F.106

 

Olomovimento



E se il sistema sostiene
la necessità antropologica fisiologica
di imbrigliare e categorizzare

Crepa crepa crepa
Oh, vorrei essere a Königsberg

Crolla tutto, e lo stesso crollare del tutto
costituisce fallacia.
E se il tuo colore preferito esiste solo per il
retinale, se il colore è salto quantico in un orbitale
E se abbiamo plasmato spazio e tempo
con il primo impasto di lievito madre
a nostra immagine e somiglianza
(ieratico, intoccabile relativismo)

Crepa crepa crepa

Frattali, costante di Fidia, il nostro stesso
modo di comunicare – come specchio
dubbioso, dubitante, incostante

Sarò sterile e relativista,
succede.

Il palombaro non vede bene



Marcite, squallidi frammenti d’anima, rami
silenziosi all’ondeggiare del vento
intorpiditi, paghi del pallido clima
d’ovatta, del tiepido intento.

Sul ghiaccio tagliente dell’essente, au
dessus de la mêlée. Ticchettano in
superficie i vostri sogni, sedotti dal vento
sussurrando parole dolci all’aria di cristallo.
E voi ballate, collane di perle, sapore salubre
di sole.

Io penetro nelle crepe, alga malata. Tra le
rocce del fondo mi adagio. Conoscere
l’ignorata
acqua scura, sì, ma osservare il mondo dal
basso, schermato, filtrato.



Non sospiri più da un millennio
e ti bei dell’apnea
disfatta, carthago

Su di un colle l’occaso
del tempo, il caso, occasione
Non sussurri da tempo.

Cara vecchia canuta
caduca
Cosa fu prima?
Il tempo, o il pensiero?

Non sospiri più da un millennio,
cara vecchia canuta caduca
Conosci per caso (all’occaso)
il primo confine del nulla?

Soffitta



Reprobi,
rilucente ragnatela di
ragguagli ci raccoglie

Bavosi fili,
corde tese di violino
linee bianche delle foglie

Nell’intricarsi solecistico delle muffe, delle
polveri stantie, dei legni rancidi di ombre
Dita mie,
srotolate i suoni del tempo
Donatemi le notti fresche,
e i respiri.

Sfiorisci!



L’ultimo giorno d’estate, anancasmi
e la tua voce roca che continua
a scorticare le croste.
Erpice d’encefalo
negli ettari del mio squilibrio.

Atonia



Dal ganglio vitale della desertificazione,
cuore palpitante grigie indifferenze
per i corpuscoli bianchi, interferenze
nell’aria nitente di sole

La mia nave, salsedine incrostata,
bloccata dai movimenti
delle sirene:
ammalianti tentatrici di fuoco
di notte acceso, di giorno fioco

Mai mi sussurrarono, baciandomi
desideri di morte
Ma sirena mi resero, schiuma sfuggente
Io, che un tempo
ero capitano.

Sin-estetico



Trittico azzurro,
giornate gialle galleggiano
sui vuoti
del vento

Insonnia #2



Costantemente
incapsulante
dilabente
dal buio la mia ignavia
adolescente

Incubo di esizi
nevrosi-ossessione
simulacro della
carne, anima
senza agnizione

Sfrigolava il bollore della notte
il sudore del silenzio
sofferente
gocciolante
ad addolcire il tanfo
della mia decomposizione
inconcludente.

Insonnia #1



In quel lunedì di Giugno così spoglio
il mio mare
era nel refolo capzioso di sigaretta

Avvolta dalla notte
come asfissiante coperta
irretita dal silenzio più pesante

Greve, l’aria greve qual tange
incavature obliate
di fisicità nascenti

E tu, tra i tuoi riccioli
dormi beato
Io in cucina, a mordermi a sangue
le ferite
a giustificare il sadismo
sussurrandomi l’insufficienza
dei nuclei unitari

Compulsiva irrequietezza del possibile,
cronicamente insoddisfatta,
eppure -sembra quasi di sentire la salsedine-
ricorda i confini definiti del mare:
così chiari
così puri.

Tick



Assenza,
necessità.

Osservai il mignolo.
Piccola, sottile cuticola sporgeva come
becco di pulcino affamato.
Avvicinai
la pelle alle labbra
Strappai
delicatamente
con i denti

Immobile goccia di sangue sorridente
La vita è fatta
di piccole cose

Addio Paradiso



Un singulto di decenza
ogni tanto, come tastato
dalle abuliche dita
della mia indifferenza.

Ricordai i frammenti del peccato
l’ardere intenso, infernale
rimosso infine
distrattamente, come
sigaretta spenta.

Furono falsamente candide
le mie intenzioni,
e non
per sadismo
o per vendetta
ma per mero, liberatorio,
sentimento di abbandono.

Divorato dal destino il putridume della colpa
E così scheletri e ratti
marcirono,
nelle paludi del mio sguardo.

Afasia



Ossimoro silente di urla di nulla
sono lo spazio innocente
e bianco e barocco: tracotanza
dell’incompiuto.

Grafemi e stilemi catabasi d’inchiostro,
putrefarsi vermineo
del detto enunciato già morto.

Sono lo spazio bianco, innocente,
e infantile
Sono le possibilità di scrivere
e far morire.