C.04

 



Ti ho rubato un altro bacio
all’ombra del mondo:
e ancora una volta
ritrovo te, e perdo me.



Ci siamo fatti male.
Tante volte l’ho pensato,
altrettante te l’ho detto;
ma tu no – tu non l’hai mai creduto -
la solitudine fratello
è un’arma a doppio taglio:
non si riempie la mancanza a litro.
Un decilitro di emozioni,
che cosa me ne faccio io?
Voglio ubriacarmi di emozioni,
sguazzarci e barcollarci.
Ma tu no.
Tu di ubriacature te ne sei prese troppe
ed il fegato ti rode.
Io del resto che ne so,
principiante dell’amore
credo ancora in una cura.
Prometei senza fuoco
in un gioco a perditempo.
Ne abbiamo di strada da fare
e la rotta è tutta da scoprire.

Ad Hegel, e a te.



Chissà se leggerai.
Mi piace immaginarti
Con un occhio semichiuso
Mentre incauto mi correggi
E rileggi per sentire come suona.
Non suona bene;
Sei tu quello bravo nella metrica,
Io scrivo solo per liberarmi
E libero le parole senza ritmo.
Flusso in crescendo
Che rapido mi toglie i pesi
E libellula respiro senza affanno.
Non pensare che non ti pensi,
Non pensare che sia stato un gioco
A rovinarci;
Siamo anime disperse
Nei progetti di una mente intellegibile:
Con la dialettica sotto il cuscino
Cercherò di comprendere
L’importanza della sintesi.
Che il mio pensiero ti accompagni
Ancora in mille notti,
Amico mio.
Son qui, io ti riconosco.

Un piccolo paese, sopra tanti sassi.



C’è un cielo da neve,
Stamani, mio piccolo paese.
I caminetti fumano
E le giornate scorran lente.
Qui, nella tua macchia imbellettata
C’è un picchio che becchetta
Una corteccia,
Si volge, mi osserva e timoroso fugge,
dinanzi alla mia penna.
Il suo volo inquieto
Disturba un ramoscello
Che disgraziato cade
Come goccia in mezzo al mare
Di foglie secche.
C’è una un miracolo incessante
In grembo tuo, paese mio.
Mi ha cresciuta,
mi hai baciata sulla fronte
E mi hai lasciata libera
Migrare su altri asfalti
Ma oggi no. Oggi tienimi con te,
accoglimi e sussurrami
In questo inverno freddo
La storia dell’incanto
Di quando ero bambina.
Come una figlia irriconoscente
Che torna a casa col rimorso
Aprimi le porte
E lasciami giocare ancora
Coi colori dei tuoi boschi.

Ai tuoi occhi tristi, specchi in una notte di gelo



Tu, i tuoi silenzi,
i tuoi tremori,
indecifrabili accordi
di un suono tribale.
Come avrei voluto quel giorno
Portarti via da questo mondo infame,
vederti rinascere fiero a testa alta.
Ma non ci sono riuscita;
e adesso, che ti sento piangere,
che vedo affogare le tue paure
in singhiozzi battenti,
non posso che asciugarti le lacrime
e racchiudere nel mio abbraccio
ogni tua speranza di salvezza.
Tornerà un sorriso,
e quel giorno,
ci ubriacheremo
e rideremo talmente forte al passato,
che sveglieremo ogni sogno
rimasto assopito.

Dei miei vent’anni



Dei miei vent’anni
dei sorrisi sinceri,
della voglia di fare l’amore,
mi chiedo che cosa è rimasto.
Oggi, che l’inganno è trascorso,
troppo in fretta,
guardo un bambino tedesco
giocare triste e assorto con un pallone sgonfiato,
in riva al mare d autunno.
Vorrei tanto gridargli di vivere intenso
il suo tempo bugiardo;
urlargli di correre
e di non essere triste,
perché la vita ha in serbo per lui
la tenerezza di un bacio in aprile,
la bellezza di una carezza gentile;
vorrei rubargli il pallone
e dirgli di andare sprezzante
alla ricerca dell’orizzonte.
Vorrei svelargli
che il sentimento non è qui,
nell’ ignavia dell’onda
che cancella l’impronta del tempo,
che la vita è bella
E che lui, granello di sabbia,
deve rincorrerla
con i piedi sudati
ed i vestiti sgualciti.
E invece lo guardo
E silenziosamente prego,
che il tramonto, per lui,
si appresti ad arrivare.

