D.34

 

La gelataia



Lei era così ammaliante
lei lavorava
io ero un dilettante
e così frastornato.
Altro non mi andava
cosa mai potevo fare?

Se non andarla a trovare
e prendere da lei il gelato.
Tanto che finiva il suo imbarazzo
diventando un po’ normale
insofferente al mio disagio
intollerante (io) al lattosio.

 

 



Ogni istante che passa
nell’angolo più nascosto
alle spalle di tutti,
solo e dimenticato
il ragno, inesorabile
tesse in silenzio la nostra tela.



Non siamo fatti per essere felici

Il nostro pregio é di sottendere a saggezza

Il nostro risultato, di acquistare libertá.



Il dolore e la sofferenza

tessono la trama dell’universo.



Stare insieme a te

senso di leggerezza profonda,

come nei momenti di lieta solitudine

fiera del cammino segnato

ancora incerta sul domani,

ma con tutte le risposte

finalmente accanto.



Il sole a mezzogiorno

la riva ormai lontana

nel mare aperto

insanguinato

infuria la battaglia.

 

Sotto i colpi delle onde

infauste, assordanti

le assi si sgretolano

l’albero maestro si spezza e cade.

 

Nella nave

dopo la tempesta

l’unico appiglio possibile

dove aggrapparsi

per non sprofondare

sarà la consapevolezza di aver lottato.



Il mio passato era una scintilla nel petto.

Il mio futuro, terra bruciata.

Il mio presente è un vile e tremulo sospiro.

La mia unica colpa: “Avresti potuto!”.



Non preoccuparti troppo degli errori che fai,

il musicista quando sbaglia una nota

riprende la sua sinfonia dal principio

ma vivere celando dentro

un solo rimpianto del proprio passato

è come suonare un pianoforte con un tasto in meno.



Se aspetti troppo rischi di aspettare per niente,

almeno sarai già allenato

nel caso dovessi aspettare per sempre.



Non è tanto ciò che si è perso

non facendo qualche cosa

ma piuttosto

cosa si prova a non averla fatta.