F.01

 



Per i fratelli che agiscono
sulla superficie del mondo
a fior d’acqua del sogno
si sogna un mondo
per i fratelli che dormono
il profondo sonno dei giusti.

La nave #1



Generazioni intere
a fissare il mare.

Senza nessuno all’orizzonte
sta ai fratelli inventarsi una nave.

 

 

 

Frantumi #2 (Poesia)



Una parola è una parola sola

e c’è poca libertà nella solitudine.

Disgrega una poesia e vedrai parole

tornare a casa, tristi

alla loro vita quotidiana,

ai loro ruoli piatti.

Inquadrata – tra le maglie della prosa -

la parola soffre -

una solitudine

- che mi ricorda la tua.

Ma quale rivoluzione?



Ma quale rivoluzione, coevi?

Siamo tutti ad invocarla da sempre
(quasi tutti, almeno)
ma sapete meglio di me
(quanto me, diciamo)
che ci vuole cuore per queste cose
(o fegato, comunque)

La Reazione l’abbiamo d’istinto
(automatismo adeguato, direi)
serve a non rilassarci mai
(pare poco, scusa?)
ma non si naviga con l’ancora gettata
(né si cede ai flutti, tuttavia)

Ed io che avrei abbracciato la Vandea
(teso una mano, tutt’al più)
dovrei giurare sull’Aventino
(secedere, è più recente)
o accettare la patria galera?
(in senso di nave, s’intende)

E tu che suggerisci con voce di rettile
da che parte stai?
(…)

6 – L’Innamorato



Per il piacere di andare
non sarò meno chi scelgo
di chi avrò rifiutato.
Dell’identità il principio
è fine di contraddizioni.
Mi scoprirò solo, se voglio,
ma intanto vorace
comprendo l’altro col cuore.

5 – L’Imperatrice



A cosa serve fortificare mura
se il volo è per sé una distanza?
In attesa di tempî più cupi
porto domande e domando risposte.
Perché andare se andando
disperdo il mio centro?

4 – Il Papa



Ieratica è la posa
della mia autorità.
Cavalcando s’impara
a esser cavalcatura nella tempesta.
Ma non è mia oggi la lotta:
distante s’allontana l’usato fragore
e so inventarmi
una nuova calma.

3 – L’Imperatore



Sono guida per me
e per gli altri.
Mia è la giustizia
mia la condanna.
So schierare le idee
e in battaglia non so
desiderare
la fine della guerra.

2 – La Papessa



Venne poi il tempo
- non di comprendere -
perché già fu
ma di capire
che due sono le colonne
portanti l’identità.
In due versi si cela l’arcano
in silenzio si può affermare: io.

1 – Il Mago



Dal cerchio vuoto
debbo farmi uno.

So cosa volere
ma non so come
e per sapere il quanto
mi misi a giocare
con gli strumenti dell’uomo,
coi suoi trucchi,
dai suoi occhi.

Ø – Il Matto



Divergo quindi sono.

Fui folle, dunque
mi son fatto poeta.

Senza schemi
ma con metodo
si ritiene il Mondo.

Il mio sguardo è nuovo
ma non è mondo
ed io sono e non ci sono.

Celestialità concisa



In questo cielo

d’astri disperati

siamo tutti soli.



E sento ancora dire
con voce di rettile
che non ho mai
(e avrei dovuto)
affrontare me stesso.

Quante bocche silenti,
quante lingue frenate!
Se solo si sapesse
quale terribile nemico!

Ho dubitato,
ho disobbedito
e alla fine dei conti
chi non sa ch’io so
trattare
coi serpenti?



C’è poco da sorridere, coevi.
Ci sappiamo ammirare da sempre
ma sapere che Zeta
non calca più la stessa terra
ci disarma la lanterna.

Assomigliare
un poco meno al ricordo
(ciò che chiamiamo progresso)
è solo un dato di fatto.

E l’evidenza da sempre è un’opinione.

Aridità



Se corrono lumi,
se la desertificazione del presente
prova a suggerti lo spirito
prova a dimostrare
che sai ancora irrigare foreste
e sai ancora dar respiro
a tutto questo tempo
(che non rimane mai).



Dopo il deserto,

sai di essere
- solo -
quando rifiuti la gloria
raggiante di criniera infuocata
del giorno
e
sai raccogliere
in un palmo di mano
un ammicco distratto di luna.

Ché sai illuderti
che lei sia lì per te,
per dissetare il tuo sguardo d’infante -
quando,
finalmente accordato con l’universo,
saprai inventare poesie d’altrove.

Alterità #2



Io sono io
e non so di nient’altro
che non sia di mio.

Senti come suona bene?
La rima – suona
(tutta interna)
e di qui non fugge.

Per altre corde
saranno altre rime
e migliori dei primi
i nuovi accordi.



Quando – la notte -
cala da un cielo profondo,
fino alla tenebra,
li divora i colori.
Chissà, forse anche Cromo
divorava i suoi figli.

