C.50

 



Persi le labbra su quei lividi

degni di una bambina sugli alberi,

ma eri già troppo grande,

e il viola sulle tue cosce d’albicocca

non mi inteneriva più



sentire le cicale in piazza
e confondere i raggi della bici
con quelli della luna



Un silenzio di metallo
netto, rosso
mi riempie il petto
le mani
quel cuore
dove prima facevi traboccare
il tuo miele



il tuo seme dentro di me come gocce di pioggia sulle appannate finestre del treno

13 Luglio



L’inerzia noiosa guida i miei respiri nauseabondi

Interrotti da singhiozzi di lancinante dolore, forse l’unico modo per me ora

Di sentire qualcosa che la mia mente non rivolti

A volte sbatto la testa contro il legno, per capire se sarei più forte di un tronco

per troncare i pensieri la rabbia l’inerzia che scoppia

per ritornare ferma e accasciata, senza impazzire, senza gioire, senza soffrire

penso spesso a dormire come unico momento di pace

e se a volte ho desiderato zittire il cuore,

ora una forza a cui mi vergogno di obbedire

lucida e calma, rassicurante e terrificante come il vento nero

mi convince che l’unico sistema

per tornare a vivere

sia sradicarmi sinapsi e affini, tronco retto da radici marce,

cadere.



Cosa mi aspetta fuori?

Testa bassa a toccare il petto

sentendo con il mento e non le mani

se l’arpa a corde suona ancora

Testa bassa a toccare il petto

sentendo con le mani ed il sudore

la terra e le promesse, il sale.

Fuori dal torpore

La colpa rassicurante dell’inerzia

Che mi aspetta? Chi?

Altro dolore, più di così

non sarebbe possibile soffrire

più della morte, più della nebbia

Conosciuta malattia, dolcissimo miele

nel quale si annega

Ma arriverà e dovrò uscire

Responsabili della libertà

oppure

Liberi di essere responsabili?

Cosa mi aspetta fuori?

Capelli, lavatrice, lavoro

Carichi, soddisfazione, rimorsi

La frustrazione incastrata fra le rughe

cipiglio strano di chi vuole ma non può fermarlo

Sarò nonna, madre, zia, sarò come loro?

Sarò padre, fratello, sarò all’altezza?

E se il mio ombelico cresce così tanto

avvolgesse il mondo, e poi

nessuno mi dirà di crescere

Sono una fiaba fallita,

ho amato lei, lei ha amato me

Madre, nonna, sorella e figlia

L’età che mi accingo ad avere, ricordare, sperare…



Sei il prestito di milioni di stelle cadenti, di ogni soffione, di ogni candelina spenta.

Sei di tutte le margherite strappate, di ogni petalo caduto, del mare mosso che guardavo in cerca di te.

Sei degli alberi a cui parlavo sola la mattina, sei del fondo di thè che guardavo la sera.

Sei il prestito di milioni di stelle cadenti, di ogni ora esatta,

di ogni ciglia

sulle mie

dita.



Marinai delle nuvole

che non piangono notte

ne sospirano donne

sbuffano terre aride e sporche

affondate sicuramente

nel buco

dove dico di aver lasciato il cuore.

La voce, la voce

Cipro Este o forse solo io

persa e mai cercata

persa e più voluta

Ditemi, Marinai delle nuvole

lo devo lasciare andare

a giocare con il rosso delle stelle

e le nuvole sotto il mare

Trovatemi voi, o forse no, vi prego

arriverà un giorno e l’acqua salata

sotto la mia pelle

lo saprà, e io

io sbufferó con voi