Amapola



Tu non sei una poesia,
dai grandi stili.
Sei parole semplici,
in libertà.
Sei la sambuca che mettevi nel caffè,
la bordolese che bevevi il sabato sera;
sei l’orto nel giardino,
il fuoco del camino.
E io sono uguale a te.
In mezzo a tanta gente,
sapevi che ero sola,
Mi dicevi
- Bevi un goccio e digerisci –
Condividendo insieme solitudine ed ebrezza.
Mai una carezza,
mai un abbraccio,
mai una lacrima.
Solo quando sono nata,
dice hai versato una lacrima,
e ora io piango anche per te
che non puoi più farlo,
vedendomi morire insieme a te.
Non è facile rinascere
In un mondo
Che non avrà più il sapore
Delle liti per la televisione,
del sapone alla lavanda,
e della tua pacca sulla spalla.
Sei sempre stato me,
e io adesso,
devo imparare,
a essere te.
Un papavero rosso,
in mezzo al campo,
in cui da bambina
mi costruivi
corone di castagno.



Non sei di questo tempo,
mi ricordi l’Ottocento.
Come in quel romanzo,
che non ho letto,
non ho bisogno di parlare,
– lo sappiamo -
non ci possiamo avere.
Giorno dopo giorno,
ascolto quei tuoi sguardi
Lunghi, e muti,
che lamentano,
la voglia di altri istanti.
Ed anche questa notte,
in sogno, il tuo volto,
si è spento troppo presto;
ma il fuoco no,
il fuoco non si è spento:
si rinnova lento
ad ogni silenzio.
E brucia.
Brucia,
ogni attimo passato senza averti consumato,
ogni attimo passato a consumare altri,
tra cenere, e sudore
di notti ubriache,
sbagliate, gelate,
notti celate
nei giorni in cui tu,
come in quel romanzo
dell’ottocento,
che non ho letto,
dolcemente,
mi riscaldi,
insegnandomi a ballare
un valzer,
lento.

DIOGENE



Non c’è tempo per parlare,
figurarsi per capire.
ti riempono il bicchiere
perché il fine poi è tacere.

Ma io, un Diogene qualunque
son ancora in una botte
ed il vino non mi serve
servito da voi servi:
me lo gusto di mio pugno
assaporandomi lo sdegno
di voi che m’ascoltate
di voi che giudicate,
e continuo a camminare,
proclamare e predicare
che la vostra noncuranza
è misura d’arroganza.

Inebriata di follia
brindo con la mia pazzia
alla vostra prepotenza,
alla vostra indifferenza.

Pugno alto



Nell’indifferenza
nella magrezza
di sentimento,
fra tante mani aperte
che pretendono il loro pegno
s’innalza indegno il segno
che l’onore non ha prezzo.
Per chi si ostina
a chieder con freddezza
pagamento e reverenza
non uno schiaffo,
non una carezza,
in alto il pugno
pieno di bellezza.



Fino a ieri
vissi la quiete.
Dal demone assopito
solo il suono del respiro lieve,
beata del suo sonno profondo
credevo vivesse
la morte in un sogno.
Ma oggi ritorna
dal lungo silenzio
e lo sento bisbigliar
nel dormiveglia
parole di tempesta.



 

Se mettessi tutto a tacere

se mi sforzassi di ammutire

quel coro stonato di urla

e deliri

che dentro persevera a rimbombare;

Se solo riuscissi a fermare il tumulto,

forse allora

mi rimarrebbe soltanto

un vuoto enorme per la tua assenza.

Non voglio acquietare il demone

che dentro continua a nutrirsi

di illusioni e pretesti.

Non voglio svegliarmi un giorno

e ricordarti

in silenzio.

 

 



Dispera Morfeo,

la riva è spoglia.

 

Alla deriva

i Sognatori.

 



Burattinaio,

coreografo irrispettoso,

del mio movimento ti fai scherno

e schermo.

Stai nascosto

dietro a musiche infantili

e sorrisi in ceralacca.

Sono stanco di ammaccarmi per l’ennesimo can can.

Ti saluto,

stacco i fili,

questo è l’ultimo mio inchino,

e con permesso mi incammino

verso la mia libertà.

Illusioni



Nell’altamarea

ondeggiando

si frangono.

Nirvana di sabbia.



Io metto in scena Io

<<Signori,

avete davanti uno spettacolo emozionante,

ricercatezza dell’interpretazione,

non vi accorgerete nemmeno che è tutta una finzione>>

alcuni applaudiranno,

altri fischieranno.

Nel mezzo ai bisbiglii di sguardi sconosciuti

continuare a recitare

fino a che

sfinito dallo sforzo di compiacere il pubblico,

cala il sipario.

Tutti si alzano e tornano alle loro vite.

Non resta altro che preparare una nuova scena.