E.01

 

E.01



I.

I silenzi
e la vacuità di una stanza
in cui il giradischi
sordo
continuava a lacerare
brandelli di tremori
di incavi di carni

non mi fanno più paura

il tuo silenzio
la puntina di incisione
sul vinile perfetto
della mia pelle –

 

II.

I mondi paralleli
che prepotentemente esistono:
ne ignoro
la natura.

Ho spesso dichiarato
di non interessarmi
all’illusione quanto
alla realtà –

mi chiedo ora
in che dimensione io
abbia dato corpo
ad un feto
così debole –
non avrà avuto
il nutrimento adeguato

è stato
come un aborto –

 

III.

Calpestare la testa del serpente
come Adamo avrebbe potuto
è accettare la presenza
di certe speranze rotte di pianto

le logiche d’eccezione
fanno da regola
per spiegarmi
per spiegarti
per parlare forte
di quello che è successo

quando penso a cosa
succederà

sommessamente indugio –

 

IV.

Ci siamo succhiati
dalla pelle
l’anima
carnivore ventose
onnivore
non abbiamo risparmiato
neanche il tempo
non abbiamo lasciato
che grumi di liquidi seminali
nei nostri giacigli
somigliano come
a sacrificali
are votive –
materia che si trasforma,
non è religione
solo
chimica.

 

V.

Mi chiedo se nel mio domani
le tue mani intesseranno
trecce preziose
di capelli nuovi di luce
di vene di altri colori
di coaguli di organi

di filamenti di glutini di sangue
di una nuova specie
di esseri viventi –

 


 

15/26

 

Geometrie complesse
ed estetiche
così ci riconoscemmo -
tra tutti questi palazzi brutti
conoscevamo il segreto di una simmetria ben pensata

complessità di linee invisibili
esteticità del visibile
linearità di facciata
gli ingredienti segreti
del nostro incontro
nel giardino chiuso al pubblico -

 


 

HOLY MOUNTAIN

 

dal lago
lontani, i rumori
frastuoni confusionali nella tua testa,
logiche conseguenze
nella mia.
principi di convenienza
e battute d’altri egoismi
le nostre parole -
forse
i nostri immaginari tentavano il contatto -
forse,
le nostre volontà erano più di questo.

profezie simboliche
mi avevano avvertita:
ora
saresti stato
il gradino più alto
nella mia scalata
del monte della verità -
mi sono limitata a lottare con te in un prato,
a quel punto, il monte
era metafisica presenza.

***

non so se il simbolo
equivale al manifestarsi
di qualcosa
o è somma
di eventi che ne permettono la conoscenza -
risultato o processo,
sarai volto -
indipendentemente -
o sarò io
a decidere le tue fattezze?

 


 

QUARTO DI SECOLO

 

tu sei Fenice
con l’irregolarità di un naso
che per la prima volta
non trovo brutto -
la mia è una visione soggettiva, ora.
mi sforzo di essere chi sono stata
eppure mi impegno a lasciare andare
sono Anima
e faccio dei miei sentimenti colombe
per non guardarli soffocare -
come quando giocavo a fare il prestigiatore fallito
e li lasciavo, conigli
morire in un cappello dal doppio fondo.

***

tu sei Fenice
e io non mi riconosco in questo viso struccato
ma devo dirti che mi piace,
rispetto a quando ero solo Logica
e le mie gambe erano nude
e gonfie di lividi
e io provavo ad estrarmi le arterie
per farne un cappio e cercare di arrivarti -
non sentivo il peso della loro mancanza
contava solo sperimentare,
strategicamente riuscire -
devo dirti che mi piace,
poterle tenere con me, e decidere
che non ti dànno fastidio.

***

tu sei Fenice
io non posso fare altro che essere IO
e lasciare che il Tempo mi avverta
di aver varcato la soglia -
quella che sancisce la presa di coscienza
del consumarsi della materia
ed il nostro conseguente
adattamento spirituale:
forse troverò una sintesi,
forse non vorrai mai parlarne apertamente
ma dovresti provare a fare come ho fatto io -
il tuo naso si rimpicciolirebbe,
ma solo nelle tue retine.

 


 

 

Le nostre radiografie toraciche:
non ce le siamo ancora regalate.
È strano credere
che l’inizio e la fine
si confondano nelle parole
di due coscienze
che ancora non si compenetrano:

e vorrei che il mondo
non dovesse sottostare
ancora una volta
alla logica delle coordinate.

Perché io
ho dubitato dei dettagli,
non del dono delle nubi.

 


 

 

Ferirai i miei seni
perchè troverai elegante la sottigliezza
di una linea purpurea nel bianco

brucerai i miei capelli
perchè li crederai foglie
rosse d’autunno, morte

cucirai le mie palpebre con aghi infetti:
ed io lascerò che tu lo faccia
purchè sia tu a brandire
gli strumenti di tortura-

purchè tu sia il boia,
non il mandante

 


 

 

Lei prende con coraggio
la mia testa
tra le sue mani -
sono vecchie
stanche
non in grado di
afferrare con convinzione
quelle di un figlio dei nostri
anni zero -
mi dice -
i suoi occhi infervorati da
mai sperimentati fuochi socialisti -

GUARDAMI NEGLI OCCHI
E SAPPI
CHE TUTTO ANDRÀ COME
TU VUOI CHE VADA

Quanto vorrei che la verità
davvero travolgesse
l’individuo
allo scadere
del suo tempo -

 


 

 

a H. R.
La rigurgitante paura
che i luoghi comuni
possano colare
corrosivi
lungo le fondamenta più solide
della mia abitazione privata.

 


 

 

La collina nel paesaggio del nulla e
una casa
le pareti bianche
la meridiana scrostata dal tempo
erosi gli utensili
invecchiano
al ritmo degli ultimi respiri esalati
da una fontanella arrugginita

Il passo inconsistente
la porta in balìa
di un perpetuo cigolio
e il lettino sfatto
del fantasma dalla pelle diafana -
il suo ghigno
perverso
mentre la solitaria lama purifica
le membra peccatrici -
parole di stupore misto
a compiacimento
si crocifiggono allo specchio,
attendono il giudizio universale
ma nel riflesso
l’orologio a cucù
i rosari macchiati di libidine
e le desuete posate d’argento
lo sanno:
un altro sorso,
forse una risata isterica
ancora preda dei suoi demoni,
e la solitudine iscariota
farà il resto

Devo decidere
se restare o andar via.

Urlo

 


 

 

Di notte imparo a guardarmi le spalle
ma è soltanto di mattina che
percepisco l’odore vero
di questo posto.