D.99

 

FUORITEMA



Un’orgia di menti questa sera

Oltre il tracciato della logica,

Al di fuori della certezza dell’oggetto

Conduce il mio spirito

eretico, erotico, erratico.

 

Servizio in camera, ordino della musica

Elettronica.

Nella clinica del piacere, su triclinî maledetti

Un Moscow Mule, ore 19.15

Numeri primi, trattazioni mistiche, ipotesi eroiche.

 

Siamo pronti per andare fuori tema.

NAUSEA 1979



Ho vomitato all’infinito ieri sera

E per tutto il giorno ho avuto la nausea.

Gli anni ’70 finiranno questo mese,

In un bruciante capodanno estivo,

Ricolmo di miasmi industriali

(mi danno la nausea).

5-7-11-3-2-2 cadenza:

Questa danza tzigana obbliga sopra un violino

l/e dit/a a se/guire il ri/tmo del m/al di maaare:

La nausea è disequilibrio dello stomaco:

Il disequilibrio occidentale di una decade

Che ha l’ardire di terminare con un maledetto

NUMERO PRIMO. (1979 – 1979)

Nausea, sentimento di casa per chi non trova

Casa.

ALEKOS



Un sigaro e una tazza di caffè ardono la mia gola tremante,

La bocca dello stomaco, invece, la divora la Rivoluzione.

Tutto è pronto, tutto è fatto, il marchingegno costruito,

La vettura sferraglia davanti al mio aranceto nella casa di Glyfada,

Procede più cautamente di quanto volerà per i crepacci di Creta,

Quando sarò già morto.

Ecco allora che la mia morte avviene, non indosso altro che un costume da bagno.

È un millesimo di un centesimo di secondo a decretare il mio eterno fallimento, muoio.

ZÌ ZÌ ZÌ!

La folla puttana vomita sul mio cadavere la tremenda menzogna, la mia sposa procede lenta.

ZÌ ZÌ ZÌ!

Bastardi, bastardi, sono stanco. Ora lasciatemi dormire.

Alekos muore per la libertà, la fronte alta come un Dio.

 

 



LIBERA ME APRHODITE

DE MORTE ETERNA



Siamo i figli di un’epoca che muore.

Le epoche che muoiono celebrano la bellezza.

La bellezza che muore è privata:

La poesia privata celebra la bellezza privata.

Un canto flebile ad un piano suonato in sordina.

Una chitarra sfiorata dal vento

Davanti alle braci di un falò appena spento.

Un ballo lento in punta di piedi,

Aspettando che cada in Afghanistan

Anche quest’ultimo Impero.

Anche quest’ultimo sogno.

Alle darsene



Mi incontrerai alle darsene,

Avrò un giubbotto nero.

La sigaretta in bocca, lo sguardo

Stagnante nell’acqua torbida.

 

In piedi nella nebbia,

guarderò lontano, se il mare

Sembra quasi un lago, ti bacerò

Le labbra salmastre.

 

Mi troverai alle darsene,

Galleggiando a faccia in giù.

Avrò annaspato fino ad un momento

 

Fine come la lama di un rasoio

Prima del tuo arrivo.

Prima di morire.

 



Sono stanco di essere me.

Sono stanco dei miei vestiti, della mia voce

Dei miei capelli e delle mie scarpe.

Sono stanco della mia figura, vorrei

Che si muovesse in maniera diversa.

Sono stanco dei miei oggetti, sono stanco

Dei miei passi lenti

Sono stanco di questo fiume e di questi monti.

 

Allora pregherò la Luna, per svegliarmi

In un nuovo porto.

Pregherò il mare per una nuova mappa,

Pregherò la terra perché arrivi un’altra carovana.

 

Di colui che chiamavo Io, poco mi importa.

Faccia quel che gli pare.

(non ne è mai stato capace)

idillii riminesi



I

la fille aux cheveux de lin

Il filtro bianco della sigaretta bianca stretta contro i denti bianchi dalle labbra bianche.

I capelli sono neri.

