D.27

 



Pendono dalle tue labbra senza fiato
le ceneri del bosco
tra neri e rossi sangue
rinasce la terra nuda
paralizzata
sui cadaveri degli antenati.
Una Luna carnosa ti gorgoglia
sotto il naso di febbre, inverno matto e resiliente,
fatto delle fiamme
dei nostri tamburi.
Farfalle al neon ti arricciano
le ciglia aspettano semafori
sui cementi bollenti
che t’arrossano le guance tonde:
sei un pianeta stanco
come un pendolare bresciano.



Mi sveglio sul colle potenziale
d’alta frequenza mattutina
con l’eccitazione di questo sole diodo
ch’è potenza per le mie gambe resistive.
Volto alla corrente della Terra,
prego Dio
di sentire ancora questa energia
che ora ho nello stomaco.
Sono vomiti induttivi
del mio spirito sottosopra,
o solo vibrante,
polare,
triangolo e stella,
di questo circuito,
figlio tuo.
In alto la banda! suonino le trombe!
Io ora mi ricongiungo a te
finché mai più esisterò,
morto con questo ritmo
nelle vene.



Come un Dio vorace,
mi porto la mano unta alla bocca
inghiotto questo sistema
e ricopro tutto con la mia saliva gentile:
come in una palla di neve,
vi proteggerò tutti,
nel mio stomaco
che ha vissuto la fame.



Pietre pieziose
come linee nella gola
e sassi nei ruscelli
sono i ricordi dei miei primi istanti,
tanti anni fa
sulle spiagge incoscenti
di un mondo vergine.

Lo fecondo come madre giovane
danzando leggera
sul canto degli uccelli costieri,
con germogli di soia carezze
alle caviglie;
e Io sono la figlia del Vento
che sussurrerà nelle orecchie dei gufi
l’Umanità.



Come un lottatore di scacchi,
con naufraghe intenzioni,
mi guadagno ogni centimetro
di sonno.

Naufraghe intenzioni



Fu burrasca che rintoccò l’uscio, e ti lasciò a fiato corto e gambe all’aria, come un genitore sciagurato,
sulle mie spiagge deserte.
Dentro un lungo e beato tramonto
ti raccolsi in un fiato, e ti vestii di seppia e tortora, dei miei grigi e dei miei marroni,
fumi tiepidi attorno ai tuoi occhi artici.
Dopo le corse e i fuochi, le stelle e gli archi, chi decise decise che i giochi infantili divennero per te
tortura, dubbio d’un tempo scarno, e svuotasti i tuoi occhi sul vasto blu.
Decomponiti ti prego, sulla sciuga del mio tanto pensare.
O immergi i palmi innocenti, finalmente nel mare nudo; che non abbia più segreti per te, che i tuoi capelli siano la brezza che spettina i suoi ritmi, o ancora alghe e piccoli molluschi pazienti.
Non stare più sul bordo, liberati, o muori, affinché sia sempre estate sulla mia costa, o perenne inverno.



Le pietre mi guardano
come gli occhi traslucidi ballano
per il coyote
la danza della caccia.
Soffio via, come un colpo di piffero
mi porto a spasso fuochi fatui
odiati e rinnegati
matti legati
al mio ventre inodore.
Lasciatemi lo spazio di un vento,
combattetemi come una rivolta
prima che arrivi l’ora
in cui morirò senza preghiere,
sulla sabbia senza colori.
Lontano da ciò che voglio.
Lontano da ciò che non voglio.
Ti bevo e mi accarezzi;
provo ad aggrapparmi alla vita, questa sera
sarò ancora il camino di dio.



Come il camino di dio
espiro l’uomo inquieto.
Non mi scompongo, mi ricompongo
pietanze di piombo, vino antrace, scaglie di piombo
risuono, rifletto e rifrango
il fango che mi piove dal polso.
Al capezzale cascate e montagne
mi raccontano storie e battute di caldi,
lentezze e persone marcianti:
alla sorgente del mio ultimo sguardo gufo
l’ombelico cristallino degli ufo.



Scie di pipistrelli e ombre
attraversano il corpo flebile della penna
come di una donna scogliera
ricoperta di alghe e segreti primordiali
bacia la carta
come se non scopasse da anni.
Guardo i suoi occhi
e mi sento un brodo di petrolio bollire nel petto.

La tortura della Pineta



La tortura della Pineta è guardarti allo specchio,
quando senti di non potercela proprio fare.
La tortura della Pineta sono gli aghi
negli occhi ghiacciati
fino allo sbriciolìo del sabbio.
Non si possono nascondere le scorie della poesia nucleare
sotto l’unghia spessa della terra;
e quindi? E quindi ce le teniamo,
e la tortura continua.

.polimi



Voglio schizzare fuori dal mio dolore
si alza il rumore di una piovra, di un terrore;
sborrando nero sui baci presto in metro
acceco occhi placidi da pesci lessi.
Voglio liberarmi di questi fardelli d’olio artificiale
perché la stronza crostificazione delle mie arterie
e la fuliggine stanca dei camini tra notte e mattini
a tutto ciò che vedo, m’attacca.
Sopisce ed evapora
l’enfasi struggente del poeta
percosso sono
una parte di un Nulla
confinato tra quattro mura
tristi
e labbra che si seccano di continuo.

Cantico (psicadelico) delle creature dell’essere



Mi porto dolcemente il fuoco alla bocca,
come nettare e latte dionisiaco
sapora di morte silente
l’animo dimenticato nella jungla abissale
degli albori dell’uomo.
The soul is supposed to starve
cibandosi di radice d’angosce
accompagnato dal canto acido infinito degli astri;
è finito il tempo del vino di lingue!
distillato di culture e possibilità,
solo un canto amaro
di strade accecate
dall’ardore violacee del sole.
Spirito pesce
consumato
sotto una montagna di sale ocra
ove svolge il funerale dei gabbiani piangenti
con le piume e
lo sguardo
indurite dal vento ghiacciato.
Giungente il temporale eterno
si nasconde il corpo sotto lo spettro arboreo
fra un’accucciata di fatti e gatti
con pelo odoroso di sesso e pioggia.
I rami neuronali
con respiro afono vibrano,
s’espandono e contraggono
al ritmo metallico dell’acqua cadente
e con tenacia
s’incrudono
per allattare i felini del corpo.
Il cuore brucia tambureo
ed anima il nucleo del piccolo pianeta
con un suono lungo gioioso
trattiene le lacrime dello sforzo;
senza ormai più coperta né cuscino
quando si fermerà?