F.05

 



E per un giorno
abbiamo imbrattato te
e il mondo
di parole
per ridere al sole
di chi non lotta mai



 

Per questo mondo grigio
la luce è il fuoco.
Un rogo di scrittori



In questa nebbia
confondiamo il colore
del nostro respiro
e il nostro caos,
le nostre inquietudini
generano luce
a perdita d’occhio
per far brillare la periferia
l’hinterland e il mondo intero



Si sentono bene
le risate nei video
di noi
che giochiamo
a spaccare i capelli
a perderli
a imbiancarli
che intanto,
un po’ umidi,
aspettiamo
settembre



Una dichiarazione d’intenti
tra i denti
sgretolati
scricchiolano sporchi
gialli
affumicati marciscono
e lascio correre
-mi pare-
ci penso dopo a quanto costano
i giudizi vani
senza corpo, impalpabili,
in un battito d’ali
si disfano
e mi lasciano nudo
nella mia piccolezza



Dall’alto del mio grande Io
vi giudico
e piango
di me.
Così piccolo
che mi perdo
a scandagliare i vostri costumi
fatti di genere e banalità,
così superficiali
che mi spellano.
Piango e mi sciolgo
perché tra me
e voi
passano treni
senza destinazione.



Le idee
come sassi nel vuoto
cadono
e non mi sento triste
respiro e mi sento nuovo
stolido resisto
e mi commuovo
del mio fare speranzoso
povero
rivolo di sudore
tra il naso e le labbra
verificato e solido
sole



Capita che mi fermo a pensare
in quel vuoto acquoso
che si crea
tra me e voi

Rifletto
sulle vostre nuove idee
sui progetti che si disfano
e crollano
come carte al vento

E i miei pensieri
pesano
non c’è equità
nel confronto improprio
che faccio
tra il mio nulla
e i vostri 7 e 40



Generazioni a progetto.
Ci faranno sapere
a quanto ammonta
il nostro tempo
determinato



Finisce che ti vergogni di te
delle telefonate
delle mail imbarazzanti
dei lavori imbarazzati
senza nemmeno una ragione
ma con troppe disillusioni
che senti ripetere
che tutto è una merda
la crisi
le bombe
la primavera araba
l’europa unita
e ti vergogni,
di loro certo,
che ti hanno insegnato
a vergognarti di te



 

Di notte quando
si scava il tempo
e non si muore più,
si galleggia
e voi, morenti angeli del brutto
sbucciate i nostri cuori,
il nostro libero spazio aperto,
fatto di vuoti a perdere.

Lasciateci respirare
il nulla dai vetri vuoti
delle bottiglie usate

Lasciateci morire in pace
tra i tumulti etilici
e le piazze
sporche di vita



Col tempo qualcuno cambia
e ci si aspetto un avviso,
qualcosa che segnali
la fine

E invece tutti qui a guardare
per capire che succede,
dove si va quando
non ci troviamo più

Mi sono lasciato ad aspettare fuori,
legato al palo come un cane,
un povero bastardo
in attesa

Per volare via, distante da me,
da voi e da noi.

Domani tornerò coperto di sale,
bruciato vivo dagli occhi d’altri,
arso in plaza catalunya,
libero d’essere vivo.



Raccontatemi, vi prego,
delle vostre notti
passate tra il disgusto
e la fatica
che provate
nel pensare al giorno dopo.

Raccontatevi, vi prego,
che tutto passa subito,
mentre vi soffoca
l’ossigeno
appesantito
dai pensieri

Come formiche
sepolte dalle loro
enormi paure,
ma in un secondo
torna la pace, la notte,
l’ordine nel formicaio.



Di noi
generazioni instabili,
insensate,
resterà la voglia
di capirci

Ai posteri daremo
vite inutili

Schiacciati dal niente
e distrutti da tutto

Scoraggiati da noi



Finisce che ci guardiamo attorno
e siamo sempre gli stessi,
catatonici per le parole spese,
tanto diafani da scomparire.

E discorsi sociali,
abominevoli sviolinate alla giustizia
e malattie
a corroderci

Col tempo che ci resta
andiamo via, lontano,
dove le notti sono sempre
spese bene
e il sole brilla sui patiboli
dove marciscono i carnefici

Che domani seccherà,

quel sangue amaro,
frutto di reazioni acide,
di cassonetti dati al fuoco.

