C.15

 

Settembre



 

La strada deserta
Alle cinque del mattino
Prende vita con noi,
Il tempo è un tentacolo
Che ci avvicina,
Pisa scivola sotto le lenzuola
E noi dalle spallette
Siamo i panettieri
Dei sogni altrui.
Appendiamo baci
Come se fossero poesie,
La città ha occhi
Che leggono i dettagli
Che non sappiamo spiegare
E la guerra nella mia testa
Si prende una pausa
Dalle mie ossessioni.
Straniero, passi per restare?
Sei di terra o di mare?
O di terra sul mare
O mare sulla terra?
Sabbia.
Mani e morsi agli incroci,
Scavano radici
Come gli sguardi
Di chi prova a capirsi
Per la prima volta
E spia in punta di piedi
Segreti personali.
È naturale aver paura
Di cadere, sbagliare,
Correre troppo e scivolare.
Non so fare le discese,
Il fiato sale,
Le ginocchia tremano
Sopra ogni passo.
Scaldiamo settembre
che irrompe nei nostri vestiti
Leggeri,
Siamo soli stanotte,
Io, te e il faro
Sulla montagna.
Mi piace il silenzio
‘Circoscritto’
E tu parli troppo
Ed è la tua sincerità
Che mi culla,
Mi seduce
E un po’ mi spaventa.

Spezzato



Dalla mia maschera
I denti tremano,
Come il fuoco dei falò,
Come lo scoppiettare
Del legno che muore,
Salta, muore, salta,
Muore, salta, muore.
Muore.
Ho il mare negli occhi
Che mi brucia la vista,
Ora li chiudo, li chiudo,
Non riesco a vedere
La mia ombra,
È solo notte da giorni,
Non sento niente,
La macchinetta del caffè
Fa silenzio quando lavora,
La gente mente cammina
Non sbatte i piedi in terra,
Le macchine si accendono
Senza scoppi,
Gli uccellini
Non cantano più all’alba.
O forse sono solo diventata
Sorda.
Mi scivola il corpo
Di dosso,
Come gelatina,
Non mi riprendo più,
Aiuto,
Aiuto,
Aiuto,
Lanciatemi un salvagente,
Un appiglio,
Cancellatemi la memoria
E poi ridatemi
Una testa vuota
Da riempire.
Il mio intestino
È un ascensore
E il cibo
Sale, scende, sale,
Non ho fame,
Non ho fame,
Non ho fame.
Ho il cuore in gola
E la gola grattata
Da sigarette a metà,
Alcol e sabbia
Sotto le lenzuola,
Sopra le lenzuola,
No sotto, sopra, sotto, sopra.
Sopra,
Che fa caldo da morire
Ma io ho le mani fredde,
Mani fredde cuore caldo.
Ottima termoregolazione,
Camilla.
Sono un medico, è sangue,
Sono una poetessa, è emozione,
No, sangue, emozione,
Sangue, emozione,
Sangue, emozione,
Sangue.
Sangue.
Sangue.
Sangue.
Le mie dita spezzate
Non si muovono
Più,
Le mie gambe tremano,
Corrono,
Inciampano tra i rovi,
Ecco da dove vengono
Questi graffi.
Scappo lontano da qui,
Ma nessun posto è lontano
Da sé stessi.
I miei capelli bagnati
Sono salici piangenti,
È già finita la primavera
E a me manca l’aria,
L’odore dei tigli
Mi soffoca di dolcezza
E io mi blocco,
Immobile,
Sbiadita,
Come un quadro
Appassito al sole.
Divento una statua
Di vetro,
Perché mi posso rompere,
Sì, rompere, mi posso rompere,
Rompere per ricompormi
In una forma nuova,
Nuova, nuova, nuova.
Non sono più io,
Sono diversa,
La stessa, diversa, la stessa.
Diversa.
32 h di veglia
Si contano
Sulla punta dei miei sospiri,
Nessun respiro,
Solo una doccia fredda,
Ghiacciata
E il suo tocco
È come diecimila spilli
E io non riesco a piangere.
Piangi, bambina,
Piangi,
Non ce la faccio,
Piangi,
Non ce la faccio,
Piangi,
Non ce la faccio.
Di colpo
Divento analfabeta
E non so più parlare,
Di colpo
Divento muta
E non so più gridare.

