A.73

 

Millennium Mambo



Malgrado le risa di Taipei,
le innocenti distrazioni
e le
evasioni festive
io ancora cerco pause assenti
che
malgrado tutto troverò
nel tuo indulgente coma rosa

Se il 22 settembre non avessi scelto te avrei pensato che senz’alcun dubbio alcuno avrei dovuto scegliere te



Tornando in fila indiana dalla casa del padrone
intravidi le tue labbra nel riflesso di un calore
assorbito dai miei reni nel frangente di un secondo
mi trovai in disincanto e nel cercare di schivarlo
mi sfiorò alle spalle,
l’odore bianco della tua schiena di carta

Un limbo oscuro per me e la mia carriera,
un rapido orgasmo di sudore freddo nel Durango
Nonostante il mio crudo sforzo in vena
non riuscivo più a farmi guidare
dolcemente
dalle frecce bianche sull’asfalto bruna
mera attrazione estetica
alla casa del padrone

un respiro di pino chiaro mi colpì:
La voce di quella melodia
il reef del ricordo mio più bello:
ci sei tu nel mio velo bianco di follia
che misuri la mia nuca col tuo naso curvo
mentre con la calce mia ricopro
costellazioni di
bassorilievi sulla tua pelle opaca
causati dall’euforia di un prato giovane
che non controlla la sua forza
su di noi
pelle fragile

Saranno state queste frecce bianche
a consolarmi nella stabilità
della mia incertezza odierna
solida certezza di questa vita amara
l’armatura estetica di una vita violenta.
La mia mondanità

Fu il 22 Settembre che scelsi la mia strada
e fui dolcemente accompagnato
dal chiarore del denaro, il mio tutore:
primo ministro del pensiero, la mattina
la forza meccanica dei gesti.
D’altronde tu per le strade
rubando musica ai passanti,
sola nel mondo, la mattina
avresti pensato al socialismo

Perdonami, ma non ero come te:
raffinata sintonia.
Mi spiegherai un giorno:
il come mai dei tuoi gesti anti-scientifici
forse il segreto è nelle giunture dei tuoi invidiati
piedi in muschio chiaro, fortunati nel reggere
il tuo corpo leggero: carenza di gravità.
Mentre i miei, frustrate anime insicure
nel reggere il me brusco che correva via da te;
Magari scrivimelo un giorno
come assorbivi l’energia
dei passanti nei millenni, in questa terra arida
coperta di concime e amianto
come me

 

Vorrei tornare
non da te
ma a quei giorni in cui
mi svegliavo
tra il bagliore del vialetto
e la prima Camel Blue
pensavo a un futuro instabile
lì con te

Non c’era alcun suono a Cairn Woods



Finché indistinto un suono
frantumò le mura in crema
del nostro rifugio antico:
attico d’amore in Cairn Woods.

Alle luci della luna sorda
un latrato torrido nel ventre freddo
seguito da un bercio rapito di un bambino
bloccatosi nel mentre di un urlo curioso.

Tu ti aggrappasti al tuo me incerto
mentre con gli occhi in festa, fantasticavi tragedia
e mi stringevi più che mai, accogliendo la vita inquieta
che tornava danzando, fatua ma ardente a Cairn Woods.

Impulsivo poi riprese
il latrato della bestia con un onda passionale
impetuosa sulle mura, di questa crema colante
sul grigiore della notte di quel docile quartiere;

Grigiore non gradito dalla nostra pelle giovane,
che fuggiva agitandosi sui poli veementi del nostro essere noi.
che fummo bianchi o neri e mai e poi mai ci rifugiammo nel grigiore della vita
in questa casa affievolita,  di un inverno divenuto caldo a Cairn Woods.

