhi
o rumore.
Solo il Mare…
…il freddo
o il caldo,
e io
che ancora riuscivo
ad abbandonarmici
dentro…

Lettera a Dio



“Caro Dio, o chi per lei,
insonne ancora
tra tutti
ho quasi subito
pensato a te…
tra i marasmi
che mi tengono sveglio
sento nuovamente,
soffocato dalla pace
che fuori da me
regna nel mio letto,
di preferire
una vita da fesso
con l’aria gonfia e piacente,
senza dubbi
su me stesso
né sull’altra gente,
con pensieri fissi,
culi, case, assi, whisky….
Forse sarei stato meglio
ad ignorare
più che a contemplare,
a tacere
senza sapere di che parlare,
a comprendere appena
e non ascoltare…
a poter vedere tutto
ma non capire
ed accontentarmi
invece di stare
sempre a cercare…
Credo che alla fine
la vita basti viversela,
con più risposte
per meno domande,
più fatti
e meno dati,
più alcol, più feste, più risse,
più di fretta e senza fiato.
A pensare nemico
chi non si spiega nella mia lingua
o chi non si schiera dalla mia parte.”

Alla fine Dio
credo che non mi risponda mai
perché mi da ragione
e quasi mi vorrebbe dire
che queste son storie
che iniziarono col mondo,
chi non fa caso
riesce a galleggiare,
mentre a noi
tocca andare a fondo.

“Caro mio, o chi per te,
avrei preferito senz’altro
che Madre Natura
meglio avesse potuto
selezionare voi animali
della tua specie,
ultimi arrivati.
Soltanto qualche esemplare
ha appagato,
nel vostro breve poter capire,
la mia infantile fantasia
tra la vostra umana bolgia.
Ora però, Figlio mio,
o di chi per me,
non far si, ti prego,
che la mia ironia divina
si possa anche riferire
alla tua ingenua idiozia.”



Mi hanno detto che
non ti stupisci più
e, per fortuna,
poi hanno aggiunto
che non ti stupisci
di aver dimenticato
il mio nome
o che non ti stupiresti
nel ricambiare,
come imbarazzata cortesia
ad uno sconosciuto,
il mio saluto
per la strada.
Io sorridevo
e loro
non capivano…
Allora mi hanno detto
che non sei felice
per poi continuare a dire
ai miei occhi
a quel punto incrinati
che non sei felice
se ti parlano di me
e non lo saresti
a conoscermi
ancora una volta…
Poi non so,
o solo non ricordo,
chi di noi due abbia parlato
ma io, come ora,
ero in silenzio.



Immagina la noia
se sapessi già il tuo nome
o avessi una tua fotografia,
che i miei occhi
hanno già consumato…

Immagina come sarei triste io,
anche se triste
ancora non mi hai mai visto,
se domattina mi aspettassi
inutilmente di trovarti accanto…

Immagina quanti posti
non ci mancherebbero a guardarli
e le vite a cui non potremmo dire addio,
quante canzoni, parole, storie
non canteremmo,
quanti letti, abbracci,
quante esasperate illusioni,
quanto bene, quanto male,
tutti i colori
che ci perderemmo,
se fossimo già li…

Nel frattempo
smetti di guardare
e immagina,
io farò lo stesso…
avrai paura all’inizio,
ma a noi ora
gli occhi non servono.
Se non smetterai di farlo
neanche un istante
sono sicuro,
e ormai sai
che non mi sbaglio,
che sarò la prima cosa che vedrai
quando potrai anche riaprirli…



Giunto il Sole,
da ospite maleducato,
finalmente
mi investì la testa,
magari in penombra
tra il buio
o solo più esposta.

Capì subito,
con quella nuova luce,
che il metro
di solito più usato
affatto
si prestava a misurare
quel mio ambiente
ancora angusto
che iniziò a stare stretto,
non a me,
ma ad altra gente…

…li non potevo mischiarmi
per passare inosservato,
né stare zitto
per non aver mai torto.
Da li, lasciavo soli
tutti gli altri
a combattere dei mostri
che, dal canto loro,
ancora oggi,
non combattono alcuna guerra
né saprebbero come fare
senza i vostri pugni.

A volte ci sono cascato a metà
però, ci tengo a dire,
non nelle vostre belle parole,
ma nella mia tenera età…
allora non capivo ancora
perchè fosse meglio
arrivare per ultimo
o solo più tardi
perdendo tempo
a guardarmi intorno,
e non esser solo
fisso al traguardo
da purosangue
che poi stanco
di vedere sempre davanti
si accascia sul fianco.

Li non disprezzavo
chi dispensava limiti,
che, guardando in alto,
non sembrano più muri
ma gradini.

Oramai laggiù
non trovo più posto
per me…
sapevo che eravate tanti
ma mai prima di ora
vi avrei creduti troppi,
vi chiamerò “Voi altri”
per comodità, perché
non ho gran memoria
dei nomi dei volti
di chi da quassù
non riesco nemmeno
più ad inquadrare.

Voi che state comodi e al sicuro
fate bene a rimanere uniti,
tutti uguali e ridondanti,
così per i predatori,
tra le prede,
anche tu purtroppo
sembri uno dei tanti.



Ho voglia di sentirmi
né come solo,
né in mezzo al mondo.
Neanche in cielo
o due metri sotto terra.
Preferirei potermi
anche non abbandonare
né restare
a tutti i costi sveglio…
e…credo di esser
quasi sempre stato bene,
nessuna parte mancante
o metà sperduta da cercare.
Non fare in modo
che ogni giorno
sia come il primo,
sono già cambiato troppo
da allora.
Non pretendo di toccare le stelle,
sapendo che mi scotterò,
né di sfiorare la luna
per dovermi sentire leggero.
Non bastano
i bagni di sole
o le impicchiate in mare,
né che questo
sia senza il sale…
per non bruciare.

Quindi, ti chiedo
di essere animali
ed esseri pensanti,
di poter sentire
come sente l’universo,
solo stando vicini
o lontani…
facendoci noi stessi schermo
da questi rumori umani
che in parte
ascoltiamo ancora…



Mentre dormi,
rumorosamente
penso
a chi sarei io ora
se non ti avessi mai protetto
o se non ti avessi preso,
perché l’unico a cadere…
che fortuna
aver già vissuto alla mia età
l’amore migliore
e il solo
che fa essere madre
un uomo come me.