D.94

 

_26



 

Se non con te,
con un libello,
che tu mi prestasti,
ti rimpiazzerei.
Che delle infinite
vedute,
e dalle impervie
possibilità,
rifuggo.
Ma tu,
fuggi lo clero,
rastrema lo fulcro,
occludi dall’impertubabile
voglia,
di dire
NO.
Stanotte,
cedi tu.
Perch’io, stanotte,
la sola cosa che
vorrei,
è cedere,
tra i tuoi
NO.

_25



Rimembro
Eolo
agitare le fronde
ossute
diramate di verde,
come in saluto
alle mie tenebre.
Rimembro
Efesto
ardere le ceneri
leggiadre
divampate di rosso,
come in preludio
al tuo tramonto.
Rimembro
di Artemide lo figlio felino
straziare l’aria
sottile
gravata di nero,
come in lamento
alla nostra sepoltura.

Torno
ora,
armato di scudo,
come monito a
non perire
ancora.

_24



Rondini danzano nell’oblio,
riscopro la musica. Vento
scompiglia i miei pensieri più celati,
riscopro la felicità. Brividi,
accompagnano le nuvole, incoscienti
sui sogni della gente, riscopro
cosa vuol dire. Riscopro il mio
ego, battezzato dal cielo.
Tutto è dentro me e ricado,
trascinato da un vortice di
emozioni insaziabili, mi
divorano dall’interno,
so di non poter fermarmi.
Indugiare, stare a guardare.
Impotente davanti alla semplice
complessità del pianto del
mondo. Sorrido e ti vedo tra
le nuvole, sorrido e mi sento vivo.
Vivo di speranze, grazie alla luce
che ravviva l’animo. Luce solare
della tua anima che rivive nel mio
universo. Il mio divenire
risplende.
Tutto il resto è buio.
Riscopro l’immensità.

_23



Tendenzialmente era ferma.
Non che lo desiderasse, ma
era la sua natura ormai.
Ci si era abituata, era ferma.
Non penso nemmeno si
ricordasse com’era, quando
non lo era. Il suo desiderio
di evasione era svanito, e con
il tempo non ne rimase che
un niente. Grandi spazi
aperti, aria libera e pura,
avventure, incontri, l’imprevisto.
L’antidoto alla monotonia,
allo statico vivere immobile.
Ma ormai ci si era abituata,
era ferma. Era la sua natura,
era se stessa. Non desiderava
nient’altro.
Ferma.

DANÆ_18



 

Potessi,
in pioggia
d’Aurea fattura
eludere le grate
della paterna
prigionia,
fluire a scaldar
lo torpore
delle membra tue,
erodere la materia
per scagionar lo
Eros
dalle candide catene
dell’Incompiuto.

_22



Il mio sguardo
fu rapito
dalla sinuosità
capillare
delle
vene
di un arto
monco e
senza
epidermide
della natura.
E mi domandai,
potremmo mai
plasmare
noi,
tal Bellezza?

_21



 

Stremata,
cadde. Avvolta in
un turbinio leggiadro.
Una carezza,
graffiante sul mio viso.
Rassegnata,
distesa sul mondo,
attese lo sgretolamento della
materia.
Pura essenza,
cullata da un sospiro
gelido.

_20



Esalo l’ultimo respiro.
Fredda lascia il corpo inanime.
Verso un universo terso.
L’ultimo tiro di sigaretta.
La FINE.
Inalo il primo soffio d’aria.
Caldo profumo l’anima riempie.
Terso in un universo perso.
Primo battito rimbomba.
L’INIZIO.

_19



 

Io.
In balia dell’alcool,
la barba incolta,
i capelli incuranti,
il corpo rottame.
In Irlanda,
ubriaco di versi,
che compongono me,
mentre scrivo,
Te.

ALLE PENDICI DEL MONTE OLIMPO



Come senza kantharos,
senza Cerbero,
Ade.
Come senza Ares, Adone,
né Anchise,
Afrodite.
Come senza Musa, lira,
né Matematica,
Apollo.
Come senza elmo, lancia,
nè violenza,
Ares.
Come senza vino, Estasi,
nè tìaso,
Dioniso.
Come senza meta, viaggio
né confine,
Hermes.
Come senza mare, alluvione,
nè Tridente,
Poseidone.
Come senza cielo, fulmine
né Legge,
Zeus.
Io, senza te.

_18



 

Freddo intriso dall’asfalto,
caldi fiotti incidono la vista.
Scende come un velo il cielo cobalto,
tuffarsi, appare come una conquista.
Voci distanti colmano i sensi dall’alto,
confusi lineamenti lentamente
tornano a fuoco.
Colori caldi, rilancia i dadi,
torna in gioco.

_17



 

In un
ardore,
dilaniato da
una nebula,
coltre
che mi
inghiotte.
Ed io
l’olfatto
inaridito
dall’odore
di legno
bruciato.

_16



Aria, vorrei essere
per accarezzarti senza che mi si scorga.
Fuoco, vorrei ardere
per infiammarti nel profondo.
Terra, vorrei nascere
per starti sempre accanto.
Acqua, vorrei sgorgare
per confondere le tue lacrime.