Freno a mano



 

Disegno una linea su un post it
È il mio sorriso finto
Di questo caldo-freddo inverno.
Vorrei ubriacarmi
Di vita e futuri passati
Ma ho il freno a mano
E tiro, tiro,
Tiro su quel che prendo,
Come un pescatore,
E più tiro,
Più mi sento tirare giù.
Dal faro sul fiume
Ai fari sulla strada,
Pisa si divide a metà
Sotto i miei piedi
Da corsa,
Sotto le mie paure
Fragili.
Cammino e scrivo,
Scrivo e cammino,
Mi fermo,
Cammino,
Due bici mi superano.
Vado piano.
Sulle labbra ripeto parole
Non mie,
Imparo versi, versi diversi,
Diverse vite ciascuno,
Diversi ritmi,
Immobili.
Un anno fa bevevo
Un bicchiere di amaro
Con te
In una piazza sporca
Di vecchi giovani.
Vorrei spogliarmi
Sotto la luna,
Vorrei sbagliarmi,
Vorrei sognare
I sogni di Shakespeare
E scriverli diversi.
Aria fresca mi bacia le guance,
Mi passa attraverso,
È un po’ come fare
L’amore.
Lampioni impazziti
Dalla mia stanza vuota,
Piena di colori,
Sto sul balcone
Come Giulietta,
Musica triste accelerata
È la molla per inciampare
E non cadere.

Naufrago



Ieri notte
Avevi per occhi
Due cascate
Di silenzi fluidi,
Eravamo io, te
E il freddo di Berlino
Che ci era rimasto
Sulla punta dei piedi.
Mi spoglio davanti
A te,
Mi guardi
Come chi conosce
Ciò che vede
E scambi
Uno sbadiglio
Con una carezza.
Adoro il tuo modo
Di bussare
Prima di entrare
Nei miei pensieri,
La lampadina sul comodino
Ti illumina viso,
Ma le tue ombre
Non si spostano.
È il tuo profilo
Che parla per te,
Ha la stessa
Delicatezza di chi dorme.
Vuoi fermarti qui?
L’amore si fa
In due
Cento
Modi.
E dopo due
Cento
Passi
Per strade straniere,
Riconosco
I tuoi piedi
Rimasti indietro
Di poco.
Chissà cosa pensi
Quando ti chiudi
Nel tuo corpo
E mi lasci
Una mano,
Un braccio,
Una gamba,
E mi sorridi
Da lontano.
La bussola
Era impostata su centri
Alternativi,
Il nord era a sud
E l’est a ovest,
Ma non ci siamo
Fatti troppe domande.
E per sbaglio
Hai ordinato
Una birra analcolica al miele
A Berlino,
Ho pensato
Fosse la cosa
Più buffa del mondo.
Ci siamo baciati
Sotto le porte
della città babilonese,
I leoni ai sono sdraiati
Davanti i nostri sorrisi
Amore
Tienimi le mani
Che ho l’inverno
Attaccato alla giacca.
L’organo rimbomba
Sulle vetrate
Del tramonto,
Dei nostri calici
Di vino.
L’aereo che ci riporta
A casa
Vola sul mare,
Scrivo sulle tue labbra
Quelle tre parole,
Sette lettere,
Due spazi.
Credo che amare
Qualcuno
Sia quando
Ti basta guardarlo
Negli occhi
Per dimenticare
Chi sei
E dove ti trovi.
Dalla finestra
Cadeva la neve
E noi non lo sapevamo,
Noi eravamo al mare,
Sulla spiaggia,
Sotto palme verdi
A mangiare un burrito.
A volte
È come vederti
Per la prima volta,
Mi dai il tuo numero?
Sorrido,
Mi girerei ancora
A guardarti
Per strada,
Certo non ti scambierei
Per un tedesco,
Un irlandese forse
O forse un sognatore
Che è naufragato
Sulla terra,
Ma senza tatuaggi,
Nessun tatuaggio
Dici.
Sotto il cielo di Berlino
Ti amo
In silenzio,
Ma lo capisco
Qualche giorno dopo,
Quando ognuno
È solo
E i tuoi abbracci
Caldi
Mi mancano
Da morire
Sotto le coperte.