Mai più tornammo lì, sotto il cielo finto di Cairn Woods
dove alla luna qualcuno rapì il volto
e lo nascose sul dorso tuo, colmo dei più indagati misteri astrali
o per lo più cicli di ammirazione per il tuo volto fermo
più dei cani, dei cancelli e dei pascoli del cielo
fotografato e reso morto a Cairn Woods;

Noi pensavamo che la fotografia rendesse vivi
eppure tu lo eri, nelle foto sovraesposte del tuo ventre bianco e tenero,
il cancello in crema chiara, porta d’ingresso per Cairn Woods
dove noi giacevamo stanchi, sotto coperta
al riparo dal tuo noi.
E con te era sempre notte. Nella calma soffocante

eri Bellissima

 



Rompi il muro che ti parla
E disperdi nelle notti
Sale caldo sul tuo amato
Specchio di ghiaccio

Rimbaud è lontano, aspettami



16 anni,

Guardandomi allo specchio
fissavo le viti che lo sostenevano
Mi ripetevo: quando i baffi sfioreranno la barba
sarò finalmente libero.
Di giorno ti cercavo

ma alla luce dei gialli lumi del corso,
la notte, volevo solo esser trovato.
E come i lumi mi accendevo di notte,
il sole mi frantumava la pelle,
i sorrisi della gente richiamavano
i rimorsi della mia infanzia.
La malinconia più verde dell’assenzio,
la Francia ormai assopita
nelle fibre dei tuoi capelli sporchi
mentre attraversavamo
la Vie en Rose dei nostri sguardi.

Ma all’indomani
l’importante è non tornare
alla vita di prima, ai sospiri dei mostri
alle lune verdi dei sobborghi vele nere di pietà.

Ma sono ancora nella mia stanza,
e con la chitarra bagnata dal tuo volto
giuro che se solo potessi tornare indietro
getterei il mio intelletto ai corvi
e ti amerei d’istinto
come gli irrigatori automatici
nel giardino del vicino
dove l’erba è sempre più finta.

<Au revoir les enfants!>

Ora lei è lontana,
quindi Arthur, fatti perdonare
portami una tisana rossa
con l’infuso delle sue ceneri
la faró cadere
sul suo cuscino di vetro
e mi lascerò annegare
aspettando che qualcuno o qualcosa
venga a salvarmi
che qualcuno o qualcosa mi riporti sul pontile
che qualcuno o qualcosa mi asciughi il volto

che qualcuno o qualcosa mi rigetti nel fiume.

Lamento di un fotografo di strada



Alle mie spalle si lega la tracolla
della mia lugubre arma astuta,
portatrice di dolori, tempeste di sabbia comoda
che non graffia né ferisce
la mia pelle fluorescente
portatrice nelle notti
del mio miglior pensiero:
“Anche io sono un uomo”

 

E per fortuna c’è la notte,
a colmare questi vuoti
con il fango rinsecchito
della terra che
durante il giorno ho calpestato.

 

E nelle strade
In questo giorno ho camminato,
a caccia di bellezza
ho indagato nei sorrisi
e nei contatti tra gli umani
rubando l’emozione:
linfa vitale di queste lunghe notti,
motore di tutto,
a cui darei la mia vita
se solo fosse mia.

 

E ho fatto uno scambio con la strada,
lei mi dona la sua gente
i suoi binari rinsecchiti
neri di emozioni
rapide, a senso unico
mentre io,
col volto anonimo
vago

 

Il mio tatto è quello di un bambino,
che a Dicembre tocca il freddo
e lo scambia per un brivido.
“Se c’è pelle d’oca c’è emozione”
pensa,
e la vita gli gela il volto
mentre io scatto
e sono la gente.

 

 

 

Trani



Da qui
Le nostre sigarette
Se le accendeva il sole se le fumava il vento

Del vento:
Sirena per le nostre anime in fuga, suonasti taciturna
E ci lasciasti scampo

Di questa strada, sole rosso:
Risvegliasti i nostri occhi futili
Gracili spettatori di un giorno nudo,
E foglie morte

Bruciate dal tramonto
Di un amore forestiero

Torre a Est



Animo a strati confinati
Guarda il lago di Monet
E dimmi se sei vero.
Il lago fermo perforato
Da spari inquieti
Di vento caldo

Proveniente dalla torre a est
Che stende l’ombra su di te,
Mattino morto e rianimato
Tu ci sguazzi in questa ombra
Sentendoti al sicuro
Mantieni intatto questo scudo:
Custode di vita, morte e fortuna

Scudo secco che è già morto,
Ferito alla schiena
Dal dolore di un amore
Mai compreso, mai chiarito;
Fuggito a sud per inerzia
E mai tornato

In questo pomeriggio spento
Che l’autunno brucia e uccide,
I colori di un passato
Destinato a restar fermo
Fermo
Fermo
Ad aspettare