C.35

 

Se tu manchi



Ho camminato in linea retta sull’equatore

Nella mia stanza stavo stretta

Ma coprivo la distanza tra di noi, contando le ore

Equalizzatore di un segnale flebile

Ma persistente, e poi

Fragile petalo di mandorlo affiora al presente,

mi dice che sei lontana, e che non posso farci niente

ma io ho solcato terre e oceani per contenerti

di stazione in stazione

dal Messico fino al Giappone;

ora cuore timpani e polmoni sono aperti,

e vorrebbero vederti.

re-wind london-eye



Fiocca la neve in quel di Londra:
“you ain’t seen nothing yet” – dicono loro,
eppure,
come di consuetudine sul set sospinta,
qui si beve fioca inquietudine
in una pinta di bionda oro.
Riavvolgo il nastro di ciò che ho arrangiato:
cinematografia fantasma
proiettata dal terzo occhio,
TV al plasma
a connessione satellitare
– intra moenia –
dal plesso solare scocca
l’intramontabile nenia
della nostra origine;
sotto questa luna piena in Vergine,
il vento custodisce ancora lo stesso canto
in un pianto, sento
scivolare via la maledizione del passato:
sia quel che è stato,
nell’accoglier l’astro del presente
preparo lo spazio per il domani,
germoglio di futuro
tra le nostre mani.

 

Stilografia



Accendo un cero:

ritorno all’impero.

Scendo

giù

per un fitto sentiero

tra ciottoli di trasognate memorie

a far da sparviero

a migliaia di storie,

come consunte glorie aderenti al suolo

stuolo di tempo che rimanda

di traverso all’intero -

clash! in un sol lampo,

da vitreo riflesso che era

si fa oro nero

il pensiero.

Inerme materia grezza

e inferma mi sussurra il vero,

in forma di sonata m’informa

della sfera

o di quando mesta la testa storna,

come cantarla in musica

quando una scheggia di futuro

discende dal cielo,

sublime ricordo di sogno:

impero disegno,

imparo in questo arcano luogo

a dare voce

senza sfogo

al mysterium,

dolcezza atroce

della fine e dell’inizio

compresi nello spazio

irreale del solstizio

che dalla sorgente

zampillante riconduce

in backwards

fino alla foce.

 

E tu lo sai?



Ritrovo la stima

  con uno stile dappresso

 

per rintracciare quella rima

che porti il differenziato allo stesso:

 

niente sarà mai più come prima

quando sai cosa vuol dire adesso

In vena di giochi



Ai filibustieri

Invano – invento un invito che s’invola con il vento
invece in venti versi in tua vece divento un canto,
intanto, pianto un seme, e tento tanto a stento
di trovar l’insieme
in cui amare è come respirare
e non perché conviene.

why, Walt Whitman, why?



What’s this?

Why, Walt Whitman, why?

To build wonderful worlds
just with words
…are these really words?

Is poetry just a fistful of words
and words and words…
or instead
a perfect technology
spread above signifier
and meanings
alliterations of feelings

all literature is nothing more
than a science that kills nobody
and all literature is nothing more
than a science of the spoken sparkling speaking
a thunder of wonder
while the sky is weeping

In chiave di Sol



Sollevammo il cielo
perché non ci cascasse funesto
all’approssimarsi di un sogno.
Solevamo rincorrere le farfalle del bosco
cantare l’ardore
sfidare il vento
sentire il tempo
per poter dire ancora:
anche nella più minuscola
briciola di mondo
e sprazzo di nuvola
io mi riconosco.
Sol levante e resta ancora
tra queste mani da mendicante
il corpo del reato della Poesia,
sigillo dell’Uno
e di ogni creato.

Apocalisse sul taccuino (riposto nel taschino)



Presi ad ascoltare la musica del mondo,

quell’intorpidito bagliore

acustico in sottofondo

che i più scambian per rumore -

presi un treno senza direzione,

e approdai in un campo sterminato,

e rimasi senza parole.

Le mie mani senza la tua pelle si sentirono

irrimediabilmente sole.

Mi mancò il fiato, un’inceppatura

di fronte allo iato

tra la vita e la sua narrazione.

La grafia trema, barcolla incerta sopra il foglio

dinanzi a cui mi spoglio della maschera e dell’armatura,

per uscirne ogni volta

ancor più sconvolta, smarrita,

perché ho tracciato

sentieri del domani

con la matita.

Dissi-dio



Mi dicevi di sorridere ed essere felice,
ma piano, e a bassa voce,
così da non intingere
il sentimento in chiazze
sporche di petrolio,
e ad un tempo sospingere,
nel baluginio frizzante
di un attimo che sa di sé
e della sua storia,
un male atroce
che da quel giorno
di cui non ho memoria
come sparviero svolge
e sconvolge gl’intrepidi spazi
tracciati dal pensiero.
…come fare allora,
sforzarsi d’ignorare
l’angoscia sfingea che si leva
scombinandomi capelli e viso,
che brucia, e non dá tregua,
financo assorta io non
m’imbatta in te,
e inciampi nel tuo sorriso,
chiedendoti scusa, ancora
un’altra volta,
per il mio cuore, sospeso,
diviso  tra l’amore e la rivolta.

dicembre 2013



Siamo nastri tracciati
tra incastri di forme
e nodi scorsoi;
tra astri combinati su tessuti bluastri
(quando la luce dorme … addomestica
i miei ai tuoi);
tra maschere di fuoco e argilla,
che indossasti per gioco
( … é lá che ti sei persa,
quando osasti salpare oltre la darsena
e affogare nel tramonto?)

sulla pagina bianca due nastri intrecciati,
sospesi, zittiscono il frastuono,
qui il tempo s’acquieta, e trova riposo.

Quando la luce dorme,
è la tua la voce
che mi conduce fino alla foce,
dicendomi: puoi.

E stringimi se a denti stretti ti chiedo:
quando tornerai?,
e tu di dici “presto,
forse mai.”