E.63

 

Profumo di autunno



Camminavo per la strada, una volta, sul corso principale; era come ogni sera, coperto dal cicaleccio della gente che passava irrequieta. Io ero tranquillo, o almeno, mi sentivo tale, non ero preso da nessuno sgomento. La via era coronata da negozi che prendevano per la gola i passanti, facendo comprare piaceri temporanei. C’era un vento fresco, l’aria lo era: portava odore di autunno. Tra i colori ed i sapori, vidi una grande pianta di gelsomino, quello della prima crescita; pendeva da un balcone fiorito, e spiccava fra ciclamini e narcisi. Mi rapì la sua vista, ma, ancora di più quando mi avvicinai, il suo profumo. Era inebriante, mi riempiva di… inquietudine. Continuai ad avvicinarmi, questa volta con foga, e più mi avvicinavo, più diventavo ebbro. Sapevo che non sarei riuscito a portarlo con me, di non poterlo catturare, così, decisi di privare la natura di qualche fiore: il profumo si era aggrappato ai miei sensi come io non avrei potuto fare con lui. Avevo con me una scatola, li riposi lì. Quella pianta che l’autunno portava, a sua volta donava i suoi figli allla stagione che trasportava il suo odore per le strade. In quella stessa sera avrei dovuto incontrare la mia compagna e decisi di far aggrappare anche lei a quel profumo, di farla diventare parte della stagione, insieme con me. La sera, lei era senza veli di fronte a me, distesa sul letto; mi chiese cosa facessi in piedi, fermo, su me stesso, io non risposi. Tirai fuori la scatola e la aprii: i fiori non avevano smesso di spandere il loro profumo. Li presi e li posai su di lei, le accarezzavano il corpo come fossero velluto, e la sua pelle leggermente scura faceva da contrasto con il bianco candido dei fiori. Inspirai profondamente. Quella notte, diventammo profumo di autunno.

Il peccatore



Rubo il tempo a chi ne ha poco

per impazzire nel mio peccato

trovo conforto nel mio gioco

anche se mi sento il giocato

Ed ora ho licenziato il mio Dio

per qualche ora, o poco più

per uno spirito che vedo di mio

per qualche gioia un po’ più in giù

In questo palcoscenico divino

scaturisco gioia e riso

ormai mi sento un burattino

per scelta o per sorte,ma mi sta inviso

Che chiudano il sipario e gettino le maschere

sparisco tra le quinte senza alcun rimorso

e per coloro che desiderano le mie memorie

saranno esauditi senza nessuno sforzo

E voi malelingue, che sempre avete parlato

Ormai tacete per il mio racconto

Che mi diano l’alloro per quel che ho narrato

sarebbe la giusta somma per saldare il conto.