C.10

 



Chissà come mi spegnerò,

sono tramonto

o solo candela?



Con la polaroid

ti fotografo le ossa.

Triste souvenir.



La densa nebbia
degli aliti invernali
m’appanna gli occhi.



Il mio universo
di lentiggini scure
ti sta inghiottendo.



Ci scontriamo
come venti notturni
sulle scogliere.



Sotto la pioggia
rimaniamo abbracciati
come due alberi.

 



La banalità
di questo mare grigio
m’alleggerisce.



Sono una foglia
trascinata dal vento
dei tuoi sospiri.



Crollano le strade
franano i sorrisi.



Provincia:
riposano le fabbriche
su spiagge infreddolite.



Violenti tramonti
irradiano lievi
le anime tristi.



Profonda notte,
i tuoi occhi in standby
sporchi di luna.



La tua assenza,
temporali infiniti
e iridi spente.



 

Quanto amore c’era in quel parcheggio,
quando ho assaggiato le tue labbra
per la prima volta.
 
Quanta tenerezza sotto la giacca blu
dove tenevamo nascoste
le nostre dita intrecciate.
 
Ma ormai,
come alberi caducifoglie
abbiamo perso ogni brivido,
ogni maledetta farfalla nello stomaco.



Stare vicine per proteggersi
dagli elicotteri notturni
dirottati sui nostri volti
e sui futuri incerti
che ci bendano gli occhi.

Costruiremo una capanna
con i tuoi capelli,
e ci racconteremo
la tristezza che proviamo
per queste esistenze mediocri
e per la silenziosa strage degli elefanti
in Africa Orientale.



L’alba galleggia
nel mio appartamento,
guardo il silenzio.



I nostri sentimenti biodegradabili
stanno diventando trasparenti,
trasparenti come il tuo profilo
durante le notti polari in camera mia.

Guarderemo la Njupeskar in silenzio
e sussurrerai l’addio tanto temuto,
facendomi planare per un attimo
sul parco fatiscente
dove ci spegnevamo lentamente
come i lampioni di Viale Uranio.



Piovono sulla mia schiena
incessantemente
i tuoi pensieri umidi,
mentre cerchiamo invano
di intrappolare il tempo perso
con reti bucate.

Lentamente affogo
in questa città senza tuoni
e dentro queste lenzuola blu,
più profonde
di Horizon Deep.
Ma non ti accorgi di nulla.

Proprio di nulla.

A.



Ieri sera
ho puntato il telescopio
verso casa tua,
cercando di squarciare
i 101 chilometri che ci dividono.
Volevo solo vedere
se tingi ancora i capelli
di colori assurdi
e se qualche volta,
nella nebbia densa dei tuoi pensieri,
c’è ancora spazio per me.



Al nostro amore in putrefazione
faremo un funerale laico
senza versare troppe lacrime
per non sentirsi diabetici
innamorati.

I “ti amo” soffocati da cuscini
e da corde vocali pietrificate
nella notte gelida di un febbraio
che appare dilatato
eterno.

sei edera nel mio cervello
un inestirpabile presenza.



Ti guardo,
con le guance rugginose
ed un sorriso in tasca.
Cerco di convincerti
che sta piovendo,
per non ammettere
il mio pianto.
Mi hai giurato
che la nostra relazione malata
ormai è solo un ricordo.
Ma sai perfettamente
che non è possibile,
perché io e te
abbiamo l’equazione di Dirac
incisa nelle vene.



Vorrei poter cullare il tuo dolore,
farlo smettere di sanguinare
almeno per un’ora.

Vorrei perdermi
nelle tue iridi fluorescenti,
nelle profondità abissali delle pupille.

L’insostenibile assenza della tua bocca
mi logora l’anima
o quel che resta di essa.

Incastrati sulla poltrona,
polverosa,
si stava bene.



Ci sputiamo contro
sanguinose sentenze
sorridendo sarcasticamente.

Suoniamo stonate sinfonie
con strumenti scordati
sotto le stelle spente.

Siamo similmente soli,
e non ti scorderò.



Rimaniamo impigliati
in relazioni che non ci appartengono,
solo perché sono più comode
dei materassi Eminflex,
solo perché la notte fa freddo
sotto la coperta di stelle cadenti.
Mi chiedi come faremo a ritrovarci
in questo deserto di cemento armato.
Stai tranquillo,
ti farò dei segnali di fumo
con le mie Marlboro light
da due euro e cinquanta,
che sicuramente
aumenteranno di prezzo.

Nonpoesia per la mia amica A.



Vorrei scriverti una poesia,
ma la mia fantasia
ha finito l’inchiostro.
Con questo foglio
costruirò una barchetta,
che lascerò scivolare nell’Arno
sperando che arrivi a Pisa da te.



Giornate spente,
lasciate appassire
sotto l’acida pioggia,
talmente corrosiva
che ormai rimane solo l’osso
di questa vita.