B.21

 

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Comincio a scrivere e chiudo la finestra, ma le frasi restano incagliate nel palato.
Che dire?
Cerco di lavorare il vuoto con le parole.

Ce n’è una che possa trattenerti?

Alcune persone nella vita mi vogliono bene.
Queste persone che mi vogliono bene, perché mi vogliono bene,
mi hanno detto: mi devo liberare di te.
Mi devo liberare da te.

Ma, prima, apriamo una parentesi
quadra
che s’ingoi tutta la nostra storia
in cui nulla quadra.

Io e te eravamo una squadra
- perché dire “coppia” non sia mai!
Una squadra di quelle che a calcetto perdono sempre
e giocano lo stesso.
Abbiamo sempre perso.
Eppure, io ero presa.
E, adesso, stesa ti penso mentre fai la spesa o non so che.

Ma… ho più chiuso la finestra?
Non posso lasciare che entri altra pioggia e rovini il parquet.
[...]
Sì, la finestra è chiusa e ed è chiusa anche la parentesi
quadra
che non fa quadrare nulla.

Un estatico dolore mi culla.
Non, il n’y a plus rien que peut vous retenir.
Fuori dalla parentesi sei solo un residuo affettivo,
il fondo che resta del caffè.

Ti scrivo uno sfogo lungo due pagine
scritto male
con le parole spesso attaccate.
Uno sfogo di due pagine senza un punto né una virgola e nemmeno un punto e virgola, ma, con al rigo dodici una virgola e punto.

M’impunto per far funzionare questo rapporto
ci provo, riprovo, riprovo ancora
ma, a dir la verità
a me, così, non sta bene.

Io ti voglio tutto,
cazzo.
Non tutto cazzo
e niente arrosto.

Che, poi, l’arrosto manco mi piace.
Era per dire.

L’amore è scivolato veloce sulle nostre fronti
chissà dove s’è insinuato.
Sono sicura, in parte, si deve essere incagliato nel mio palato
insieme alle parole che non ti riesco a dire.

È che, vedi, devi scegliere: mi vuoi o non mi vuoi?
Devi scegliere.
E non mi giurare che sei pronto a cambiare.
Resta zitto.
Non cambia affatto.

Dai, non fare lo stronzo, porta rispetto – per te e per me.
Ma, se permetti, mi importa soprattutto di me.
Di te, da qualche giorno, non so nulla.

L’ansia mi culla.
L’ansia di sentirti alzare dal letto per andare al lavoro
e di non vederti più tornare.
L’ansia di non poterti più perdonare.
L’ansia che non fa respirare.

Io non sopporto chi resta ma se ne vuole andare
Io non capisco chi se ne va ma vuole restare.
E tu, cosa hai intenzione di fare?

È che, vedi, devi scegliere: mi vuoi o non mi vuoi?
Devi scegliere:
me o loro,
bianca o nero,
dentro o fuori?
È che, vedi, devi scegliere.
Baby, se stai sull’uscio, mi blocchi il traffico.



Cercare di conquistarti è un po’ come starsene con le gambe all’aria
e tenere due tazzine di caffè appoggiate sulle suole delle scarpe.
Sorprendersi e godersi l’equilibrio.
Aspettare, principalmente,
aspettare il caffè rovente
dritto in faccia.



Viaggio in treno contraria al senso di marcia perché sempre, quando parto, guardo quello che sto lasciando prima ancora di guardare quello a cui sto andando in contro.
Ma senza rimpianti, Je ne regrette rien.

Petali bianchi entrano dal finestrino abbassato
e si suicidano sul blu del sedile.

Sapessi come è strano saperci nella stessa città per otto minuti,
se la coincidenza è in orario.
E tu neanche te ne accorgi.

Dio non fa i ponti, quelli tocca costruirli a noi uomini.
Cerco qualcosa da scriverti, ma le parole si perdono prima di giungere alle mani.
Sarà colpa degli scossoni del treno.
Dio non fa i ponti.

Forse, se ti scrivessi una frase così, detta un po’ come mi viene, potresti anche amarmi.
Ma io preferisco non rischiare:
tenere a debita distanza qualsiasi possibile amore.

***



Che sono più i fiori che porto addosso di quelli nell’Orto.
La colpa è solo di questo Aprile che non si trattiene dal sorgere sul tardi.
Ci frughiamo con gli occhi i sentimenti e i suoi silenzi
eloquenti mi adagiano sulle panchine.
Parla di tenerezze e cartoni animati: pezzi di un passato che ho dimenticato.
La vita si scioglie nel profumo dei gelsi.
E subito torna a farmi male lo stomaco
esattamente
nel punto in cui manchi.
Affogo sbronza la malinconia e mi scivola addosso il colore del cielo;
eppure, mi sembrava si fosse fermato sulla pelle il calore delle tue ginocchia.

