D.27

 



Le pietre mi guardano
come gli occhi traslucidi ballano
per il coyote
la danza della caccia.
Soffio via, come un colpo di piffero
mi porto a spasso fuochi fatui
odiati e rinnegati
matti legati
al mio ventre inodore.
Lasciatemi lo spazio di un vento,
combattetemi come una rivolta
prima che arrivi l’ora
in cui morirò senza preghiere,
sulla sabbia senza colori.
Lontano da ciò che voglio.
Lontano da ciò che non voglio.
Ti bevo e mi accarezzi;
provo ad aggrapparmi alla vita, questa sera
sarò ancora il camino di dio.



Come il camino di dio
espiro l’uomo inquieto.
Non mi scompongo, mi ricompongo
pietanze di piombo, vino antrace, scaglie di piombo
risuono, rifletto e rifrango
il fango che mi piove dal polso.
Al capezzale cascate e montagne
mi raccontano storie e battute di caldi,
lentezze e persone marcianti:
alla sorgente del mio ultimo sguardo gufo
l’ombelico cristallino degli ufo.



Scie di pipistrelli e ombre
attraversano il corpo flebile della penna
come di una donna scogliera
ricoperta di alghe e segreti primordiali
bacia la carta
come se non scopasse da anni.
Guardo i suoi occhi
e mi sento un brodo di petrolio bollire nel petto.

La tortura della Pineta



La tortura della Pineta è guardarti allo specchio,
quando senti di non potercela proprio fare.
La tortura della Pineta sono gli aghi
negli occhi ghiacciati
fino allo sbriciolìo del sabbio.
Non si possono nascondere le scorie della poesia nucleare
sotto l’unghia spessa della terra;
e quindi? E quindi ce le teniamo,
e la tortura continua.

.polimi



Voglio schizzare fuori dal mio dolore
si alza il rumore di una piovra, di un terrore;
sborrando nero sui baci presto in metro
acceco occhi placidi da pesci lessi.
Voglio liberarmi di questi fardelli d’olio artificiale
perché la stronza crostificazione delle mie arterie
e la fuliggine stanca dei camini tra notte e mattini
a tutto ciò che vedo, m’attacca.
Sopisce ed evapora
l’enfasi struggente del poeta
percosso sono
una parte di un Nulla
confinato tra quattro mura
tristi
e labbra che si seccano di continuo.

Cantico (psicadelico) delle creature dell’essere



Mi porto dolcemente il fuoco alla bocca,
come nettare e latte dionisiaco
sapora di morte silente
l’animo dimenticato nella jungla abissale
degli albori dell’uomo.
The soul is supposed to starve
cibandosi di radice d’angosce
accompagnato dal canto acido infinito degli astri;
è finito il tempo del vino di lingue!
distillato di culture e possibilità,
solo un canto amaro
di strade accecate
dall’ardore violacee del sole.
Spirito pesce
consumato
sotto una montagna di sale ocra
ove svolge il funerale dei gabbiani piangenti
con le piume e
lo sguardo
indurite dal vento ghiacciato.
Giungente il temporale eterno
si nasconde il corpo sotto lo spettro arboreo
fra un’accucciata di fatti e gatti
con pelo odoroso di sesso e pioggia.
I rami neuronali
con respiro afono vibrano,
s’espandono e contraggono
al ritmo metallico dell’acqua cadente
e con tenacia
s’incrudono
per allattare i felini del corpo.
Il cuore brucia tambureo
ed anima il nucleo del piccolo pianeta
con un suono lungo gioioso
trattiene le lacrime dello sforzo;
senza ormai più coperta né cuscino
quando si fermerà?