E.71

 

Il tuo silenzio



Ogni notte a praticare la morte,
il tuo veleno.
In quei solchi è annegata la mia giovinezza, senza un respiro.
Mi sono illuso di essere colpevole,
colpevole del tuo silenzio.

Bzzzzzz bzzzzzzz
Ricordi
Impulsi elettrici

I tuoi occhi,
come silenti sentinelle,
dimorano famelici nella mia cupa tana.
Ai piedi giace rugoso
lo specchio dei giorni,
schizofrenici.

L’ignoto è fonte di vita.

Ruggente soffia l’eversione
nel flauto delle mie vertebre.
Le labbra della mente
si schiudono
al tuo ricordo,
immote
come il tuo silenzio.

Ora so
come usare
le mie illusioni.

I tuoi gelidi occhi
non gridano,
non gridano più.

Attimi



Nella mia essenza di martire
ho interrogato
lo specchio dei giorni
con cruda arguzia,
scolpito
dai tuoi soli raminghi
abbandono
i presidi della vecchia memoria,
venti notturni,
estasi inquiete,
inverni fetali.

Mi sono lasciato morire
e nel muto silenzio
a te mi avvolgo.

La mia intimità



La mia intimità come un rasoio,
sibilano i giorni
schiavi della vita,
deformato dalla voce della realtà
annodo
i miei sospiri
alle tue silenti cavità
acquose,
forma grezza
che incanta gli oceani.

Sulle punte lacere
dei miei occhi
si agitano
sommessi
i tuoi canti mortali,
decrepite ballerine
di un sabbioso galà di fine ottocento,
corrotto dal respiro
delle tue rive
fisso le dita inerti,
il tempo
muove
le lente piaghe
sul corpo cavo.

I nostri cuori emigranti,
oceani pagani,
crepitano
nella polvere delle notti,
immobili
come assassini
amputiamo il nostro tempo
e ne assaporiamo muti
il dolore.

Eremo



Dinanzi ai miei occhi
le strade
tessono
la tela del ricordo.

Le tue dita
bruciano i pensieri
come cenere d’inverno.

Gioca
il baricentro del desiderio
nelle tue mani di bambina.

Il santo valzer dei tuoi addii,
telaio del cielo,
si irradia
nei soli di una Milano liquefatta
dal guscio del mio vuoto.

Nel silenzio del letto
nuovi occhi, nuove braccia, nuovi corpi
indossano obbedienti
la mia rabbia.

Ho espiato
il rimorso,
odore nudo pallido
cadavere.
Sulle sponde del cranio
si infrange
l’oceano del cuore.

Il nostro sogno è muto,
come le nostre vite.

La tua voce
è divenuta
una sensazione,
una sensazione di te.

Reminiscenze



Il silenzio del tempo,
con le sue livide amputazioni,
turba la mia essenza.

Flessuosi burocrati
oscillano
sul limitare della mia tomba,
le mani avvizzite,
lo sguardo vitreo.
Contemplano muti il mio cadavere,
sorseggiatori di aborti,
mani suicide.

Nella loro nuda religione
si plasmano
le labili folle,
gole ossee.

A te
rivolgo amaro il mio urlo,
dilaniato dall’oblio di una falsa tolleranza.

Il ghigno



Si accasciano le notti
sulle tue ginocchia,
immobili.
Sibila il vento tra i capelli,
muto.

Sfilano amari i giorni sulla pelle,
i tuoi occhi vegliano
il mio silenzio.
Lieve assaporo
il vociare delle tue mani,
come neve sui campi.
Volteggiano tra le risa della folla,
leggiadre.

Incessanti cadono i tuoi passi
sul corpo lacero,
mutilato dalla lama del ricordo,
incapace di udire
le urla del tempo.
Le notti ingoiano i giorni,
obbedienti.
Tace la rabbia,
immobile nel pianto.

Mi nutro della tua assenza
e solo in essa esisto.
Vederti tra le mie mani
di uomo,
muore.

Architrave



Asincrone agonie
oscillano
nei limosi crateri
della memoria,
le tue urla
coprono il vento,
labbra malate.

Volti nudi
come foglie morte,
pieghe notturne,
fluttuano i giorni,
gregari anestetizzati del turgido dramma,
anima proiettile
tace
nei silenzi
marmorei.

Mi svegliai presto
quella mattina d’inverno,
con dita di vetro
ne sfiorai
il ventre,
alcuna parola solcò
le mie labbra,
come danza muta,
il tuo corpo
danzò muto,
suicidio del tempo.

Illusione



Infrante le soglie del ricordo,
curvati i muscoli dell’illusione,
giace il corpo
scolpito dal vento del ritorno.

L’amaro sipario
inghiotte
la voce del tempo
come arpa notturna.

Immune
all’alibi del rimpianto,
carezzo nella notte
il lacero vessillo di poeta,
trainando i miei sensi
nell’alba della tua silente marea.

Sul deserto della mia pelle
fiorisce il trionfo
di un amore inespugnabile,
attimo muto ed eterno,
come nudo occhio di un Dio cannibale.

Il filtro



Tempie d’acciaio
gusci vuoti,
l’utilità del tempo è cosa vana,
nel freddo calice dell’inquietudine
tace
il suo lento fluire,
rimorsi.

Nidificano le mie angosce
notturne maree
dal volto lacero,
squillano
i flebili tremori
all’antico ricordo,
plasmato dai tuoi sottili uncini
fisso i muti assassini
schiudere
le tiepide labbra vetrose.

Nelle acri lingue dei giorni
colano le rapaci voluttà
e nei miei nudi abissi,
come un dio malato
ti aspetto.

Il tuo cuore come statua muta



Io,
disertore della vita,
io vi disprezzo.
Ho respirato
il vostro terrore,
così lei disse,
profeti della miseria.
C’era qualcosa nell’esercizio
della libertà,
nei miei occhi.

Non esisterà più il pensarti,
l’atto,
assassineranno i giorni.
Le spine nei tuoi occhi
assolvono i miei peccati.

Nelle mie cupe stanze
si trascinano muti i tuoi respiri,
arsi.
Tacciono le latitudini
delle mie memorie,
le dita delle notti
sfiorano il tuo nome.

Nel ricatto della vita,
intimo come il dolore,
voltati.