D.21

 

Memoria d’un amore



Tendo a te
Come vibrante Fiamma
Tende le sue calde lingue
Verso l’Aria
Agognando la sua stessa
Leggerezza.
Ma mi sovvien brutalmente
La pesante materia cui sono congiunto
Inestricabilmente.
E comprendo
Di non potermi con te librare, libero,
nell’infinito etere.

Reflusso Cerebrale



Riemergono in gola
acidi pezzi d’istinto
in rigurgiti di bestialità.
Idee mal digerite
dalla nostra morale
che, in un impeto di scaramanzia,
come se calmasse il bruciore,
chiamiamo
perversioni.

Testamentu ti nnu Lauru



Ntra stu barettu mucatu
ti la matina a ce faci scuru
truei a mei maliminatu
ca mi sta nfrascu ti mieru.
Ca ti quannu stai scienza
ca ti mpara lu veru
sta sparesci l’ignoranza
e cu edda la fatia mia.
Ma no sintiti la mancanza,
ticu iu, ti la maggia?
Ca cu lu Lauru, o lu Babau,
sta sparesci la fantasia!
Ma di capu mi ni sta vau.
Lassatimi stari, pi piaceri,
ca allu scuru mi oiu stau,
cu leggendi e storii ti n’atru tiempu,
spittannu cu sparimu ntra lu jentu.

Giulia



Accadde domani
che stringemmo un patto di sangue
forse non dinnanzi a Dio
ma quanto lui eterno.
Accadrà Ieri
che venderò questo futuro
per trenta pezzi d’argento.

Senso della vita



Cercarlo
un po’ come quando
accostandosi ad una distesa d’acqua
ci si ferma ad ammirare il proprio riflesso
quasi fosse quello di specchio
il suo unico ruolo.

Faust



A passeggiar l’han visto
in compagnia di Mefisto;
ci firmava un certo contratto:
“La trattazione dei miei dati?Mhmm, accetto!”.
“Ma perfetto, amico mio!”,
disse degli inferi il monarca,
“Per saperne quanto Iddio
ti basterà cliccar su ‘Cerca’ !”.
Voleva divenire onnisciente,
un individuo affascinante;
si ritrovò mezzo deficiente
ad ignorare la sua stessa ignoranza
nell’illusione seducente
d’un’immediata, immensa conoscenza.

Mendace Benessere



Augellin, da tanto volo
Poggi le zampe delicate
S’un molle traliccio
Per aver da stanchezza ristoro.
Ma rimembrando il dì
Che poggiasti su’ rami
D’un verdeggiante e forte olivo,
Mirando dalla sua modesta altezza
L’idillio d’un campo in fiore,
quanto ti gravò quel metallico filo?
Quanto sgomento ti colse
Nell’accorgerti che non riposo,
ma solo dolore
ti donava quel falso letto?
Non più la brezza del mattino,
Ma laidi gas di scarico.
Non più la luce del Sole,
ma quella roggia d’un semaforo.
Non il cinguettio dei tuoi cari,
ma il rumoreggiar vano, confuso,
d’ugole umane e motori.
Avvedendoti di ciò non attendesti
Che la pioggia bagnasse il tuo volto
C’avevan già provvisto le lagrime,
e, Augellin, ripartisti al volo
che ti talentò morir nell’empireo
più che sofferir tal sfacelo.

Bambine



Non fu degli anni il peso
Né l’antiche sventure ricordate in core
A render  in alcun modo leso
Quell’infantil e profondo stupore
Che sfavillava dai lor occhi vivi
Quando dal vagone d’un treno
Vedevano scorrer veloci quei vecchi ulivi
Che non crescono sulle rive del lor Reno.
Su le punte miravan ridenti
Lo spettacolo nuovo, per sé antico,
coi visi alle finestre e le ciocche ai venti.
Due allegre bimbe vi dico,
cui il tempo consumò solo la pelle.

Natura Umana



Forse conosco una bestia
Che in un eterno Carnevale
Indossa con poca modestia
Un abito da intellettuale.
Ma non è vero dai, ci vedo male,
magari è un animo per bene,
il cui cuore è la morale,
che ha con il suo pene
un rapporto assai conflittuale.