Figli di una sterile battaglia
che ancora non diventa guerra.



In città:
asiatici
comprano fragole a febbraio,
tanto rare come
le mie sicurezze
tanto false
come mai
ho visto il tuo sorriso,
prezioso
come le fragole a febbraio



Mi regalo a voi
che passeggiate
per farmi leggere.
Per esistere anch’io,
sempre,
da qualche altra parte.



Come meduse
trascinate dalle correnti
confuse
da parole
inconcludenti
sbranate da
destini crudeli
senza gioie
o dolori, solo
doveri



Giovani donne dell’Asia minore
badano figli d’altri
col cuore in mano

di bambine
di bambini
incontenibili che loro
tengon stretti tra le
lacrime o per mano
nelle corse disperate
verso fortezze
o fuochi o spose
che loro vedono
e che a questa prole
sfuggono per via
della superficialità
di una vita scontata
data per dovuta
mai guadagnata



le dita ammutolite
dagli scatoloni

i soliti
ineffabili

con gli occhi avvelenati
per uno strano stupore

il solito
incognito

di getto senza strascichi
di vite trasversali
e fastidi tumorali

invadono la pace
il cuore e il mio
domani

e mi misuro e resto immobile
come osso o orma di animale

e mi sollevo e rido
di quel che poi
mi resterà banale

per vivere
sopravvivere
e morire

produco
consumo
e crepo

per non scomparire



Due passi tra la terra e il sole
di scale che fanno sudare e
amore dove vai
e con chi parli di politica

oggi

sorridi e guardi a terra
se frughi tra i pensieri
e trovi ancore che
affiorano

dai
ricordi

quando eravamo solo
poche parole a
scorrere su un foglio
bianco pelle

Da scrivere.



Questi sono gli occhi
del silenzio.

Occhi sorridenti che
ti guardano dal foglio
bianco marmo.
Briciole dei ricordi,
dei giochi ben
poco preziosi, tra le carte
a naufragare.

E pensare che
alla fine di tempo ce n’è
stato poco
e poco e male l’ho
sfruttato e troppo
e ancora poco basterebbe.

Per ricordo piango,
rido
non so che sia la
vita.

Oggi piove.



Ogni tanto mi perdo e
penso alle bombe,
al sangue rappreso a terra.

Non è la guerra, è la
necessità. Il dolore che si fa
malattia.

Quando saremo saturi di
movimenti e bande e
pagliacci di corte,
torneremo al sangue.

Alle bombe. Alle armi.



Avevamo vent’anni,
gli occhi lucidi e
il cuore già consumato per il
così poco soffrire e il
così tanto
dormire.



Di fronte a me c’è uno
specchio che si crepa nei
dettagli e che reagisce come me.
Come due bambini, forse due
cretini.

Forse aggiorneranno il
dizionario dei sinonimi.



Mi chiedo chi sei e
quanto tempo perderai

Se leggerai ancora o
correrai lontano a passi
svelti

Se pensi un po’ a
te stesso e se
ti curi

Se ti ami



Siete al sicuro nell’utero
che chiamate cabina elettorale,
tenete i segreti nelle
umide interiora.

Dilaniati dai cani,
mangiati dai maiali.

Ecco la fine della storia.



Quanto sangue vorrete
ancora spremere dai miei
pensieri dissonanti e
inconcludenti

Sapete già che non vi
basterà mai

Non sazierà la vostra
sete di mete e di
fogli stampati e
inchiostro burocratico

Mi perderò in formali
riverenze e morirò
piangendo ancora
qualche
Lettera



Lacrime di
Dolore e
Domani dal
Cielo Cremisi in
Città e
Dall’alto corrono
La voci flebili e
Indecise di
Chi ha corso
Troppo e ora
Rifiata stanco e
Spento all’ombra di
Se
Stesso



Siamo ancora
Sottovuoto e
Senzafiato

Manca un
Urlo per la
Vita che si
Strozza e
Muore tra
Le mura
Asettiche

Dio lo vuole
E
Così
Sia