D.111

 



Camminarti il fianco in dune di prati
ad assaporare le piogge appena durate
con i piedi freschi in corse sfrenate!
Issarti a partecipare al coro, d’Estate,

che fan i gabbiani sotto lo scroscio
di reti grasse,ai pescatori arruginiti!
Poi perderci,nei capillari di grandi città
a dir luce nella tristezza dei passanti!

Nell’inverno abbottonarci nei vicoli
sperduti,cavalcando il gelo con la risata!
Sulla schiena d’una collina scivolare nudi
diventando pennelli col fango sulla tela.

Potremmo indicare col dito le vite
che vivemmo e disegnarle tutte:
mi ricorderesti di quand’ero nuvola
e tu eri il ciliegio del Giappone!

Batteremo i monsoni dell’India
e un”bindi” ti bacerebbe la fronte.
Raccoglieremo d’un sorso il sacro:
ovunque, in un walzer continuo!

Com’è imponente il ruggito del vero!

Fango di pesce



Impazziscono mille pozzi di zolfo,

sull’elastico che ti tiene il volto;

perde sconfitta il cappello la guancia,

un aereo vola basso sulla ciglia.

Si son persi nel traffico cocente

d’un Agosto con tante lune

i giocattoli cinesi del tuo amore,ira:

bruci la plastica che mai ti spegne.

Mi soffochi come io vorrei

-zanzara delle mie nevrosi-.

Pedali scucendomi le occhiaie

noir:anfetamina su scogli di caffè.

I treni son deserti per la tua saliva,

la sorte dichiara guerra alla schiena

scura e sporca come fango di pesce:

scende e scivola quasi a perderci

la vita.

Sweet sixteeen



Io so che lì c’è qualche anima che brucia,
qualche stella che cade per non star ferma,

ma non credo anch’io nei vostri miti,

non ho i vostri stessi occhi schietti.

La verità è:

 c’è un cavallo matto

e corre,

corre,

ma è sempre lì.

Non conosco il vostro ordinario,

maledetto!

C’è un assomigliarsi che ci fa liberi

ma in ogni fiato una poesia che brucia.

Provincia



Non c’è davvero tempo

per tornare nel grembo?

Nella rete che s’impicca,

correndo,

in una foresta di provincia:

sto cadendo!

Comincio ad assaporare

il vuoto,

al primo giro nei polmoni,

nel primo morso ai limoni.



Nel sangue in allarme,

nell’ego che abbraccia.

La poesia è lì,

orfana di poeti,

nelle anime sorde

di ascolta il proprio rumore.

Ormai da anni,

ormai da secoli:

immemore è il sorriso,

immemore è la nausea.



Come unghia che squarcia
e punge
l’arancia.

È enorme
l’arco che comprende
la tua bocca.

Il letto delle tue unghie
è pietr
carezzata dal fiume

dove io affogo.

barriere



Io cantavo
con diversa croce
le tue stesse parole.

Io digerivo
lo stesso tuo pane
masticato di fame.

Ma io ero questo,
di là tu.

Quale muro di foglio
sta scritto
e divide
in queste parole:

non ci secca forse
lo stesso sole?