È strano sai

cadere dal cielo

senza paracadute,

buttarsi in mare aperto

senza salvagente.

È un rischio sopravvivere,

senza di te.



Non faccia a faccia,

ma poesia a poesia,

tutto è iniziato così

e tutto così finirà.

I gelsomini quest’anno

tardano,

nessuno li aspetta più,

c’eravamo solo noi.

La primavera muore

prematura,

perché è già maggio

e fuori (e dentro)

piove da giorni

che ho smesso di contare.

È bastato un attimo

a far crollare montagne

di bellezza e meraviglia,

passando per questa piazza

non vedo nessun miracolo

e vorrei solo buttarmi a terra

e strappare l’erba

come fossero capelli.

Abbiamo costruito castelli

abusivamente

sulle nostre spalle,

sulle nostre vite,

leggeri, appesi al cielo

con una gruccia,

siamo pessimi ingegneri,

è venuto tutto giù,

come la realtà più crudele,

schiacciando sogni

come fossero noccioline.

Non ho mai preteso

di possedere verità,

mi sono ritrovata sul ciglio

dei tuoi sguardi

diversamente,

io comandante e tu marinaio,

tu suonatore ed io nota,

io pittrice e tu colore,

tu poeta e io poesia,

io terra e tu mare,

tu salato e io petalo,

io fiamma e tu vento,

tu purificazione e io oracolo,

io alba e tu notte,

tu calore e io ghiaccio,

io orologio e tu nuvola,

tu sognatore e io sogno.

Non ho mai preteso

altro che non fosse amore

per amore

e ho trovato sabbia e povertà,

io attesa e tu silenzio,

io domanda e tu distacco,

io ricerca e tu fuga,

io richiesta e tu sordo,

io rabbia e tu pietrificazione,

io perdono e tu sbaglio,

io frana e tu pioggia,

io dolore e tu?

 

Se un poeta piange

non escono lacrime dai suoi occhi,

ma inchiostro,

se un poeta aspetta,

non escono silenzi dalle sue labbra,

ma inchiostro,

se un poeta ride

non esce felicità dai suoi pensieri,

ma inchiostro,

se un poeta sente rabbia,

non escono risse dalle sue mani,

ma inchiostro,

se un poeta sanguina,

non esce sangue dalle sue vene,

ma inchiostro,

se un poeta muore,

non esce anima dal suo corpo,

ma inchiostro.

Silenzio stampa



Silenzio stampa,
se vuole viene, dicono,
io aspetto
e ogni volta che viene
e torna
si rompe il sottile
equilibrio
tra il volerlo sempre
- coccolando ogni cosa di me-
e il bastarmi.
Piove cenere sui miei capelli,
quando la nebbia fuori
riempie le strade
e i ricordi d’aria,
solo un anno fa
conquistavamo la terra
delle mimose
insieme.
Ora alzo i ponti,
non può passare nessuno
se non sa arrampicarsi bene,
sono mura alte,
ci sono i soldati
col fucile in canna,
pronti a sparare
amore,
sono attenti ad ogni mossa
e così dannatamente vulnerabili,
ma loro lo sanno,
si tengono lontani apposta,
per non farsi vedere in faccia,
perché il “nemico” lo capirebbe
subito,
capirebbe che non aspettano altro
che qualcuno li assalga
e li baci


di nascosto.

