D.36

 

Dimenticandoci



Tu
precipitasti in terra apatica

Io
pazzo
scrivo di te
tentando di spiegare una vita
con qualche verso

ti penso ogni giorno
e ti uccido ad ogni ora
ma tu
non muori ancora

cosa resterà?

L’impotenza



tra tutti questi autori
Io sono il nulla
non ho nulla da dire
nulla di cui vantarmi
e niente a cui inneggiare

guarda questo
guarda quello
a me non serve.

Io sto qui
che bevo quando scrivo
degl’infernali insetti
che nei pugni tengo stretti
sapendo che le cose
accadono comunque.
perché dirvi di guardarle?

Io sto qui
e vivo quando bevo.
sarò anche criticabile
e poco abile a far capire cosa provo
ma intanto
resta il fatto
che la vita è crudele
anche senza di me
o di te
o di lei

quindi
Vino.

Uffa che noia



Le sigarette sono finite
continuadole ad usare per altro
poi sbuca Battisti
vorrei vorrei
averti
e non volerti
sognarti
e mai desiderarti.
Rivedo la tua voce
mi manchi
e vorrei non finissi mai
come non dovrebbero finire le
sigarette.
Potresti non sentirmi
davvero
forse non ci capiamo
eppure tu carpisci
quello strano sentire
che è l’interesse
come un quadro di Mirò ad un after.
Poi penso a una rossa
una bionda
e agli occhi verdi in cui mi persi.
Alla fine vi dico
torno a casa e incontro lui
Cesare
il gatto nero.

Rivediti o Rivendicati



Vaffanculo ai passanti repressi
Tra questi versi depressi
connessi dal tentare
una cosa per un’altra.

Vaffanculo ad ogni fuga
per poco sopportare,
sapendo che la vita è una merda
e noi eravamo essenza
d’acciaio e tulipani
in quella nave piena,
densa di mille piani.

Vaffanculo alla mia lama tesa
diretta senza tregua
per mutilare il suolo
di ogni tuo rifiuto
che poi ti frammento
e mai mi consolo.

Vaffanculo all’avanzare
di questi anni dispersi
a viaggiare per finiti amori
e scopate dentro ai cessi.

Vaffanculo a tutti voi
Che criticate il mondo
e i soldi vi girano sempre in tondo
voi siete le tarantole
da lenir col piede umano.

Vaffanculo al giogo della vita.
Terra!
Io non t’invidio!
Ed ora basta.

Nell’Arno
con questa luna piena
è solo un attimo di pena.

Horror Vacui



Maledetta
Tu sei
la psicopompa,
la metafisica del boia
la scure bipenne per l’ameno
tu ledi e sanifichi il mio respiro.
Tu
sei facèzia per il mio amare.
Tu, sei lo scherzo
Tu, la fiamma
Tu sola nella stanza
Tu sei tutto
Tu sei niente

Appari
al cielo vietata
sfinge ellenica
a rocce legata.

Che poi quando ti guardo,
penso ad altro
Tipo tutti quelli che muoiono tranquilli
Perdenti coi loro sorrisi splendenti
Perdenti senza i loro denti lucenti
Perdenti per amori appena esistenti
senza graffi al cuore
o gocce di dolore.

Ho consumato tutte le mie lacrime
ed ora
Ora spezzo la sete di felicità
bevace di nuove anime

Vuoi da bere?

Vorrei premer tanto da resettare i contorni
eppure non mi curo
resto curvo
tra mille e mille ritardi
con poco piacere,
È vero
ma niente da temere.

Ho visto tra i miei demoni
le storie dei tuoi uomini
Deboli
al peso delle lacrime
Labili
al soffio dell’ira
Silenti
allo scrosciare del sapere
Inetti
alla durezza del sopportare

Ora,
sono un corvo
Vorticoso al di sopra dei tuoi confini
Amante distante da ogni delusione
che ad ogni nuovo volteggio,
un nuovo battito
mille forme invere
e mai
solo al tuo cuore.

Mentre la sofferenza dilaga
appari invidiabile
O bellissima lacrimosa,
mia fiamma dolosa
vieni a fare un sorso nella mia sete.

X.



All’idiosincrasia dell’ Io per te

Sei diletto nel lutto del mio letto

VIII.



I muri vaticani

martiri del tempo

tentano di nasconderci

perché l’arte ci eccita

e le tue labbra mi tentano,

Incessantemente.

 

I canali geometrici

le scale, le chiese,

Peggy,

Casanova,

l’amore nel tuo sguardo

nella vecchia serenissima,

al tramonto,

tra interstizi

e mille cormorani.

 

Rivango

 

Versi notturni

nati da gemiti distorti

ammirando i contorni

dei nostri corpi contorti.

 

Rivivo la tua pelle anserina

allo stringerti del seno,

diamanti.

 

Tra le gambe mi stringi

con lame di sguardi

di odi et amo,

sento la pienezza

e mi dilanio.

 

Con il tuo culo tra le mani

la mia esistenza

nelle tue profondità

e poi

dolce

al tuo ventre mi avvinghio,

lentamente

decado

nel tuo sinfonico bussare.

 

Ti bacerò fino allo strazio

delle nostre labbra sanguinanti.

 

Questo era nulla

O tutto ciò che avevo.

 

 

 

 

VII.



Non sono degno

perché incatenato,

dipendente,

come della terra il legno.

 

Trito il dente

che la tua lingua sfiorerebbe

desideroso

di inebriarsi

del frutto divino

che arso dal vino

in esso si rivolterebbe.

 

Perdona lo sciocco

che freme

e sangue teme

di rimorso.

 

VI.



Equilibrio nel caos

Tra amori e pulsioni

Guardarti e non perire

Perdermi e non ghermire

 

Legati d’amore il tempo

Vecchio e scisso presente

Fuoco

Oppressore della mia scintilla

 

Vivere e non morire

Morire e non vivere

Darti gioia

e mai torpore.

 

Vorrei amare

E non ferire.

Baci senza sale

Di lacrime lontane

 

Vorrei morire

E non ferire

Vivere e non tradire

Amarti e

non amarti.

 

Tutto questo vorrei.

V.



Come si può

voler edificare

una

dimora

in questa società

in cui è

un deviato

a dirvi che occorre sedizione?

IV.



Segnato

Abbandonato,

Forte

Di creder nella sorte.

È la solitudine

Della notte

Che mi rende incline

A ceder alla morte.

III.



Or or’ che taci

mancano i tuoi occhi nella notte

e i tuoi baci 

come lotte.

I colori cremisi 

dell’alba bolognese

accolgono la crisi.

Ormai anime tese

tra i silenzi infiniti

dei nostri amori falliti.

II.



Esisto

anche senza

il tuo sospiro

il tuo passo fermo

il tuo sguardo su questo muro

la tua ombra sui miei versi.

Esisto.

I.



Lurida

Celeste

Che accarezzi le trame

Di un amore altrui.

Vieta il vuoto

Mio osservare

Fisso sulla voglia

Nel fiordo di lacrime

Entro il tuo seno.

Ti ho fatta sudare e

Ho visto i mostri

Tra i miei ricordi

E i tuoi discorsi.

Mordimi.

Riprendimi dal profumo di bicarbonato

Nutriamoci dei tarli del mio cuore,

Che niente,

Le cene sono amare

E il sapore mi

Fa tremare.