D.25

 



Buio ovunque, fuori e dentro.
Piedi che faticano a muoversi,
incatenati a pietre,
come schiavi neri che piangono.
Che sognano la libertà.
La mia sei tu.
Utopistico volto nero.
Come sono i tuoi occhi? e il tuo naso?

E intanto, come uno schiavo nero,
dai piedi legati, che piange,
prendo a morsi ogni singolo soffio di vento
freddo
che anestetizza il tempo, e il pianto.

 



Ferite che lacrimano.

Che invocano te,

per suturarle.

Mia salvezza da vita sterile.

 

Fiumi di rosso che ci fondono.

Quando è sera.



Scattare foto al mondo.

Strade o prati fioriti.

Gente innocente e sguardi che lasciano il segno.

Volti ruvidi e semplici.

Come quello che saremmo.

 

Se tu fossi viva con me.



Vino.

Ed explosions in the sky.

Sangue che cola dai lobi.

Lontano da dove vorrei essere.

Le tue braccia.

Troppo lontane dai nostri desideri.

Volontà fatali.

Colori forti, lontani. Contrasti.

Ciò che siamo, o che vogliamo.

Bianco e nero,

o perchè no. arancio e blu.

E desiderare d’essere la linea sottile che le divide, o le unisce.



Guardare lontanto,

troppo lontano da mettere a fuoco.

Immaginando posti pieni di noi

e del tuo odore.

Avvertirlo ovunque.

A letto, e in giro per casa.

Seguirlo per la colazione

rompendo il silenzio con una carezza,

che fa tremare le gambe

e immobilizza i miei occhi nei tuoi.

Giorni veloci che terminano in un istante.

Stringersi forte e aspettare Morfeo

contando i battiti.

Aver paura di svegliarti e aspettare l’alba,

ribellandoci alla notte per progettare una casa.

Industrial design, per me.

Ferro e legna che proteggono vittorie e sconfitte.

Pronti a salpare di nuovo.

Perché saremo forti.

Fari che orientano e porti che accolgono.

Mari profondi e navi potenti.

Vele robuste e e timoni

che seguono un’unica rotta.



Occhi di seta che vuoi ti coprano

come un lenzuolo in una notte d’estate.

Il mare, negli occhi.

Distese infinite, morbide.

Mille sfumature sottili.

In cui perdersi.

Sensazioni da cui vuoi dipendere

pervadono tutto il mio corpo.

Che evaporano tramite brividi.

Ricordare cos’è la paura

e sentirsi un bambino

che bagna il suo piede nell’acqua del mare.

Aggrappato ad una mano fedele.

 

Mani.

Che vuoi tutte per te.

Sottili come lame,

da cui vuoi farti ferire.

Dolci lesioni cicatrizzate sottopelle.

 

Rubare una foto

che non ti faresti fare

e guardarla di notte,

inciampando nella tua pelle fresca.

E farne un vestito.

 

Prezioso.

Altrove



Portarti al mare, o in giro a far foto.

Correre sulla sabbia, e posare bagnata.

Perché te lo chiederei, e lo faresti

spinta dal vento che ti muove i capelli.

 

Andare per prati e raccogliere foglie;

non strapperesti fiori all’incanto.

 

Chilometri in moto al tramonto

verso il giorno che faremo iniziare.

Sostare veloci tra le nostre labbra

per continuare a viaggiare

passando la notte dove non era previsto.

Colazioni robuste per stringerci ancora su quella sella.

Ascoltare le stesse canzoni, scelte da te.

Perder di vista la strada

mentre stringi le tue cosce alle mie

e ricordare di averle baciate.

 

Mi riporti alla vita con una carezza,

perché hai sentito i miei brividi esplodere dal giubbotto di pelle.



Averti tra le onde del mare

o erba e ruggiada.

Preparare il primo caffè

e guardarsi ad ogni sorso.

Sguardi che giocano come anelli di una catena.

E mani che tornano indietro lente,

pronte a riafferrarsi.

Bere caffè per guardarsi di nuovo.

E’ solo una scusa

per scaldarsi durante l’inverno.

Giradischi e verdure grigliate.

Sorrisi e baci rubati.

Farti foto dal divano

e cambiare vinile.

Il tuo preferito, e fare l’amore.



La notte scorre come il vino

che s’impossessa di noi.

Un’auto in corsa e i freni rotti.

Lo schianto.

Aprire gli occhi e vedere te.

Un senso a tutto ciò che ho scritto.

 

Copriresti il volto con la mano.

Ma la mia, tra i tuoi capelli

neri e bui come la notte

abbraccerebbe i tuoi desideri.



