B.21

 

Elefanti



Quando sarà posto troppo mare
fra occhi e labbra,
ci congiungerà la terra.
Comunicheremo come fanno gli elefanti
sentirò i leggeri passi tuoi in cucina
le impacciate mani tue sulla tastiera
a tempo i nostri cuori palpitanti.
Come animali grandi e gentili
vivremo di pulsazioni,
conoscerò le vibrazioni
che sul terreno riversa
ogni tuo più sordo sospiro.
Le parole saranno superate dagli istinti
e noi due elefanti
vivremo a piedi scalzi
senza sentirci bassi.

Martedì



Stacco lacrime dalle mie guance
sul corpo esausto lievi si posano
le gocce
un’altra umida nebbia per chi resta



che siamo spazi e tempi individuali
legati da intensi giochi di sguardi

Al padre che è partito con l’assenzio



Ti ricordo in sala
mentre bevi assenzio.
Braccia di bambina
non sanno tenere
il tuo bisogno
di sparire sempre.
E il bicchiere sente
d’essenze anche mentre
tu sei assente che ormai
tutto ti presente
passato e futuro
eco d’abbandono.

Altre
minuscole dita
lì ti stringeranno.
Loro
forse poi sapranno
non farti scivolare.

Ανδρομάχη



Tu eroe epico
Io elegiaca relicta.
Ti saluto alle mura
baciandoti l’anima.
Preferisti l’errare all’amore
così, non più tua
attendo svanire nel tempo
altri affetti.
Prendiamoci un ultimo sorso
di cielo.
I miei occhi di donna
soli combatteranno altri uomini.
Il mio destino lo porto
impresso nel nome e sotto le palpebre,
tu lo baciavi
addolcivi ogni sera.
Invece ora resto uccisa
dal senso del dovere di qualcun’ altro,
misuro la vita
in tutti i suoi aspetti più tragici.
Perdesti il pathos
che ti sorreggeva
nella fretta di andare,
mio eroe epico,
di te resta soltanto
il lato patetico.

Isotta la bionda



Isotta
distrutta
fissa un mare piatto,
il cielo
non può pulire
il nero dolore.
Le bianche vele
le violano
lo spazio per respirare.

Amore
cortese
a lei concesse di espirare.

Ιφιγένεια



Tragica indagine retrospettiva
mi rende atroce il sopportare
l’ingiusta condanna. Dicesti un giorno
mi avresti vista fiorire di soavi
tenerezze. Così, supplice egoista,
resto insensatamente attaccata
al mio sì forte sentire. Cieca,
faticosamente e colpevolmente
ad eterno pianto me stessa condanno.
Inerme giaccio sporco il mero volto,
forse non è poi tanto triste
guardare il mondo da sottoterra.
Mamma, sai? Ho deciso di morire.
Sii felice, a te sola consacro
l’amore per la vita che leggera
saluto. O cara luce, addio.

S.O.S



E ora che non ci sei tu
non so più a chi rubare le coperte
che ci erano state offerte,
dopo ore di vino e vite
a colmare e riaprire ferite;
Ci basta un letto, una tisana al finocchio,
anche oggi facciamo le quattro.
Al mattino
il volto disfatto,
ma siamo
irrimediabilmente felici.



I miei sorrisi rosoni
posticci
su facciata romanica,
mani gotiche
le sue.



siamo stati il più dolce malinteso
mai inteso



Carta straccia
se non ti tengo fra le braccia

Sedici righe



Il nero della notte
franto
da mozziconi di emozioni
gettati al vento.
Rincorriamo disperati
vaghe luci lusinghe
di nuovi amori.
Siamo
farfalle suicide.
Sedici righe
per noi
destinati a morire,
che riesumiamo
in flebili abbracci
la forza di librarci
in un altro sconsolato volo.

Je m’en vole



Je m’en vole
entre les gents à la gare
où je ne vous ai pas dit
Je t’aime
pour ne pas rater
le train.

Entre la hâte et le tapage
des passants
pas conscients,
Je te vole tes yeux.



All’alba guardare satelliti svanire
quando si negano fantasmatiche stelle