E.74

 

La bolla di carne



Lenzuola di carne pallida mi serrano la vita,

i demoni interiori, zuppi di vino e marijuana si dimenano nella bolla di carne.

Spingono con unghie di ferro all’interno, lasciando cicatrici di pena

e gli organi viaggiano negli inferi, graffiandosi e sbraitando maledizioni

poi, la quiete.

Strade di bianco, di cemento, a tratti di prati, così, come viene,

gambe perse in lunghe promenades straniere cercano un perché,

braccia agitate cercano cura alla noia e alla disperazione

e quando le dita, sorridenti, credono di aver sfiorato una stella,

subito,

deluse e sconfitte tornano a battere i tasti di una calcolatrice.

poi, l’inferno

poi, la quiete

e poi, perché?

 

Ineffabile distanza



Mi piace la tenerezza che giace nei nostri corpi

Gli sguardi si inseguono e disegnano sentimenti, i più profondi

Ventre brillante di un’ametista.

Gli ego rincorrono parole mancate, inutili

Che sostituite da venti positivi,

son pronte a ritornare per inviperire le lingue,

ma i nostri cuori son più tenaci di invidie futili

atte solo a produrre asti di oceani invalicabili

e questi oceani non cuciono continenti,

li rendono inconciliabili.

Mi spoglio da presunzioni effimere,

e accolgo ogni tuo sapere per irrigare i miei giardini ignoranti,

ti amo.

Ingaggerò ingegneri civili per edificare un pontile

Che possa, per quell’oceano che non conosce sponde,

creare un canale di comunicazione,

Siamo anime che fluttuano tra pensieri agli antipodi,

ma quell’infinito pontile

unirà i nostri continenti.



Come spiegare al mondo impettito

questa mia inadeguatezza?

Come esprimere questa mia sofferenza?

Il nero, elegante, amato e disprezzato

ha tessuto sui miei occhi un velo troppo spesso che, morboso,

geloso e possessivo mi imprigiona in incubi di sogni,

sogni che sgorgano come correnti torbide di fiumi irlandesi e scozzesi

e non trovano mari in cui sfociare,

vogliono solo respirare a pieni polmoni

i miei gracili sogni,

ma le loro ossa,

impaurite,

non generano corpi eretti,

ma discariche di illusioni calpestate.

Nenia per la poesia



L’hanno messa a tacere

dal profondo della terra,

sporca come callose mani di contadini,

Poesia, nel suo corpo deturpato, chiede ora

di esistere.

Urla forte, ma gli strazi della sua voce 

non trovano ascolto e così le sue radici non possono,

in questo secolo,

proliferare.

Questo orbo mondo poco affamato delle sue verità

stenta a comprenderti,

irrigherò la tua terra,

sorella poesia,

di lacrime,

e non di acqua tua amica

così che tu possa risorgere da queste,

intrise di ilare malinconia.

Non ambire al successo,

son timidezza e purezza che fanno di te

Poesia.

Cospirazione solitaria



Cos’è l’amore?

uno schietto sentimento effimero costretto a morire,

o una promessa, atea, dedicata all’amato prescelto?

Sarà lecito che il disperare dell’abitudine macchi,

con bassezza, questo debole regno di due amanti riunitesi?

o e ancor più giusto che la si guardi con diffidente arroganza?

Mieto fermamente l’abitudine

 e godo nel vedere il suo viscido corpo di scrofa 

sguazzare in fanghi melmosi che le impediscono l’azione,

per mirarla,

vittoriosa,

vantandomi dell’omicidio commesso. 

L’adultero



Lo sguardo

condannabile e deplorevole di quell’uomo

che dell’animale ancora serba i tratti ed i comportamenti,

illusori,

ipocriti,

lo sguardo eccitato di quell’uomo

che ora con mani su trofei

diversi da te

risucchia gli organi di nuova donzella.

Così, ancora una volta, lo specchio del rapporto va in mille frantumi,

con la sfiga e la disperazione,

ma non come superstiziosi medievali.

L’amore non si è disintegrato,

mai ci fu,

solo credevo di volerti bene

quando le tue mosse segrete mi erano ignote,

a volte il destino è perfidamente lungimirante,

mezzo per l’inizio di nuove vite 

lontane da adulteri.

Apri gli occhi ora, alzati e cammina

e pensa che è la sincerità a non potersi conciliare

con occhi affamati di 

ipocrisia

ed EGO narcisista.

Berlino



Berlino con il petto possente e il cuore di donna sensibile,

di giorno splendente metropoli e di notte bosco silente,

il passato che carezzi maternamente

urla ancora nell’asfalto delle tue strade, immense.

Mohrenstrass, giovani anime sperdute regalano accordi sulle metropolitane,

le pretese : irrisorie,

Kreuzberg, di una duplice individualità di arte e di guerra si vestono le tue strade,

un tempo fabbriche antiche oggi centri per la socialità e club accoglienti,

Unter den Linden, ricca via da borghesi, solo cemento nei piedi,

Berlino col viso di storia e memoria,

santa città che del suo dolore ne ha fatto architettura, 

più giù una distesa di ocra e secco arancione si slancia in Tiergarten,

dove il freddo non punge la pelle, ma disseta i polmoni,

a sinistra, ancora,  la colonna della Vittoria, 

la conoscevo già : Otto Sander vi è seduto di fianco nei panni di angelo custode,

pensando forse ad un suicidio imminente ed improbabile,

intrappolato nella saggezza di quel mestiere

e infine, stremato angelo impotente.

 

L’attesa



Parla in silenzio l’animo suo,

avanza come l’edera sui muri la brama di riccioli neri

una pioggia impazzita si infrange sui tetti roventi, e io,

avvolta in profumati manti

immergo i miei occhi nei suoi, solo immaginati,

e così siamo riuniti.

Scandisco le ore di un tempo scortese,

rincorro i minuti

e i secondi mi dilaniano

aspettando sovente che la dolce libellula

eternamente rincasi.