Nell’ossimoro cromatico, mi offri una coerente metonimia. Il tuo cuore è rosso di sangue, come il maglioncino che lo contiene.

II

il ponte di Tiberio

Sono cinque oblò bianchi sul petrolio stagnante, di notte.

Quanti passi ti hanno calcato, quanti di lenti, quanti di fretta, quanti per vita, per morte, quanti per una sigaretta.

Sei stanco?

III

foschia

«È foschia, non è nebbia.»

«D’accordo.» – ho detto.

Sbagliavo il nome, ma tu sbagli il luogo. Non offuscare il panorama, non impedire la mia vista fisica. Piuttosto, cala sugli occhi della mia mente.

Perché non c’è bellezza da guardare, lo vedo con spietata nitidezza.

ekphrasis



Ti ricordi quando mi hai preso la mano davanti alla Santa Teresa – eravamo al Louvre -                    No agli Uffizi – oppure a Roma, non ha importanza.

Il velo nero e gli occhi bianchi persi nell’alto – L’estasi insensata di una povera malata di mente.                Eppure sembrava piacerti così tanto – sei rimasta a guardarla diversi minuti.

Non ti ho mai capita.

Al Louvre non ci sono più tornato, nemmeno agli Uffizi, e nemmeno a Roma, non ha importanza.        Mi guardavi per l’ultima volta, forse volevi che ti baciassi.

Non ti ho mai capita.

Teresa sembrava una vacca ubriaca.



Quando? Come? Perché?

Ma come hai fatto?

 

In cielo la luna brillava

di una calva necessità.

In terra mille specchi di acqua sporca

distrutti dalla suola delle mie scarpe.

 

E poi, tu, lì.

Disarmante mostro informe.

Disarmante mostro, le tue forme.

 

Ma come hai fatto?

 

Cleopatra



E la lasciarono sola

In una stanza vuota.



Quando ti guarderai allo specchio piena di rughe

Il trucco più nulla potrà

Sul tuo volto devastato dalla vergogna,

Quando il tuo seno si sarà afflosciato

Sotto la giacca, e le labbra saranno

Secche e cadenti come rami d’autunno,

Quando prendendo una vecchia spazzola

Cercherai di pettinare inutilmente

I pochi fili biondi rimasti, ripensa a quell’amore

Che avevi da bambina,

Che uccidesti con la tua cattiveria,

Che fuggì urlando di dolore verso la spiaggia,

Che si affogò piangendo nel mare in burrasca,

Sotto una coltre impietosa di stelle fredde.

Fronde



Ieri il paradiso mi ha dato uno schiaffo.

Stufo del mio circondarmi di bellezza

È sceso sulle mie illusioni

Come un coltello incandescente dentro il burro.

 

Il lastricato dove camminavo è apparso sporco,

Così sporco che avevo voglia di vomitare.

Rimbombavano dentro le mie orecchie scritture

grossolane, nelle armonie che credevo perfette

 

E ho capito com’è brutto lo stormire delle fronde

Degli alberi, convulsioni epilettiche di esseri

Inanimati, una sgraziata lotta sconnessa

Per un po’ di vento, un po’ d’acqua, un po’ di sole.

 

Make Up



Perché mai porteresti un rossetto di lunga tenuta?

Non c’è niente più bello di quelle firme

di sangue di sesso,

Ceralacche di carne, le impronte degli umidi cancelli sul tuo inferno di budella contorte

che lasci ovunque,

Ed io ti bramo, notandole,

sulle tazze da te, sui calici di champagne, sui colletti candidamente corrotti delle mie camicie che non ho mai imparato a stirare per bene.

E le vertigini di un secondo eterno, quando osservando rassegnata le tue labbra tornate ormai livide,

Guardi severa quei pochi centimetri quadri di specchio che ti bastano per odiarti un pochino di più,

E ritocchi il tuo trucco con esasperante lentezza.

E sei così vicina e così lontana, così grande e così piccola.

Non mettere i rossetti di lunga tenuta.



Ti ho aspettato ieri sera a mezzanotte

In piazza davanti alla fontana

C’era l’ultima porta,

Dovevi arrivare prima che si chiudesse.