_15



 

Prigionieri,
di orizzonti verticali,
di letti di fiumi torbidi,
di visi in eclissi,
di sussurri in versi,
di urla in gemiti.
Condannati all’ergastolo,
rei per aver solo
bramato
evadere.

_14



 

Fluttua, inconsciamente.
Caldo, bollente.
Condensa, improvvisamente
a contatto con la fredda mente.
Offusca ora il niente
colore permanente.

_13



 

Tal potere
germinar
dominio,
che moltitudini
ammassate a
fondamenta.
Tal violenza
stuprar le
carni e l’ossa,
che non più
dell’Io
dimora,
ma mero
involucro
vacuo.

_12



Tu, per la prima volta
come se scoprissi di
poter vedere.
Pianeta sconosciuto,
mi battezzo a nuovi orizzonti.
Vengo travolto dalla
Incontaminata potenza
della semplicità.
Piegati dal vento,
fili d’erba,
s’inchinano,
dando l’estremo saluto
al dì.
Assaliti nella notte,
lacerati da un
vuoto colmo di consapevolezza,
lacrimeranno rugiada,
all’alba.
Io, per la prima volta
come un misero
filo d’erba, e aspetto
la mia rugiada.

_11



E scorsi
Icaro
rasentar lo
Incanto,
che d’un tratto
fu come
se io stesso
stessi
precipitando.

_10



Tra il frastuono
dei miei spettri,
assopiti
su linee
frastagliate,
un riparo.
Cerco.
Fra l’incresparsi
dei miei demoni
rinsaviti,
aggrapparsi a
squarciagola.
Scorgo.
Tra le profondità
dei miei timori
sommersi,
affogare
sotto l’orizzonte.
Scopro.

 

_09



Questa è una storia d’amore.
Eterna, ma per quanto lo sia infelice.
Perchè la felicità esiste nell’attimo,
e l’eternità con l’attimo non ci incastra
proprio un cazzo.
Non esistono attimi eterni,
non esiste un’eternità fatta di attimi uguali fra loro.
La felicità, eterna, non potrà mai essere.
Questa è la storia di una lei,
minuta e fredda.
Questa è la storia di un lui,
dal grande abbraccio caldo.
Lei sorride,
risplendendo della luce di lui.
Lui aspetta.
Fermo.
Immobile.
Lei, ammiccante continua
perpetua a danzargli d’intorno.
E tutti aspettiamo il lieto fine,
ma quando lei cadrà nel suo radioso abbraccio,
noi saremo cenere.
Noi saremo dimenticati.
Estinti.
Proprio all’apice di questa grande diatriba d’amore.

_08



Via la corrente.
Un’unica scintilla.
Fumo denso danza
nel notturno
etere.
Assume forme distinte
e il secondo dopo
si dissolve.
Viaggia verso l’ignoto.

_07



Non come lei,
troppo veloce,
in overdose di
albe,
perso il ritmo del
tempo.
Non come lei,
fin troppo affilata,
affogare nel
blu,
scisso il tempo nel
ritmo.
Sai? Anche la
luna
Tramonta.

_06



Sei tutte le mie fughe.

NEL GIARDINO DELLE ESPERIDI



Canta, o labile coltre,
quell’uomini sotto
l’odierno giogo,
naufraghi
inanelati nei fondali
di Yonaguni.
Rammenta di Hermes
alato
districar lo cielo col
caduceo armato, come
da Zefiro
Clori sì fatta
Flora, meritevole
al cospetto di
Venere.

_05



Dipingi acqua
su acqua
su incommensurabili tele.
Tessi spiriti
su desideri
in illimitati musei.
Dimentica le
costellazioni,
per poter guardare le
Stelle.
Abbronzati con la
Luna. Il
Sole,
non fa per te.

_04



Di soprassalto,
il rumore insistente
goccia dopo goccia,
a distanza impercettibile.
Come se fosse dentro me
mi turbó il sonno.
Di soprassalto
un dolce affogare.
Era come se ogni singola goccia mi cadesse in pieno petto.
Erano cerchi concentrici,
eri tu, che come un diluvio
mi affogavi il cuore.

_03



Rosso, verde, arancione
riflettersi nei
vetri delle macchine
addormentate ai
bordi della strada.
La silhouette della vicina
distratta,
tra le tende, al
bagliore di una lampada ikea.
Lo stridere dei pedali di
una stanca bici,
accompagnare per l’ennesima
volta un incurante
sconosciuto.
L’amaro in bocca di
una penna, che vuole
urlare.
Di tutti quei progetti
lasciati a metà.
Di tutti quei treni, presi
per il rotto della cuffia, con
il fiato corto e il cuore
in petto.
Da qui, per qui.

_02



Sognai.
Un prato immacolato
in una cornice blu cobalto.
Distesi
su nubi di sabbia.
Sovrastati
da gocce di luce.
Sognai.
L’infinità di un attimo.
Un diluvio accecante,
e mi ritrovai
faccia nella sabbia.
Sveglio.

_01



Fu come adrenalina allo stato
puro;
un torrente in piena, in pieno
petto;
il galoppo delle fiere sul cranio
inerte;
un volo oltre il muro del suono
vestito solo della mia pelle.
All’impatto, devastato.
Fu, ed è continuamente
come allora, e lì
rischio di affogare.
Un tuffo senza fine,
a peso morto nel tuo mare.