Immersi in spazi larghissimi

col cuore stretto

tenuto fermo dai suoi battiti.

Pieno di quello che non c’è.

 

La neve ovunque.

E lupi, randagi, primitivi.

Come l’amore.

Che morde per sopravvivenza.

 

Che ci lega col sangue

mescolando ossa

sciogliendo pelle in un camino rozzo,

sporco, fumoso.

 

Immobili

mentre tutto succede d’improvviso.

Immobili

perché ci piace.

 

Farsi male,

impattando in uno sguardo

che cola, sporca,

che splende.

 

E lasciarsi stuprare

dalle sue parole.

 

Marchi roventi, violenti.



Sigarette spente troppo in fretta

labbra viola di vino

che parlano di te.

Con te.

Le note della mia vita

raccontano chi sono

e chi sono stato.

Suoni urlati nella mia testa

e che rimbombano nel mio cuore.

Non scegliamo quando scappar via

ma dobbiamo esser pronti

a lanciarci a cuore aperto contro i massi,

capaci di darci quel che cerchiamo da una vita.



Occhi chiusi capaci di vedere,

mani in cerca di un perché,

volando tra risposte che non riesci a catturare.

E lasciarsi cadere

nel buio di un corpo arido

che cercava innocuo

la spinta per osare.



Si piange soli

o con chi s’immergerebbe

nel tuo sangue.

Come un pennello

pronto a massaggiare un’altra tela.

Di lacrime nuove.

Sii la sua,

marchiata dal freddo delle mani

che da vita a vibrazioni.

Sii libero, col pianto.

Sciogli la tua pelle

e coprila con ossa sconosciute.

Vestiti di lei,

che sa tenerti al caldo tra la neve.



Aspettare che succeda qualcosa.

Calamità che vorresti ti colpissero al petto,

nel modo più violento possibile.

Incitare il tempo a dare il massimo.

E lasciarsi accompagnare a valle da un ruscello.

Leggero come neve.

Avvolto dalla seta.

Godendo di ciò che ti circonda.

Sensazioni che cullano il tuo cuore,

accarezzato da quello che verrà.

Perché sarai pronto.

Per stringere la vita,

per dar da bere ai fiori

e cogliere i suoi frutti.

Donarli a te.

Ti darei quelli del mio cuore.

Reazioni chimiche materializzate in un abbraccio.

Capaci di farti compagnia una vita intera.



Accumulare cenere.

Pareti dipinte di fumo,

e righe che dimenticano d’esser state bianche.

Inchiostro che invade pagine,

come una diga sovrastata dalla potenze del fiume,

stanco di esser tenuto in gabbia da chi non ne ha il diritto.

Come tu non ne hai di nasconderti.

Il tuo rifugio sono io, e tu il mio.

Capanne improvvisate.

Mani che tremano a ritmo del respiro.

Che ci avvinghia a desideri.

Sudore. Cotone che vola via.

Emozioni tenute in gabbia,

desiderando di esser colpiti dalla loro raffica, potente

per farle fiorire sottopelle.



Giocare a fare la guerra.

Trincerarsi tra cuscini.

Smettere subito,

quando scopro che sei accarezzata da cotone.

Il tuo scudo sono io.

E la tua armatura le mie mani.



Scrivere, scrivere, scrivere.

Di me, di te.

Di quello che potrebbe essere.

Schiantarsi troppo velocemente nel muro della realtà.

Tu non ci sei.

E non so quando potrò parlare di te, con te.

Fingo di non cercarti, eppure sei qui.

Nell’anonimato di un sogno senza volto.

La cisterna vuota da riempire rapidamente fino all’orlo, assicurandosi che non coli via nulla senza motivo.

Ingredienti indispensabili:

la tua mano nella mia per catapultarsi in quello che sarà;

sguardi fieri di ciò che costruiamo;

sigarette spente dopo aver fatto l’amore

pronti a mischiare le nostre vite

la nostra anima, di nuono.

Note rapide e profonde.

Corde pizzicate dall’intensità dei nostri baci.

Carezze che danno brividi al cuore.

Le nostre canzoni, ballate fino allo stremo.

Arrotolarsi tra lenzuola mentre rimbombano nei nostri corpi.

Vino che non sarebbe mai abbastanza.

Protetti dalle mura delle nostre anime.

Città-stato governate da mille sensazioni.

Zaino in spalla e chilometri sotto la pioggia.

Santiago de Compostela

o a due passi dall’equatore.

O dove fa più freddo.

 

Voglio essere la tua coperta, il tuo cuscino.

La tua frequenza preferita,

o la tela che t’incanta.