Ma è il perché
che mi scuote davvero.
La siffatta oscurità
da sempre dà
vantaggio al nero
e a ciò – che solo è.

Perché si appare
in forme e in simboli
diversi
di giorno.



Fucina di arti
e molla dei pigri
la noia sorride.

L’ameresti più bella,
più sana,
più sola.



Ma dov’è la Poesia
che sa ancora rispondere
con dis-grazia d’esegeta
all’esigenza senza pari
di rispondere a quel ‘non solo!
più che mai – vocato
(sapresti preporre un prefisso?)
senza spendersi, subito,
tra cattive compagnie
in un giro d’infamia?

La Poesia si trova
(qui parla il logico)
ma va cercata;
la poesia si cerca
(ecco il poeta!)
e va trovata.

Una costanza



Ci metto sempre un sospiro
nell’inforcare, consumato,
gli occhiali.
La penna
aspetta solo un mio cenno
e già si atteggia a dovere.

Vedervi fontane – di versi
m’inquieta.
Ma mai al cospetto dell’arte
la mia calma si spezza.

E il mio penultimo fiotto d’inchiostro
sapeva di vivace zampillo.

Un’impressione



Sono tutte già scritte
quelle poesie
che stupivano il te infante
e che hai passato a fil d’indifferenza
nella tua gioventù più vera.
Le riscopri
(giustiziate)
laddove le hai lasciate -
abbandonandoti
nella ragionata maturità -
nel saper calcolare l’istinto,
inviolabile,
nella crudezza di un gettito
che alle leggi del volo
sa sempre farsi penna.



Ai giovani

Non c’è più tempo
per attendere.
Pronunciate il nostro nome,
adesso,
prima che la tecnica
uccida l’uomo.

Dei maestri siamo -
ormai lontana eco
non è per noi
l’amor filiale.

Solo un nome
e sarà nostro il passo sul futuro.

Solo un’idea di ponte
e noi saremo strada.



Quando il tuo nome
comincia a starti stretto
è il momento di sorprendere.

Testimonianze #2



Ti muovi bene fra la folla
sicuro e deciso nel passo,
muovi bene le spalle,
schivando (ultimo)
lo scontro.
Quasi un passo di danza
ché nel pensier tutto ti quadra.

Finché, d’inversa marcia,
arriva il poeta
col mio capo chino,
(ché col pensier poco si quadra)
latore di urto maldestro.

Tira via – con lo sguardo basso
e la geometria in frantumi -
e con gli occhi tuoi sorpresi
di sorpresa e riscossa.



Una rapida estrazione,
come un pugnale nella notte,
per darti qualcosa.

Un baluginare metallico
sotto una fredda luce stellare.
A volto coperto e con lama snudata
pronta a tornare all’ombra del fodero,
nel rarefatto silenzio dell’eco di un passo.

Neanche volevo ferire, in realtà.
E’ stata sfortuna.
Come potevo tenere tutto questo per me?

Testimonianze #1



Lei si è voltata dall’altra parte
per non vedere.
Ed ha chinato il capo,
quasi un cenno di tempesta,
per ricevere la cannuccia del suo
- che cos’era? -
forse un drink, di quelli che adesso vanno
colorati e dozzinali.

I suoi capelli a cascata,
una paratia metallica
ad isolare il di qua dall’altrove.
Quasi il dorso di una mano,
a maldestro schiaffo.

Guardavi me, sconosciuta,
come se avessi potuto trovare
- ingenua -
soccorso in un poeta.

Io non c’ero, come avrei potuto esserci?
C’era lui, i suoi occhi sulla tua nuca.
I primi potevo vederli,
la seconda la potevo immaginare – trafitta.

Incolpevole, lui.
Io, altrove.

E tu ad esperire la distanza.

Un bieco reiterare.



Allora forse è vero.

E’ sempre il mio turno
(e tocca sempre a me)
contrappuntare
il vostro blando pessimismo
con la mia disperazione.

Allora forse è vero che io vi odio tutti.
E’ vero che io non vi appartengo.

Di me i vostri figli non parleranno,
o sarò un figlio della crisi -
- dei vostri giorni migliori.

Delirii altrui #1



Dai, passiamo una vita insieme
a farci del male e a scrivere poesie
sopra il male che ci facciamo.

Cosicché, appesantito, scivoli
sempre più in basso, distante,
e sia una scala per noi.

Non sarà una vita da sogno
ma il sogno di una vita.

Del resto, qui, i compromessi si accettano.



Bello accorgersi
che quello sguardo all’esterno
che da un po’ mi manca
lo posso trovare altrove.

Bello leggersi attraverso parole
d’altri sguardi figlie.

Bello sapere
che quand’io vengo meno
c’è un segno di fuori
a ricordarmi che altro
è d’altri -
- nonostante non sappia
fuggire via
dal mio solito verso.