E.10

 

Sconosciuto



Lì che ti ho visto,
sul lato sinistro della via
a cercar qualcosa con una canna da pesca,
in quella scatola dei rifiuti.
A te chiedo scusa per le cose inutili,
i pochi ringraziamenti,
i pranzi straziati dagli urli neri dei litigi.

Last-Minute



Potrei con sicurezza assicurarti
che lo spazio sarà solo una convenzione destinata a perdersi.
Portavoce di distanze assurde,
inimmaginabili agli occhi
di chi è abituato a tenersi tremendamente vicino,
con i battiti del petto udibili sempre a fuoco,
quando con le mani fingendo stetoscopi,
giochiamo a sentirci il cuore
nelle stanze buie.

Se gli aerei costassero quanto il bus per casa tua,
rincorrerei ogni notte le stelle,
solo
per rimboccarti le coperte.



D’amore e d’ombra
le tue labbra la mattina,
che mi baciano gli occhi ancor socchiusi,
e spingono nella ferita il coltello,
della battaglia della sera prima.



Sento il fiato di mio padre sul collo,
in quella porzione di spazio
dove di solito si poggia,
con contundenza feroce,
il tuo viso mentre mi chiede:
cos’hai?

Credo che quindi,
anzi desumo
oppure deduco,
che il grande generale anche da me si aspetti qualcosa.
Gli auguro dunque di sedersi
su una poltrona piuttosto comoda.



Mi è arrivato l’ultimo volantino della Conad.
Insieme al dentifricio
per i cattivi dai denti gialli,
vendevano in offerta:
sogni. A novantanove centesimi.

Maestro



Un posto speciale a te
che rimembri ancora l’ormai da tutti denudato Montale.

Hai preso per mano la mia penna blu,
poco formale, lo so.
I puntini sulle i,
aggiunti in quei compiti trascorsi passati ridendo,
li ho messi in un sacchetto.

Conto di sgocciolarli tutti per terra,
prima della fine dei miei giorni,
anche in modo da ricordarmi,
come tornare indietro.



Chi ha detto
che baciarsi sotto la pioggia
sarebbe stata la quintessenza dell’atto,
forse ora vorrà sapere,
che il mio cuore ha la bronchite.



Il senso delle cose
è velatamente nascosto tra le tue mani.
Il senso della frase, invece
nella tua gola.
Ma quello dell’amore,
oh, quello dell’amore
è piantato come un paletto
nella mia carne,
e tu
tu non lo possiedi.



La notte
quando non vedo se sei ancora accanto a me,
tra quel buio nero terrificante
e i rumori sinistri delle porte
che contorcono il loro corpo,
ti tengo stretta,
per paura che come in un incubo
tu possa volare via.
Senza dirmi addio.

Supernova



Fallisci!
Nell’ultimo tentativo di rimanere a galla con il fiato altrui,
mentre io sono qui,
che ti guardo esalare l’anima ancora.

Non devi essere silenzioso
ma spettacolare,
quando ti osserviamo usare le ultime forze.
Sii fragoroso! Esplodi!
Come il fallimento ultimo
nella vita di una stella.



Ho appeso le tue foto in camera.
Volevo che entrando
vedessi il requiem che recito la notte prima di dormire,
pregando davanti alle lapidi da un muro bianco interminabile,
santificando la tua morte perpetua e prematura
nelle giornate dove sei troppo lontana,
e in quelle che se anche vicina,
so che non ci sei.



Non credo tu abbia idea
della distanza che separa due essere umani,
che è forse più marcata,
di un chilometraggio azzardato sull’atlante De Agostini del ’63.

Mi sono accorto che i tuoi occhi
guardano oltre il mio viso,
in un punto imprecisato di una dimensione x qualsiasi,
tra le tante in cui ti è dato navigare.

Io invece sono ancora di fronte a te,
e giuro che l’unica fine del mio mondo conosciuto
sono le Bocche di Bonifacio nei tuoi occhi,
e le Colonne d’Ercole delle tue gambe.



Ti ricordi quella giacca
che mi hai regalato.
No.
Nemmeno io.
L’unica cosa che mi è arrivata
è stata quanto mi hai chiesto la guancia,
non per un bacio
ma per un cazzotto.



Progettare sentimenti
non ci ha reso nobili ingegneri.
Sai.
Ho preso trenta a quell’esame di statica.
Ma non sono ancora in grado
di farci stare in piedi.



Mi dispiace salutarvi
stelle di casa.

Ogni volta che alzo la testa
leggo un manifesto di non addio
e un avviso a non lasciarvi.

Ma come si frena una macchina in corsa
con un motore folle,
se non assecondandola fino alla morte.

