C.101

 



C’è un mio amico
che scrive poesie d’amore tanto belle.
Sceglie le parole con quella cura speciale,
lo vedo tra le righe comporre con quella luce negli occhi
malinconica, grezza valanga d’emozioni giovani
su spalle larghe
e cuori impavidi.
Io invece non le so scrivere.
L’amore mi rende banale
una macchia di sugo su una tovaglia
uno strappo nei jeans
un piccione in piazza.
Si creano piccoli nodi
sulla punta delle mie dita
e accarezzo piano tutte le parole
che stranamente non riesco più a dire,
io che ne conosco tante, che le inanello una dietro l’altra
in un filo di perle che esce dalla mia bocca.
Dondolo un poco al soffio di quella brezza
che riconosco solo quando è troppo tardi
che mi lascia senza fiato
che mi colpisce con la violenza animale che occorre
per farmi stare finalmente un po’ zitta.



 

Ho grandi pretese
maschere di latta
tinte forti
Ammetto la sconfitta solo quando arrivo alla disperazione
concludo quello che faccio solo quando raggiungo la perfezione.
Vivo nell’inferno degli insoddisfatti perché timorosi della riuscita
non si abbandonano alla casualità
della vita

sono un’imprecisa
una sciocca, una malata di filosofia
ho preso una manciata di complimenti
e li ho inghiottiti senza indagare a fondo.
Di tanto in tanto mi concedo un’esistenza color pastello
un paio di viaggi
e persino una fotografia
da conservare dietro qualche stupida poesia.



E comunque smettetela di chiedermi come stai
o anche cosa fai di bello nella vita
perchè la prossima volta vi inchiodo alla sedia del bar in cui me l’avete chiesto
con una risposta lunga una giornata

 



Come salmoni risaliamo la corrente
i sassi sono palazzi grigi
l’acqua è l’aria:
il sotto è il sopra.
Copriamo i segreti di muschio
scorrono tra le alghe i frammenti di ciottoli
trasportati dal fiume,
tirano fili di marionette spente.
A valle ci sarà il lago
lo asciugheremo con uno straccio
pretenderemo un aiuto.
Ascolta le rane, come concertano
il loro ritirarsi, la sera!
Dove il flusso della corrente riposa
rimane sempre un eco luminoso.