Io : te



E se tra noi
tutto fosse nato
con uno starnuto, 
io e te
-ecciù-
e la polvere cade
dall’estate,
nella folle ricerca
di case vecchie e luminose,
in questa umida città
arancione,
dove dormiremo insieme
solo qualche notte.
E’ una vita d’arte,
quella della pittrice
e del musicista,
-io per te-
non regalarla a nessuno,
mi han detto
di scrivere sul tuo corpo,
con labbra semiaperte,
una poesia qualsiasi,
d’amore forse.
Io di te
conosco cose che tu non sai
eppure mi sfugge sempre
una briciola blu
e come cambia la marea,
quante corde ha un basso
o se mai ti piacerà un film.
Quando mi guardi,
con quegli occhi grandissimi
-io in te-
che risucchiano il mondo
intero
a cosa pensi, amore,
amore mio,
-senza mio-?
E mi meraviglio
di come tu abbia capito tutto
-o quasi-
ogni mio punto debole
e forte,
-segretamente io ti adoro-
e nessuno mai
ha saputo tagliarmi i capelli
e riempirmi di colori
-io da te-
così bene.
Abbiamo costruito un ponte
sull’Arno,
dal nulla,
vicino a una chiesetta
in ristrutturazione,
-io con te-
e abbiamo conquistato un castello,
facendo ridere i nostri nemici
e abbiamo piantato dei fiori,
tantissimi fiori e idee
e rovi di more,
per farci una marmellata
un po’ aspra,
-se vuoi-
rubando il tempo a tutto il resto.

Congedo



Risentirti è come invecchiare

di colpo

e rinascere giovane e belva

e scricchiolare al vento,

come una barca che affonda

in fiamme e sputa fumo,

il suo ultimo grido di vendetta.

La tua voce è la stridula melodia

che risveglia la danza frenetica

del serpente a sonagli

che ho in gola

e mi soffoca da secoli

assetato dei tuoi vili baci

e delle tue menzogne.

Risentirti è l’ultima sfida

e vorrei dannatamente sopraffarti

e incatenarti con la catene

che usavi per domarmi,

vorrei sfidarti e vincerti

dopo anni di silenzi,

rinunce, abbandoni,

perché ormai non ho più freni,

l’amore è come carta,

brucia

e quel che resta

è solo cenere.



Vo(g)liamo,

c(r)ediamo,

ancora.

Iris



I tuoi occhi sono per me il filtro

delle mezze stagioni,

Iris, che sei vita per la vita,

verde rinascita dalla terra,

petalo su petalo,

sei un passato circolare

e puoi fermare il tempo,

clessidra delle mie ricorrenti primavere.

Sei una bambina dagli occhi grandi,

pieni di tutto quello che possono amare

e di pianto,

sei la libertà del mare di andare

e tornare,

l’anima legata al corpo

da una sottile cordicella,

come un palloncino

e a volte mi sfuggi in me stessa,

troppo semplice per essere comprensibile.

E sei così bella coi capelli al vento,

tu che non conosci paure

e le labbra piene di emozioni,

sei tutti i colori che non posso vedere,

le sfumature del mio profilo,

inafferrabile, come l’acqua,

trasparente

e non ti fai domande,

perché sai ritrovare la bellezza perduta

in ogni respiro.

Briciole



La mia anima è un grissino

e tu sei sottile come una ragnatela,

cado preda della tua trama,

appiccicosa non di miele,

ma di paura

aspetto

che tu venga per divorarmi

o risparmiare i miei peccati,

ma non giudice

ti voglio

diverso dai ricordi,

per ricordarti.

Amore, lo chiami?



Un amore omeopatico,
amore lo chiami?
Dammi del caffè amaro, amore,
senza zucchero, né lacrime,
un caffè macchiato semmai,
fumante d’amore e pensieri.
Non posso perdere le mie vesti
o le mie libertà
ora che sono mie per la prima volta
e non voglio un anello o una certezza,
regalami un fiore piuttosto
che costa meno
e dura quanto basta.
È successo così in fretta,
m’hai travolta come foste in mille,
ma quanti siete davvero, amore?
Qualcuno di voi ha forse fatto lo sgambetto?
Perché io sono inciampata
e ci sono caduta in mezzo,
in mezzo all’amore,
e non fa male, cadere nell’amore,
chiedi, amore?
Non più delle altre volte,
un po’ come una botta in testa
e non sai più che fare,
chi amare o come amare.
Un bacio e passa la paura,
ma se è proprio di un bacio
che ho paura?
Bella fregatura!
Ora voglio solo aspettare
e tornare in me, che non è poco,
perché non posso forzare
o accelerare ciò che par normale,
non ti pare?
Mi compri del gelato
che ho fame d’amore, amore?
Al pistacchio e come vuoi
perché non so scegliere lo sai
e più ci penso e meno so
e meno so e più ci penso,
un vizio il mio, amore,
il vizio d’amare e rimuginare,
ma dimmi, ora, se puoi restare,
se son già pronta ad amare, amore,
ad amare ancora?

