A.64

 



Questo viscido cuore ama sguazzare

in miraggi di mare, cristallino e salato

ma la regola prevede

che mai una volta egli sfugga alla mano

che lo strappa dall’acqua

e sullo scoglio acuminato della vita reale

come a un polpo gli sfasci la testa



Abbracciami,

non lasciarmi frantumare

in un milione d’incertezze.



Lasciarsi costò innumerevoli tentativi:

Come uccellini che per la prima volta sporgano il capo dal nido

ogni volta ci ritraevamo, spaventati dal vuoto.

 

Una spicciola morale oggi suggerirebbe

che abbiamo imparato a volare

e invece penso

idiota io

idiota lei

due imbecilli con le ali spiegate.



E lasciare che invecchino

questi rami protesi alla luce

e di bianco si tingano le ore

in cui di te non so niente.

Questo tuo rifiutare

ogni offerta di amore

mi ricorda le vecchie storie di pirati

che audaci e ubriachi

seppellivano fortune su isole ignote e lontane

per poi andarsene via

solcando la schiuma delle onde

ancora più tristi e feroci.

Così, inquieto,

rabbrividisce nel buio

ciò che nacque per te

e abbandonato da te si consuma.



Disteso lungo il tepore del tuo corpo addormentato

gli occhi spalancati al richiamo stridulo di un uccello notturno

e tutte le mie malinconie

radunate tra le ombre attardate nei primi luccicori dell’alba

ad ascoltarne il canto

esaurirsi in un silenzio corrosivo

finché d’un tratto fu chiaro

che non ti amavo

e non mi sarei mai perdonato per questo.



Quello che sai fare:

travestirti da carcassa in attesa di uno sciacallo,

lasciarti sbranare e poi chiamarlo amore.

Ma non c’è dignità in quei morsi,

nient’altro che fame

e  amara consolazione.



Se solo fossi come il rovo

che approfitta

del passaggio del fuoco

e sul bruciato

cresce rigoglioso.



C’è una sottile ironia

nel cielo che si spalanca tra le nuvole

e ne sperpera i volti

e noi sotto a imprimere passi

condannati a stupirci

che mai la sabbia custodisca un’impronta.



Cosa me ne faccio

ormai

di una giornata di sole

 

Del tuo amore

ne ho fatto un trampolino

sul bordo della mia solitudine.



Ignori che ascolto

mentre cospargi la stanza dei tuoi passi di foglia

mentre scuoti la testa

Mi sembri un bosco percosso dai venti d’autunno.

Cinque sillabe amare



Accoglie le barche

arabesco di fari e lampioni

Cinque piccole perle

un solo guscio di terra

Cinque grappoli dolci

alla stessa vite aggrappati

Cinque parole in rilievo

sul carapace riemerso del colosso marino

che immobile giace

pur di non cedere al mare

quei sedimenti di sale, farina e mattone

per non scrollarsi dal dorso

le finestre e i portoni

Per non far rotolare

le strade e le piazze

le gronde e i camini

le vecchie con scialle

e le gambe robuste.

 

Cinque piccole terre

un uomo e una donna

il cuore a strapiombo

Cinque sillabe amare

ai piedi del letto

e gli occhi di lei

caraffe piene di vento.

 

Cinque vasi pastello

sul balcone di pietra

Grigia pietra e radici,

grigio il cielo e la pietra,

grigio il fischio del treno

tra le occulte pendici.

 

 

 



In casa l’odore della ghisa rovente, gli schiocchi dei termosifoni che sgranchiscono le ossa

Le riconoscerai nelle strade, le creature votate al fallimento

Soltanto loro dispiegano le ali al fiacco sole d’autunno

Un tango



Guarda,

la primavera non ci ha trovato

distesi sui prati d’oro

Forse ci è scappata di mano

quella brezza sottile

forse ci siamo attardati

una notte

quando la malinconia ci afferrava le caviglie

e i tacchi ti scolpivano le gambe di vertigini audaci.

Ora chiudi gli occhi,

ogni passo precede un sospiro

ogni sospiro percorre un passo

e poi solo il silenzio sulle nostre guance premute

quando le note cadono una a una tra i capelli

io ti stringo più forte

ignorando la solitudine che ci sfiora la spalla

e domanda il suo ballo.

 

 



La potenza degli oggetti:

un rossetto dimenticato nell’angolo del cassetto

un libro sul comodino

Nel mezzo tutta la vastità di un’assenza.

Sogni di gatto



Sembravi di pezza o addormentata

mentre la pala affondava all’altezza delle radici

e la terra prendeva forma di destino.

E io che quando dormivi mi domandavo

cosa rincorrevi nei tuoi sogni di gatto

ora mi domando se l’hai acchiappato.

 

 

Sicilia



Me ne vado

femmina calda come brace di sigaro

madre che piangi grani di sale

Guardala la vita

che fugge come schiuma dagli scogli

guardala ora

Sotto la mannaia del pescivendolo

un pezzo alla volta si è consumato un anno intero

e l’estate brilla d’argento come la testa del pesce spada

e i giorni scivolano rossi lungo i rivoli di sangue

del mercato di Siracusa

e la tonnara di Marzamemi.