E.02

 



Il vecchio eremita tremò come

il seno acerbo ad un primo tocco.

Nascose lo sguardo tra le mani

per paura di vedersi così

timoroso di solitaria morte,

così felice di sentire l’arrivo di passi.

 

Ma nemmeno la morte passò

a fargli compagnia. Solo era il vento

che rincorreva le pioggie

oltre il deserto.

 



La fedeltà esiste solo nel sorgere

del sole: nel levarsi delle ombre.

 

 

 

Come scoglio immoto resto



Si raccoglie la pioggia nella piena degli occhi

in queste serene invariabili notturne di pianti.

La fine del giorno in un solco d’occhiaie.

Una serie di prove, la più seria di tutte

questi ventisei anni in una valle di lupi,

e marzo che muta e la sua pelle fra i rovi.

(Ma poi mi sorridi, sul tuo viso un rossore di foglie

ed è tutto uno spogliarsi lento senza mani

come alberi inerti alla corsa del vento).

Ventisei anni e cercare quell’onda in questa

ballata di battelli fantasma. Un valzer turchino

di alghe stanche a naufragio e tu che mi guardi non odi

lamenti né canti il mio nome lasciato senz’occhi

sulla battigia serale. Ed è tutto, tutto uno spumare

di sguardi, come a cercare conforto,

dell’amore l’ombra che dondola

a lento picco come neve nei fondali.



Come tremula nebbia sul colle pende

un sogno. Il reale effimero forse

lo batte, ma non si vince questo librarsi

di stelle a stelle sulla mia pelle.

A chi d’amore tanto parla risponderà

il silenzio di questo corpo che  amore stanca.

I miei occhi grandi li amerà la notte quella

bianca, siderea di Dostoevskij. E che strida

pure tutto l’azzurro intorno. Io so inalbare

tenebre e nascondere cosmi nell’incavo di un palmo.

La vita è un dispetto e io lo ricambio:

non piango e al sole tremo, ma come un colle

alto rimango e in fasci di luce

e sogno.



Vieni a salvarmi chè qui

la notte dura e resistono l’ombre

anche nel vagare lento dei pollini,

negli indorati vestigi di colli e

fiori a firmamento.

Vieni a salvarmi da chi

non si volta a vedere se cado

e come lento lamento annebbia

l’amore tra selve e abbagli e ceche

grida. Vieni a fermare queste

vane parole che nulla sono

se non sete di sguardi, perle

d’amianto fra le mani di Dio.

Vieni a guardare questo triste sorriso:

la fiducia che s’impigra, un gioco

d’azzardo. Vieni e salviamoci che l’anima

migra e dietro siamo noi, richiami di piogge

che non hanno requie, il nostro volo oltre

le estreme assenze, onde di deserti.

Samara del Lago Bajkal



a Valerij Nasten’ka, senza dubbio.

Anche l’etere rabbrividì
e non per novembre. Vidi
il cielo avvicinarsi per guardarti
meglio, o per baciar la terra.

Se il tempo si ritrova nella
durata delle cose, a perdersi
sono solo le mani nelle mani
il colore dei tuoi occhi che cigola
come vetro sfregiato dai passi
della notte.

Anche ora

ci susseguiamo come fossimo attimi
negli anni che allora ci rubammo dalla bocca.
Ricordi? Non aspettammo il tempo
e corremmo più veloce di lui

in quel mattino che pioveva rugida.

Carsica



I

Tra i lecci e gli ulivi
negli antri bui degli insediamenti
rupestri ho stanato
il mio antico dolore.

Corre insieme al cane che uggiola
la stanchezza di stare in branco,
s’addorme nei sospiri delle vecchie
che al mattino stendono, insieme
ai panni, i racconti

del loro morire già da bambine.



II

Silente, come immerso sempre
nel liquido amniotico,
mi uccide
il mio anziano paese.
Sclerofille sempreverdi nascono
anche negli occhi
di chi guarda passare la vita
seduto all’angolo di un bar.
Io non ho avuto il coraggio
di restare
a galleggiare in una gravina,
a gocciolare nel mio deserto
del viadotto dell’Impero.
La civetta chiurla un mattino precoce,
tra i mirti e la vite fiorisce
un odore di pianto.
Un grillo frinisce la vita che va
verso l’ennesima sera
che albeggia abitudini.



III

Ho sorpreso un’edera,
stanca di salire,
a guardarmi sfiorire
proprio nel mese d’Aprile.

Risorgerò – mi dissi-
mentre ora cade il cielo sotto
il peso di un’altra mia bugia.

Ho provato a volare
nel mare
per depistare le risate
dei biancospini e dei fragni.

Fingo l’amore

per non darla vinta ai fiori.



Punge sul cuore lo sbaglio. Ancor

più crudele lo rende il verde smeriglio

dei prati, ancor più nera mi fa la gioia

funerea di fiori e pastelli di luce,

d’infami violette. L’irrispettosa festa

di frutti audaci e

cuori umani codardi.

Arrivasti con gli occhi di marzo

e godetti nel vederti apparire

estatico sogno, rosea nube

che adesso t’involi oltre gli ultimi sogni

infantili, ti trascini dietro l’ombra

delle occasioni perse in bassa stagione.

Ora mi inchino al mondo che – crudele- mi esiste

intorno e che si fa sacerdote di attimi,

liturgia di istanti persi in litanie

di vento e margherite.

Sola, vagabondo a sostare

in tenui assassini di primavera.

Di me solo l’ombra



In istanti propizi

nascosta dal mondo,

quando le ore si rannicchiano

e si dischiudono sospiri,

immolo gli acerbi desideri

alle rose notturne e a

fulgidi rimpianti.

Nivea di gennaio e senza

alcun clangore, seguo

le processioni dell’Avvenire

che s’incammina come un vecchio

stanco sotto fiochi fanali.

Mi sogno inverosimile e

disperdo i miei lineamenti nel vento,

soffio via anche l’ombra

rimanendo nella vita

desiderio invertebrato.

Dea-amicitia



Mi domando perché continuo

a processare l’esistenza. Ipotizzo

sulle radici del cielo,

sulle fauci di nodi salmastri,

sulla verità dei suoi sorrisi.

Come oceani, scolpiti nel vento nero

che tira sui nostri anni assiderati,

i miei dubbi non vi hanno mai annegato.

Perché di Voi

arpeggia la presenza che

assorda ogni silenzio. Di noi

respira ancora quell’aria che intona

canzonette azzurre alla luce dei ciliegi.

Scendiamo scale diatoniche,

in città nomadi,

intoniamo solitarie i motivi,

le risate eterne

del nostro melodramma.

Ricordando i ricordi,

ci penso insieme

e sospiro l’eco di un sogno.



Portami a sedere

sull’erranza dei miei giorni.

Insegnami ad osservare

quando l’amore si scolora.

Io aspetto in questa corsa

di trovare il luogo giusto,

quello dove ritrovarci

a costruire

un monumento,un cimitero

per tutta la pioggia

caduta nella terra.

ASPETTATIVE



Forse ho sbagliato piazza.
Né qui né lì arriva
nessuno.