Imprevedibile



A S.

Parlami, parlami,

dimmi cos’hai,

è un segreto, un groviglio,

un disturbo, un sorriso,

è il diavolo in paradiso,

è il delirio della mania,

il fascino decadente,

non è niente, niente.

Sono un filtro di emozioni,

guardami, guardami,

ma non troppo o troppo a lungo,

potrei caderci nei tuoi occhi

e farmi male

col marasma che nascondi,

la rabbia che assottigli,

di notte, alla luna, un riflesso,

la tua anima impazzita.

Pensami, senza ossessioni,

senza doveri, né schemi

e mostrarmi i tuoi fantasmi,

ma fallo piano, alla luce dell’alba,

non al tramonto, non su una barca,

fallo senza rancori

e poi urlalo, urlalo contro il vento,

per liberarti, io sono qui dietro

e se parto, resto.

Cercami tra le nuvole,

nelle espressioni dei passanti,

tra le poesie, tra i libri prestati

e scordati, tra i profumi intermedi,

tra le righe sfumate, sbiadite,

cercami dietro le case vecchie,

in un campo fiorito

o su un ponte di pisa,

in attesa, in attesa d’esser trovata

o capita.

Fermami, se ti ricopro di colori

o di dolcezza,

perché è un eccesso la mia vita

ed ho paura di travolgerti

con le mie mille anime,

di farti perde l’equilibrio,

il cinismo, la ragione.

Io posso aiutarti, non salvarti,

sciogliamo quel cappio,

quel dubbio futuristico, filosofico

e rompiamo la morte

e le balle della gente,

ascoltami, ascoltami,

per una volta ascoltami davvero

e scappiamo lontano, lontano,

ma non innamorarti, non farlo mai,

non stringermi con possesso,

amami come due vecchi amici,

come una disarmonia bellissima,

come una malattia che scompare,

come la solitudine del deserto,

come un tuffo in mare aperto.

Sei qui



Sei qui,
non c’è altro,
sei qui,
nessuna porta da aprire,
da sbattere,
solo l’aria,
sei qui,
l’esistenza in un punto.
Sei qui
e non manca più nulla,
non c’è da far la spesa,
da contar le lacrime.
Sei qui e ascolti
pensi, parli,
sei qui
e ogni parola è un antidolorifico,
un gradino per risalire.
Sei qui
e mi salvi,
salvi un intero universo
che nascondo nel vuoto che c’è
tra i miei atomi.
Sei qui
e mi capisci,
mi conosci.
Sei qui,
non devo aspettare,
sei qui,
posso sfiorarti,
posso raccogliere i tuoi abbracci
e metterli in tasca.
Sei qui e non ti nascondi.
Sei qui
e m’aiuti a crescere,
vivere.
Sei qui,
mi guardi, mi porti un sorriso,
uno spicchio di paradiso,
sei qui,
forse la felicità.
Sei qui
e ci sono anch’io,
perché sai come,
quando
non farmi cadere.
Sei qui.

Buio



Era così buio

a quell’ora della notte,

che le stelle avevano paura

di disturbare,

di luccicare.

Smettere.

Smettere di tremare

come le candele,

che non ci sono mai

quando la luce muore.

Un torrente d’oscurità,

a quell’ora della notte,

tutto dormiva,

tutto scivolava chissà dove.

Ed io restavo,

vigile nell’ombra,

vittima dell’ombra,

ed era così buio

a quell’ora della notte,

così buio.

