D.87

 

Sigaretta



Affaccio,
respiro aria amara
nascosta, sopra le tegole
riguardo in là, vita avara 
che fu. Addiaccio,
cerco ramingo l’aurora
la maglia di rete nell’ora.

Aspetto,
nuvole sparse e strisce di luce,
riposo dell’anima che si ricuce,
truce, fiotto di fiamma
sulle rughe, riduce a barluce
sul viso, un solco.

La calma.



Hai mai pensato

di andare piano,

umano,

mentre la vita ti corre veloce?

 

È lo scherzo

dell’uomo

agli déi.

13 giugno



Questa la mia preghiera:

quattordici chilometri in bicicletta e

una sigaretta a bocca secca.

 

Ti guardo, Senza nome.

Beato te

che io

neanche il senso ho.



T’aspetterò sulle nuvole
le gambe incrociate
il naso nella panna.

E sarà un guardarsi
negli occhi
da nuvola a nuvola.
E lascio che sia il vento
a spostarle
vicino o lontane,
decida lui;
ma mai, e dico mai,
più in là dell’orizzonte.



La poesia

è forma di pensiero

che in prosa

sarebbe troppo peso.

 

Lascia questo mio,

inchiostro,

in versi e retorica

e svolazzi leggero

tra la punta di stiletto

e il mare del cielo.

Una lancia che spariglia

scagliata

a far di notte

le mie memorie.

 

Rimangono punti

assenti di colore:

è lo spazio

minimo e infinito

che resiste

tra me

e te.



Pensieri sciolti

versati in acqua calda

mescolati.

Butto giù, un bicchiere al dì,

l’ha prescritto

il dottore.

Autodiagnosi alla Moliére.



Vorrei sapere cosa pensi

quando mi vedi

estraneo tra la folla

se il tuo essere

è tale da non perdere equilibrio.

 

Ma cos’è l’equilibrio

se non assenza di movimento

necessario

a prendere fiato?

Bramo

la stasi dell’apnea.



Ho visto una stella,

cadente;

l’ho espresso per me

nel ricordo

che sono io

a dare forma al desiderio.

Non importa la strada,

ignota,

ma la fine, lontana,

dove cadrà quella stella.



Fumo l’ultima

perché ormai è passata.

I polmoni assuefatti

la mente rasserenata.

Sia benedetta la carta bianca

macchiata di nero

lo sfogo.

 

Ho trovato la cura

malgrado te

te che non lascio

perché ho trovato la cura.

Foglio bianco.



Ho fumato sigarette

una dietro l’altra

e bevuto birra scadente

in lattina, sgasata.

 

Spero che questo

suicidio a termine

serve a qualcosa

per un attimo in più.

 

Mors mea, vita tua



Fatti carne, desio,

che io possa mordere

la tua pelle.

Che tu sia profumo

che entra da questa

finestra sul mondo

t’annusi

rabbioso

irato

impotente

in questa prigione

a rodermi il cranio

pazzo

lontano da luci

da visi

che non espanda il mio male

in attesa di siero

che mi riporti a Terra;

di nuovo bestiale

in un giro

letale

ciclo

infernale.



Descrivere è delicato

come il velo di una gonna

il profumo d’albicocca;

guance rosee

chiazzate di rossore,

giovane pelle

e la mia mano

che carezza

il tuo velo di donna acerbo.



Prendo il mio tempo

per dare forma d’inchiostro

al pensiero cerebrale

e alle notti celebrate

che sia di fronte alla luna

o dopo l’orario dell’una.

Ubriaco di alcol

ebbro di immagini

gonfio di vibrazioni.

La confusione prende forma

la guardo dal lato

ne prendo un capo;

disbroglio.



Facciamo dell’arte insieme

 

Spogliamoci,

i palmi sulle pelli

e affondiamo

unghie nella carne

narici nell’odore

e scolpiamo

con gli occhi nelle menti

bocche socchiuse,

dentro ai respiri nostri.

 

È attimo di vita.



Mi rifletto e penso

elucubrando ragionamenti

rimuginando teorie

concetti

E l’immagine fantastica

crea credenze

architettate sull’astratto

dello scervello mio.

 

La paranoia.



“Preferisci il rimorso o il rimpianto?”

Il rimpianto è certo.

Il rimorso è probabile.



Palliativo.

Che noia.

E comunque

è da quando non ci vediamo

che piove.



Non è detto che sia sensato

adesso.

È probabile che il non-senso

abbia senso

domani.



Ci sono posti che non hanno muri;

non ti ci puoi sedere;

non li puoi calpestare.

Non hanno acqua corrente

non sono cablati

nemmeno riscaldati.

 

Il più bel posto del mondo.



Dieci, o venti

secondi che aspetto

il coraggio di riempire

questo foglio bianco.

 

Il primo è andato.

Aspetto il secondo.