Non ce l’hai fatta.

Ti ho vista correre con i capelli al vento

E la tua grossa sciarpa che toccava terra,

I tuoi occhi affamati, il fiato corto.

Era tardi.

La fontana ha continuato a gorgogliare

E io sono rimasto lì, e tossivo inutilmente

Come un accendino vuoto.



Volevo chiederti se ti andava di accompagnarmi a Pest, per vedere i mercatini di Natale, e camminare stretti stretti in mezzo al freddo, e prendere una cioccolata calda e comprare mille sciocchezze che non sarebbero mai entrate nella valigia.

Però era un po’ lungo e un po’ difficile, e ti ho chiesto solo

Come stai?



Sfoderava per pugnalare la mia anima

La più barocca delle sue tentazioni.

 

Ma tu chiamami, ancora , Rinascimento.



Le ragazze amate dai poeti

Non possono morire

Rimangono intrappolate sulla carta,

Sulla pietra, sui pentagrammi, sulle note

Dell’iPhone, negli spazi bianchi delle pagine vuote.

 

Le ragazze amate dai poeti

Non possono fuggire

Rimangono impigliate nei loro lunghi

Capelli, negli gli sguardi di velluto

Nelle mani fredde e vuote di chi non hanno voluto.

00006



descentio

Sono sceso nell’antro di Proserpina

Le mie ginocchia si sono spezzate, sono caduto

Innumerevoli volte dalla ripida china.

Ma era necessario per capire.

 

Io amo, Proserpina, il tuo amore intermittente.

L’inverno ti consegna al tuo amore bramante,

E quando il suo giogo si fa troppo pesante

Ti riporta alla libertà il tiepido sole di primavera.

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adscentio

Sono salito al tempio di Fillide

Sulla collina piena di mandorli

Avevo male alle gambe e i piedi sanguinavano,

I polpacci erano dilaniati dalle rose e dai rovi di more

Ma era necessario per capire.

 

Fillide, a cosa è servito il tuo volto gonfio?

A chi ha giovato il tuo collo spezzato?

Non hai capito cos’era l’amore, non hai visto ciò che dovevi vedere.

Penzoli ancora dal mandorlo, come una mela marcia

Senza nemmeno la forza di cadere.



Sì baciano i ragazzi alla stazione lentamente,

Ma il loro amore ha già cessato di esistere.

Si accende il tabacco tra le mie dita,

Ora non è che un po’ di cenere.

Ho riempito il tuo bicchiere,

Adesso, l’hai vuotato già.

 

Il mio sangue non scorre più,

Così volentieri, non ricordo se i tuoi occhi sono verdi o blu.

Non ricordo le parole de La Vie En Rose, prima di andare piangevi.

Eri triste o solo stanca?



Il nido l’avevo intrecciato con molto fango,

E numerosi fili d’erba, alacremente

Avevo messo tutto insieme, attento all’abbraccio

Perfetto di trama e ordito, laggiù su un ramo del castagno

Proteso sul crepaccio.

 

Distratto lasciai un buco nella rete, uno spiffero

Uno solo, minuscolo, ma non credere:

Il freddo entrerà proprio da lì.

 

Allora sbrigati, fai presto e vola via

Non ti rimane che un tempo molto breve.

Corri prima che scenda la notte,

Corri prima che cada la neve.

 



Eleonora annaffia sempre le sue piante

Con un bicchiere di sole

Lo versa sulla tenera radice

Di ogni silenzioso essere che ha in cura.

 

Con passi leggeri si avvicina,

Varca la soglia blu, luminosa,

E disseta con solerzia e discrezione,

Le piccole creature, senza interrompere

 

La loro muta, eterna conversazione.

Con un pensiero lento, esperto

Calcola l’umido avvicendarsi delle piogge, della Luna

Del vento bagnato che viene dal mare.

 

Quando lo sente spirare, Eleonora

Resta ferma sulla sedia, tace

In quella strana attesa, calma e trepidante

E lascia che sia il tempo ad annaffiare le sue piante.