Era lì che finiva



Era lì che finiva

ciò che non sarebbe mai iniziato,

sul ramo della notte,

ed io come un’arpia

a ricordar quei momenti

che non avevo mai vissuto.

Gli scheletri nell’armadio



Imparerei a sorridere,

se potessi seppellire quegli scheletri

che solo io conosco,

che mi vengono a cercare

di notte

e si nascondono dietro al tremolio

di finestre che scricchiolano, di porte che sbattono.

Volano

fino al mio letto

e nei miei sogni

bisbigliano rumori indistinti,

battendo velocemente quei denti morti

per dirmi qualcosa,

ma non esce alcun suono

da quelle labbra inesistenti,

eppure io intendo

quel che ho da ricordare

e ho paura

e non posso dirlo a nessuno

e nessuno vuole sentirmi.

C’è la mancanza d’un amore

che mi corrode le ossa

e mi riduce a scheletro

vivente

ed ogni lacrima che cade

è una sconfitta,

è un segreto che m’uccide

e nessuno sa che potrebbe salvarmi

anche solo gaurdandomi,

parlandomi di sè e lasciandomi entrare

nel suo mondo,

perchè nel mio

si muore.

Salice dei miei anni



Le sconfitte ricadono su di me,
piegata da desideri occulti
e paure innocenti.
Irruenti tutti quei baci
buttati,
succhiati, sputati.
La pece scorre nelle mie vene,
primordiale malattia,
l’anima di ghiaccio mi corrode
i pensieri più semplici e disonesti,
e brucia il mio cuore, di carta.
Cade cenere sulle dita,
vola via.
Il passato oltrepassa il tempo.
Abbandonarsi, morire.
Radicarsi, rinascere.
Non posso più sognare splendide delusioni,
deliri d’estate.
Cosa mi resta?
Mille volti, mille volte
ferita in mille modi.
Sempre diverso. Tutto uguale.
Tre note d’arpa sul fondo dell’oceano,
mai suonate, acerbe,
perdute e dimenticate
nella eco di abissi infernali,
dove mi cullo, prima dell’alba,
prima di andare.

Vorrei tornare



Vorrei tornare a quando ero bambina,

prendermi per mano

e dirmi che tutto andrà bene.

Vorrei potermi abbracciare e sorridermi

nel passato,

nel presente che passato sarà presto.

Vorrei dirmi che me la caverò con poco,

vorrei dirmi che vivrò di passioni,

di attimi che rinverdiscono il dererto dell’animo,

ma subito si dimenticano.

Vorrei sedermi accanto e stringermi,

piangermi addosso per quello che non so,

che ancora non so.

 

Dovrei dirmi di vivere il più intensamente possibile,

che la fantasia farà presto a scappare,

che la spontaneità farà presto a finire.

Dorrei dirmi di non pensare tanto,

di non aspirare alla crudele perfezione

che mi attrae e mi uccide.

 

Non mi dirò che m’abboffo di tristezza

per esser felice,

che mi cullo nell’illusione per esser me stessa.

Non mi dirò che non avrò mai un posto nel mondo,

che non mi riconoscerò mai in niente,

ma che sarà il niente a riconoscersi in me.

Non mi dirò che ogni stanchezza,

ogni vecchiaia,

ogni criterio instabile,

rendono la vita difficile,

insopportabile.

Non mi dirò che a poco a poco

tutte le cose perderanno il loro profumo

e il loro colore,

la bellezza della semplicità.

Non mi dirò che l’inutilità

si trasferirà nel mio letto,

che c’odieremo segretamente sotto le coperte,

ad ogni fine giornata.

Non mi dirò che ucciderò la bellezza,

più volte,

quella esteriore per prima,

poi quella interiore,

lentamente.

Non mi dirò che avrò paura della solitudine

che la morte sta sempre davanti

mentre la vita le corre dietro.

Non mi dirò che perderò il senso di ogni cosa,

che la pesantezza si trasformerà in malinconia,

che un’infinita attesa diventerà la pace.