C.35

 

In chiave di Sol



Sollevammo il cielo
perché non ci cascasse funesto
all’approssimarsi di un sogno.
Solevamo rincorrere le farfalle del bosco
cantare l’ardore
sfidare il vento
sentire il tempo
per poter dire ancora:
anche nella più minuscola
briciola di mondo
e sprazzo di nuvola
io mi riconosco.
Sol levante e resta ancora
tra queste mani da mendicante
il corpo del reato della Poesia,
sigillo dell’Uno
e di ogni creato.

Apocalisse sul taccuino (riposto nel taschino)



Presi ad ascoltare la musica del mondo,

quell’intorpidito bagliore

acustico in sottofondo

che i più scambian per rumore -

presi un treno senza direzione,

e approdai in un campo sterminato,

e rimasi senza parole.

Le mie mani senza la tua pelle si sentirono

irrimediabilmente sole.

Mi mancò il fiato, un’inceppatura

di fronte allo iato

tra la vita e la sua narrazione.

La grafia trema, barcolla incerta sopra il foglio

dinanzi a cui mi spoglio della maschera e dell’armatura,

per uscirne ogni volta

ancor più sconvolta, smarrita,

perché ho tracciato

sentieri del domani

con la matita.

Dissi-dio



Mi dicevi di sorridere ed essere felice,
ma piano, e a bassa voce,
così da non intingere
il sentimento in chiazze
sporche di petrolio,
e ad un tempo sospingere,
nel baluginio frizzante
di un attimo che sa di sé
e della sua storia,
un male atroce
che da quel giorno
di cui non ho memoria
come sparviero svolge
e sconvolge gl’intrepidi spazi
tracciati dal pensiero.
…come fare allora,
sforzarsi d’ignorare
l’angoscia sfingea che si leva
scombinandomi capelli e viso,
che brucia, e non dá tregua,
financo assorta io non
m’imbatta in te,
e inciampi nel tuo sorriso,
chiedendoti scusa, ancora
un’altra volta,
per il mio cuore, sospeso,
diviso  tra l’amore e la rivolta.

dicembre 2013



Siamo nastri tracciati
tra incastri di forme
e nodi scorsoi;
tra astri combinati su tessuti bluastri
(quando la luce dorme … addomestica
i miei ai tuoi);
tra maschere di fuoco e argilla,
che indossasti per gioco
( … é lá che ti sei persa,
quando osasti salpare oltre la darsena
e affogare nel tramonto?)

sulla pagina bianca due nastri intrecciati,
sospesi, zittiscono il frastuono,
qui il tempo s’acquieta, e trova riposo.

Quando la luce dorme,
è la tua la voce
che mi conduce fino alla foce,
dicendomi: puoi.

E stringimi se a denti stretti ti chiedo:
quando tornerai?,
“presto,
forse mai.”