E.48

 

Bozza #3



Mio padre aveva ragione,

due mani

e degli stivali verdi da giardino.

Gli ribolliva il mare negli occhi,

mi ci lasciava annegare ogni domenica mattina.

E tra le labbra in segreto

la Misericordia

di un padre mai avuto e solo due donne,

tre notti insonni

e quattro spari nel vuoto.

 

Mio padre aveva ragione,

due mani grandi

e l’onestà di conoscere il mondo

e disprezzarlo, amarlo e non capirlo.

L’umore di chi non ha avuto niente

e perso tutto,

mio padre.

 

Aveva ragione,

mio padre.

E due mani sue.

 

E quella cera di espressioni a scolpirgli il viso

che non fanno più

che non compongono più

che non dipingono più

che non producono più

perché sono finite le scorte

tutte le scorte

persino i resti,

persino gli scarti,

persino quei pregi,

persino i difetti,

che ha rubato per bene

che ha nascosto per bene

nell’unico posto che sa,

che sai,

gli appartiene.

 

Allora sorrido

e finalmente ti vedo.

E’ stato un onore:

mio caro Maestro.

Bozza #1



Se il buio della notte dovesse incontrarci,

noi con gli occhi spalancati e le schiene ribelli,

divisi da un oceano di solitudine,

felici e un po’ impauriti, forti e incoscienti,

bugiardi incalliti, romantici, inesperti e ignari.

Stupidi stupiti, anime in pena, porti distrutti, volti maciullati, città decadenti,

fratelli,

nella terribile voluttà del susseguirsi di eventi che ho sentito più volte chiamar destino.

Se il buio, appunto,

della notte, dicevo,

dovesse interrogare le nostre mani tremanti,

vorrei esser sordo per non sentire e vorrei esser muto

che non so più mentire.

Ma a me, e non al buio,

a me,

mentre il sole picchia impietoso sulla mia capa ubriaca,

a me e a nessun altro,

davanti al verde e all’azzurro di dove tutto inizia e tutto finisce,

con gli occhi tristi e il vuoto dentro,

proprio a me,

non saprei che dire.

Le parole scalpitano.

Vorrebbero ridurre a una successione di numeri la malattia che alberga sulle mie labbra.

Vorrebbero risposte, giornali ingialliti che era finita la guerra e c’era ancora il tempo per credere.

Le sento,

spingere sul mio ventre, parassite presuntuose.

Si credono Dio.

Creano e distruggono con la stessa facilità,

che per me è davvero soltanto incuranza.

Immature, tracotanti, blasfeme

dipingono a loro piacimento e mai che dovessero pagare.

Si pensano di imprigionare l’infinito tra pareti di vetro.

Pazze.

Le odio.

Le comprendo.

E ahimè, le creo.

E quando il buio della notte finalmente arriverà

a braccare la paura del mio abbandono,

quando verranno meno le forze per dire

“grazie”, e declinare,

quando il tuo volto sul mio impererà come il più terribile tra i tiranni,

lì, ancora a te

regalerò una scusa

e sarà l’istante più bello in cui mi avranno chiamato “codardo!”.

E allora continuo a scrivere, come un morbo schizofrenico,

per non dovermi fermare, per non dover pensare, per non sentire il peso.

Perché questo gioco di carte non abbia fine,

perché qualcuno si dimentichi il conto,

perché i dadi non diano mai sette.

Così riscopro il pessimismo dei giorni migliori,

compagno indissolubile della mia felicità.

E la vedo la fine,

ancor prima che questa cosa abbia preso forma

e l’accetto

con rammarico e abbandono,

con compostezza e rassegnazione.

Sono io.

E il modo in cui io sono stato creato.

Nudo,

se non degli occhi.

Incapace di comprendere persino me stesso. Spogliato di qualsiasi dono.

Così mi chiedo cosa mai potrei dare io a te. E tu a me,

per lenire le sofferenze dei nostri falsi sorrisi.

Per essere allo stesso tempo rivoluzione e storia,

sconfitta e oblio.

Sei ciò che non ho mai incontrato.

E lo scrivo perché non so dirlo,

e lo scrivo per non dimenticarlo.

Non sei me e nessun’altra persona che sia arrivata

prima o dopo.

Non sei un sentimento o un nome, un colore o un ricordo,

sei carne, spesso

un paradosso, alle volte

sei il dubbio che si insinua tra i miei vestiti,

un frutto acerbo, mondo inesplorato,

sei l’idea che mi rende completo,

la mano che mi rende

invincibile.