Primavera



Mezzelune nerissime
emergono fra la neve sciolta:
i miei occhi di terra
sui sanpietrini.
Ascolta
il pianto dell’inverno.

Maria Formosa



Santa Maria
formosa bambina
per nulla santa
per poco bambina.
Persa
nei tuoi rami cristologici
pensa, prega, guarda:
gli unici martiri
in questo campo
siamo noi.

Calle S. Lio



Ti senti in un film di Sorrentino
piena di silenzi carichi.
Laguna
Venezia
la luna
sono io.

Bologna



Dolci dita
intrecciano i miei capelli
bianchi di neve.
Umidi
i ricordi di te.

Elefanti



Quando sarà posto troppo mare
fra occhi e labbra,
ci congiungerà la terra.
Comunicheremo come fanno gli elefanti
sentirò i leggeri passi tuoi in cucina
le impacciate mani tue sulla tastiera
a tempo i nostri cuori palpitanti.
Come animali grandi e gentili
vivremo di pulsazioni,
conoscerò le vibrazioni
che sul terreno riversa
ogni tuo più sordo sospiro.
Le parole saranno superate dagli istinti
e noi due elefanti
vivremo a piedi scalzi
senza sentirci bassi.

Martedì



Stacco lacrime dalle mie guance
sul corpo esausto lievi si posano
le gocce.
Un’altra umida nebbia per chi resta.

Al padre



Ti ricordo in sala mentre bevi assenzio.
Braccia di bambina non sanno tenere
il tuo bisogno di sparire sempre.
E il bicchiere sente d’essenze
anche mentre tu sei assente,
che ormai tutto ti presente
passato e futuro: eco d’abbandono.

Altre minuscole dita
lì ti stringeranno.
Loro
forse sapranno
non farti scivolare.

Ανδρομάχη



Tu eroe epico
Io elegiaca relicta.
Ti saluto alle mura
baciandoti l’anima.
Preferisti l’errare all’amore
così, non più tua,
attendo svanire nel tempo
altri affetti.
Prendiamoci un ultimo sorso
di cielo.
I miei occhi di donna
soli combatteranno altri uomini.
Il mio destino lo porto impresso
nel nome e sotto le palpebre;
tu lo baciavi
addolcivi ogni sera.
Invece ora resto uccisa
dal senso del dovere di qualcun’ altro;
misuro la vita
in tutti i suoi aspetti più tragici.
Perdesti il pathos
che ti sorreggeva
nella fretta di andare.
Mio eroe epico,
di te resta soltanto
il lato patetico.

Isotta la bionda



Isotta
distrutta
fissa un mare piatto,
il cielo
non può pulire
il nero dolore.
Le bianche vele
le violano
lo spazio per respirare.

Amor
cortese
a lei concesse di espirare.

Ιφιγένεια



Tragica indagine retrospettiva
mi rende atroce il sopportare
l’ingiusta condanna. Dicesti un giorno
mi avresti vista fiorire di soavi
tenerezze. Così, supplice egoista,
resto insensatamente attaccata
al mio sì forte sentire. Cieca,
faticosamente e colpevolmente
ad eterno pianto me stessa condanno.
Inerme giaccio sporco il mero volto,
forse non è poi tanto triste
guardare il mondo da sottoterra.
Mamma, sai? Ho deciso di morire.
Sii felice, a te sola consacro
l’amore per la vita che leggera
saluto. O cara luce, addio.

S.O.S



E ora che non ci sei tu
non so più a chi rubare le coperte
che ci erano state offerte,
dopo ore di vino e vite
a colmare e riaprire ferite;
Ci basta un letto, una tisana al finocchio,
anche oggi facciamo le quattro.
Al mattino
il volto disfatto,
ma siamo
irrimediabilmente felici.



I miei sorrisi rosoni
posticci
su facciata romanica,
mani gotiche
le sue.



siamo stati il più dolce malinteso
mai inteso

Sedici righe



Il nero della notte
franto
da mozziconi di emozioni
gettati al vento.
Rincorriamo disperati
vaghe luci lusinghe
di nuovi amori.
Siamo
farfalle suicide.
Sedici righe
per noi
destinati a morire
che riesumiamo
in flebili abbracci
la forza di librarci
in un altro sconsolato volo.

Je m’en vole



Je m’en vole
entre les gents à la gare
où je ne vous ai pas dit
Je t’aime
pour ne pas rater
le train.

Entre la hâte et le tapage
des passants
pas conscients,
Je te vole tes yeux.