E.63

 

Simulacri



Sbatto gli occhi

su una realtà distante.

Rimango tra le fronde,

coricato sul mare di foglie

che mi circonda.

Immobile cado nel sonno

tra il chiacchiericcio degli uccelli

ed il profumo di zagara.

In un albero, tra le radici

custodisco i miei valori

perchè crescano vividi.

Ora dalle radici di tecnica

si ereggono simulacri distanti

di perdute conoscenze.

Non la varietà di colori

riempie j miei occhi,

ma un ridondante grigio.

Avari simulacri che camminano

si lanciano sul pulpito virtuale

predicando falsi valori.

Ora le radici sono morte.

La grigia follia domina.

 

 

“Mi preparo per la notte”



“Mi preparo per la notte”;

qualche volta mi fermo

a pensare a questa frase,

a quanto sia curiosa come cosa

fermarsi ad immaginare la notte

come dama che ti carezza le tempie

stanche e gravose di pensieri,

e a come ti debba preparare

per l’incontro,

per danzare con lei ed infine baciare

le sue labbra sonnifere,

cadere fra le sue braccia

e giovare del suo tocco,

animando i sogni

di uno spirito bambino,

e liberando i pensieri

di un acciaccato uomo.

 

 

Primavera



Da ragazzo correvo

tra le mie fantasie,

nel mio via vai passavo

tra incanti e frenesie.

Nella mia mente germogliava

un’impazzita primavera,

boccioli di sogni urlavano

per nascere prima di sera

Quant’eran preoccupati

i miei educatori

nel vedere che i miei prati

non si trovan là fuori

E questi professori

che cercan di curarmi 

falciano i miei fiori

alla normalità voglion portarmi

Ed ora anche d’adulto

in questo manicomio

mi chiamano ancor “matto”

mentre scalo il mio calvario

Ma non vedo alla realtà

voglio ancora fiorire

questo “esatto” più non mi avra

e nessuno starò più a sentire.

 

 

Profumo di autunno



Camminavo per la strada, una volta, sul corso principale; era come ogni sera, coperto dal cicaleccio della gente che passava irrequieta. Io ero tranquillo, o almeno, mi sentivo tale, non ero preso da nessuno sgomento. La via era coronata da negozi che prendevano per la gola i passanti, facendo comprare piaceri temporanei. C’era un vento fresco, l’aria lo era: portava odore di autunno. Tra i colori ed i sapori, vidi una grande pianta di gelsomino, quello della prima crescita; pendeva da un balcone fiorito, e spiccava fra ciclamini e narcisi. Mi rapì la sua vista, ma, ancora di più quando mi avvicinai, il suo profumo. Era inebriante, mi riempiva di… inquietudine. Continuai ad avvicinarmi, questa volta con foga, e più mi avvicinavo, più diventavo ebbro. Sapevo che non sarei riuscito a portarlo con me, di non poterlo catturare, così, decisi di privare la natura di qualche fiore: il profumo si era aggrappato ai miei sensi come io non avrei potuto fare con lui. Avevo con me una scatola, li riposi lì. Quella pianta che l’autunno portava, a sua volta donava i suoi figli allla stagione che trasportava il suo odore per le strade. In quella stessa sera avrei dovuto incontrare la mia compagna e decisi di far aggrappare anche lei a quel profumo, di farla diventare parte della stagione, insieme con me. La sera, lei era senza veli di fronte a me, distesa sul letto; mi chiese cosa facessi in piedi, fermo, su me stesso, io non risposi. Tirai fuori la scatola e la aprii: i fiori non avevano smesso di spandere il loro profumo. Li presi e li posai su di lei, le accarezzavano il corpo come fossero velluto, e la sua pelle leggermente scura faceva da contrasto con il bianco candido dei fiori. Inspirai profondamente. Quella notte, diventammo profumo di autunno.

Il peccatore



Rubo il tempo a chi ne ha poco

per impazzire nel mio peccato

trovo conforto nel mio gioco

anche se mi sento il giocato

Ed ora ho licenziato il mio Dio

per qualche ora, o poco più

per uno spirito che vedo di mio

per qualche gioia un po’ più in giù

In questo palcoscenico divino

scaturisco gioia e riso

ormai mi sento un burattino

per scelta o per sorte,ma mi sta inviso

Che chiudano il sipario e gettino le maschere

sparisco tra le quinte senza alcun rimorso

e per coloro che desiderano le mie memorie

saranno esauditi senza nessuno sforzo

E voi malelingue, che sempre avete parlato

Ormai tacete per il mio racconto

Che mi diano l’alloro per quel che ho narrato

sarebbe la giusta somma per saldare il conto.