D.116

 



Unto d’immenso,

tra superfici false e futuri da riciclare,

lascio il vuoto per uno ancora più grande ma nuovo, sconosciuto, attraente.

Sfioro il tuo sogno con le mani pulite, senza lasciar traccia.

Lo ammiro come fosse dentro una bolla di sapone.

Non posso toccarlo, scoppierebbe.



Era il mio mare,

e mi ci perdevo dentro.

Con lui mi scagliavo contro la terra e tornavo indietro,

portando sempre via qualcosa.

Stai rompendo il guscio di pietra, disse.

Sapevamo che bastava solo uno sguardo.

Quelle, erano le regole del nostro gioco.

Lei taceva, io capivo.



Dove, dov’è la luce?

Al riparo forse dai fantasmi del buio?

A contemplarsi, quale divinità, davanti a uno specchio che non esiste?

Accanto alle mura?

Per proteggersi, sacra e profana com’è,

dagli sguardi di chi la cerca con l’urgenza della parola appena pronunciata,

che vola verso la sua vera essenza?

 



Sublime,

la dolce essenza dell’attimo

che in un istante denso d’anima sfugge,

ansioso di tornare nel sangue da cui proviene.

Avvolge o scaccia,

arde o geme?



…Come un esile controfigura

dai tratti secchi e immobili (come incollati),

il ricordo,

mi appare innanzi.

Pudori malcelati

dietro maschere di carta.

Poi, l’assenza di luce.



La brevità

d’un attimo che scompare.

L’escandescenza del ricordo.

Luce.



Luna in blu notte

Corpi ansiosi d’ardere.

Sudori mescolati ad anime frementi e lussuriose.

Essere Luna.

Meravigliarsi di fronte a tale stupenda architettura di corpi.

Essere blu notte e nascondere la magia

alla Luna.