D.01

 



E poi arrivi tu,
ai bordi di una città straniera.
Mi chiedi di raccontare,
ed io
non so



Non hai colto la fine nella fine.
Non tutte le imposte fanno rumore.
Ci sono bocche da assassino che si aprono al cielo
e il ronzio di una voce troncata,
elisa



Per D. I.

Vorrei abbracciare i tuoi occhi.
Sei vita che germina in punta di piedi,
in punta di vuoto.
Ogni parola che hai preso per mano
e ogni mia mano che hai preso e lasciato.
Ogni qualvolta hai mutato
un bacio negato in un abbraccio,
il mare in un imbuto
il mare in tempesta.

Un mare in tempesta -
me lo hai insegnato tu,
non dista poi troppo da un cazzo di shampoo



Vengo da te,
da te provengo.
Sono la vecchia del porto,
il bar lungo la strada
e sono la strada.
Risalgo lungo le braccia
che chiamavo mie,
perché rivolta è la terra ora
rivolta è la parola.

La polvere nasconde il male e le radici,
ed è lì che deve essere il mare



Per l’errore di tutte le cose.

Per le mani che possono annullare
rivolgere
rifare
e alla fine,
in mezzo agli occhi



Ma c’è un sorriso in fondo alla via,
tra le maglie del sole
e due righe di vento

RESA



Rendimi la mia vita
e rendimi mortale.
Rendimi la mia ferita,
e la lama e il sogno e
il canto di deriva:
questa Resa appassita e viva.

Rendimi padre e figlio sfinito,
sentiero mai stato tradito
sentiero rappreso.
Come alla terra il mare rapito –
arrendimi.

E rendimi a te.
Qui, tra le braccia mortali,
rendimi a te

 



Leggero è il concepirti,
l’anelito e la forma.
Credo una parola che dica il vero.
Un’altra, sorella.

La parola muta.
Innata,
come l’idea di un limite ignoto



Santo e doloso il fuoco
ed il dolore.
La pietra dura
sarà la carne,
di pietra forgerò il mio cuore.

Santa è la mia ferita
offerta
attesa



La prima luce stempia le cose,
lega i colori in un mondo nuovo.

Tra le tue braccia oggi
non ho trovato niente
di nuovo
e ti chiedo perdono



Della vita deserto da abbattere,
tragedia di luce sospesa.
Fai fuoco su un fuoco appassito.

Della vita tempesta.
Di tempeste e di notte
quel battere e levare,
quel battere levare
che ci dice la morte.

La Morte che vinci
all’ombra di queste mani,
nel porto di questa attesa:
di battaglia vera,
tu,
la resa



In questa notte la
mia notte:
il maroso del tempo che albeggia stampato.

Un ricordo ammainato alla terra,
sono visione riemersa.

È il vessillo alto e corrotto che inabissa

Dal fondo



Dal fondo
mi porti a cadere
e le vinci queste mie radici,
il laccio che mi lega a questa terra
e al sangue umano.

Quel mandare a morte un amico,
quel vuoto strozzato di luce
di fango
che rivivo ad ogni discesa
e che chiamo amore.
Quella paura di non riaverti,
di non riaverti in fondo al tuo tatto:
in quella voce che tu urli,
che chiami
Amore



Il mio funerale
la folla
il mio resto esiliato dietro di me
e una distanza che non torna
che non si placa
come un respiro
non si plasma,
non dimentica.

Solo un’onda questa,
solo anomalia
la mia, la tua ombra
che rigetta e non santifica
che punta alla gola

in punta di vuoto

DE POETAE VITA (e sui doveri morali che ne conseguono)



All’amato Me stesso

Dovrete prenderne coscienza prima o poi:
maturare mietere, morire se possibile
soli sotto il sole
nudi voi
le vostre poesie,
le vostre poesie mettetele a marcire.

Dovrete avere il coraggio di dire “ho paura”,
di immolare il fegato a Dio
di dire ADDIO
alla terra negra
prima di voltarle le spalle.

Dovrete sottostare alle leggi del grano duro
della dolce falce che vi troncherà
la voce troppo dolce
o troppo truce
brucerà,
voi brucerete
e da voi si alzeranno fuochi nuovi
e nuovi poeti
brinderanno alla Vostra,
alla vostra vita di poeta
al mattino dopo
alle belle poesie…

Lasciatele marcire le belle poesie.
maturare mietere
morire.