Lasciatemi finire in pace allora, cieli bastardi di altri pianeti,
le mie solite cene di addio
tra le tovaglie di casa,
che ormai non scelgo più io.

J.



Un giorno J. mi ha prestato il suo stetoscopio.
Ho cercato di scovare
il rumore dei tuoi passi,
dentro di me.
Ho invece trovato il tuo volto,
sotto le punte dei piedi.
Presumo fosse l’unico modo,
di schiacciarti.



Credo
di averti presumibilmente amato
e contemporaneamente detto addio
in circa due secondi e tre quarti,
ricoprendo mentalmente lo spazio-tempo di una storia non vissuta,
mentre aprivi nuovamente la porta di casa,
con quel cigolio eterno delle cerniere secche
che hanno il suono del torcersi delle mie braccia mentre ti stringo.



Il cielo sta sanguinando
e i fiocchi scendono a fiotti.

Rimbalza ogni tanto qualche eco,
come un telefono senza fili tra i chicchi che cadono.

La neve.
La tua pelle di latte.
E i tuoi occhi freddi che mi finiscono addosso
che si ghiacciano sul mio viso
all’istante.

Questa schiuma densa copre tutto,
anche i giorni.
Le luci di casa potrebbero essere ovunque,
e io sono troppo immobile per muovermi
in questo fango bianco.

La gente ride lontana.
Dio! Le voci! Le urla nere!
Ma non vedo nessuno!
Dove siete tutti?

Nevica,
e per la prima volta muoio
perché non riesco più a trovarti
in questa stanza enorme,
bianca come te.

25



Poi magari nevica
e succedono cose bellissime.

Cosa ne sai che il natale non ti piace
che il soffritto di panettone e baci
baci sotto il vischio
ti rimane indigesto,
come un calcio sui reni.

A dirla tutta le grandi cene e i piccoli presepi
con le messe cantate con il vostro latinorum,
fanno pena anche a me.

Le tradizioni sono vecchi amori
quando tornano devi farti trovare in piedi.
Poi non lo sai che succede:
magari ti innamori ancora.



Vane ansie.
Respiri solo di sera ormai.
Solo sul cuscino del letto di camera.

Il sapore della tua saliva ti rilassa
l’addome piegato in due, dagli schiaffi lunghi anni.

Riponi le scarpe nelle solite mattonelle all’entrata di casa,
dietro quel portone arrugginito, che maledetto
non è stato aperto da chi volevi.

E allora cosa ti rimane prima di andare via?
Delle briciole sul tavolo, con cui hai composto i vólti più volte vòlti.
Niente.

E dietro. Dietro la schiena,
un temporale sul cuore, e i tuoni ti parlano:
Sacrifica chi sei, per ciò che diventerai.

Il mantra dell’addio, senza scrupoli, si è insinuato dentro di te.

M83



Il cielo d’inverno è diverso.
Ma qui ci sono troppi sogni nell’aria
e non posso vedere le stelle.



Se vuoi prenditi pure Firenze.
Te la regalo.
È tua.
Prenditi ciò che va da ponte vecchio
Fino a casa mia, laggiù in fondo a tutto.
Hai rubato l’anima ai miei muri.
Congelato i tubi della mia caldaia.
Lasciato il gas volutamente aperto,
con i tuoi accendini
i tuoi accendini, sempre persi sparsi
ovunque.

Ti regalo pure la città
dopo averti dato anche il cuore.
Vattene



Brucia!

Troia inesorabile brucia

in fiamme maledette dentro di me

tra queste pozzanghere di lacrime,

con quel cavallo orrendo

che ha un volto come il tuo.

2B



Piccole gratificazioni personali

a chi mai non ha avuto niente.

Mi hanno detto: “Hai una buona mano”.

Dicono.

Avrei voluto rispondergli:

“Sì, ma con queste ho sempre rovinato tutto”



La sera senza i tuoi sguardi

fa buio presto.

Rimani solo con l’impronta del giornale alle finestre,

pagine che raccontano vecchie guerre,

di un quotidiano che è già passato

anche in un futuro prossimo.

Viviamo in una casa che non è la nostra,

insieme  alle luci

che rischiarano i neri degli spazi condominiali.

Ogni tanto almeno

il battito della città riprende:

Il pullman 29 è sotto casa.



Ti avevo promesso

che sarei rimasto per sempre

o relativamente tanto.

Schiena a schiena per anni.

Avevo calcolato con minuzia

I caffè da offrirti

gli sguardi da regalarti

e le telefonate inconcludenti.

No.

Non avevo considerato affatto

che però

quella ad andarsene

saresti stata Tu.