D.29

 



Dopo pochi giorni di lavoro ero convinto mi fossero cresciuti i calli.
Felice perché i calli li avevo sempre voluti.
Vuoi per il rispetto e l’invidia per il lavoro manuale, vuoi per la chitarra.
Ma il mio primo pensiero fu il suo corpo. Sarebbe riuscita a trarre lo stesso godimento dal mio sfiorarla?



Mi sono appena svegliato ed ho una strana voglia di bovini



Analisi sociali fatte appoggiato ad una vetrina vuota.

La vita di ognuno mi si para innanzi per il tempo di due passi e mezzo.

La città grande e ricca di vite.

La stazione è la sua porta.

Vite socialmente riconosciute e felicità nascoste ovunque.



Quando ho rallentato i miei movimenti sapendo che lei stava arrivando

Quando è arrivata e ci siamo sorrisi

Quando ci siamo scambiati due battute insulse

Lì avrei voluto farla mia



I cani rincorrono lattine lanciate dai loro uomini nella sera blu di un tardo aprile.

Seguono il suono metallico che riecheggia all’interno dell’arena.

Un suono vuoto come quel campo di battaglia.

 

Poco più in là c’è un uomo che sostiene la moglie claudicante e malata più vecchia di lui.

Lei sa di poter contare su suo marito, non serve palesarlo.

Lui fiero alza lo sguardo e butta gli occhi verso il campo aperto.

 

Svoltata la curva vengo attirato dalla luce accesa nella casa rampicante.

Intravedo la mamma di Guido. Noto gli anni che passano dai suoi capelli.

E’ in cucina ed indaffarata non si preoccupa di chi la osserva da sotto il lampione.

 

Ed io che torno a casa ed incontro mia madre mentre scende dalla macchina.

Prendo i pacchi e i litri d’acqua appena comprati sulle spalle e mi chiedo come abbia fatto a sorreggere tutto quel peso.

E’ forte lei. Io sto zitto.

 

Tranquillità e sicurezza mi pervadono la mente e me ne fanno sentire la mancanza.



Sono lì

Sto pisciando nell’erba

Barcollo un poco

La musica che viene dal cimitero ora riesco a distinguerla

Mi giro verso di lei

Vedo un gruppo di persone che canta a squarciagola

Sono convinti in quello che fanno

Provano piacere e si sente

Spicca una voce femminile

Me la immagino non troppo alta, rasta, testa piegata leggermente all’indietro, così che la sua voce possa spargersi

Il sorriso guardando chi davanti a lei sta toccando le corde di una chitarra non le manca

Il cane in lontananza gioca

Io sgrollo il pene e lo rimetto dentro

Juve merda juve merda ho i piedi coperti di fiori



Sono colui che freme al pensarla

Sono colui che al sol scorgerla in fotografia viene inondato da poesie raccolte lungo una vita

Sono colui che al toccar l’odore stanco del suo alito dipinge ogni gioia terrena di superfluo

Sono colui che conia nuovi colori al vederla sorridere

Sono colui che quotidianamente è sopraffatto dal calore che mi arreca



Ci muoviamo

Formiamo segmenti sconnessi nello spazio

Ci intersechiamo senza accorgercene se la memoria ci inganna

Fuochi fermi lanciati da corde tese

Ecco vedo il calore in lontananza, le coordinate le stesse

Saluto e sorrido

E sento questo piccolo piano più mio

Pensieri di un tardo pomeriggio di fine luglio



Ho bisogno del binario ma lo detesto.

La realtà è troppo slegata dall’immaginazione.

Un punto di domanda può essere considerato il fine?

Se i mezzi vengono giustificati dal caos, quali mezzi biechi, immorali, infedeli e dolorosi devo usare?

Il fine è bambino.

Indi per cui fluttuo.

Sono ciò che mi ritrovo davanti.

Posso essere una cimice della polizia comunista cecoslovacca,

l’old man di Neil Young,

un giovane stupido col culo parato di Ciudad de México

oppure un koala puzzolente di Magnetic Island.

E nei miei sogni non scappo più.

Ma chi metterà dei buoni occhiali sul mio meno buono naso sarà solo la morte.

Sì! La morte!

La stessa che si presenta nella presa di coscienza al termine di ogni stagione della vita.

Oh natura che ritorni, insegnami!