F.111

 



Fine il bordo -

brucia il bicchiere

delle tue labbra



Capelli neri -

bocciolo caldo della

notte più scura



Soffia il vento:

ondeggia un bruco

sul legno



Tutta la testa mi scoppia
di questi momenti
di vita non vissuta,
di mondi che esistono il tempo di una sola pagina,
che quando poso la penna
piombano nel silenzio



Il turbinio della sera è rapido e tagliente
mi strappa
mi scalcia
fa brandelli di tutta la mia pelle,
mi affoga nei suoi colori
ora vivi
ora spenti
cangianti
iridescenti
policromo
luminosi
sfumati
impetuosi,
l’acqua scroscia e leviga ogni mio singolo pelo
bestia nuda
inerme
sbalzata su prati di spine
fiori di acido
aria di metano,
ogni molecola del mondo pulsa al ritmo del mio vagito
si illumina e sparisce come una luna che trapassa il sole
come fronde di alberi secchi
che sfidano strisce di nubi basse nel cielo.

L’acqua che suona il tempo mi purifica
e mi sveglia,
lentamente separo coppie di palpebre socchiuse
e lascio filtrare stracci di questo sole, di questo mondo
che profuma della tua assenza,
che sembra così vuoto
senza la tua pioggia che si riempie nella mia forma
senza la tua schiena modellata dal mio addome
senza il piumone sotto cui dormiamo,
dove tutti quei mondi sognati
odorano la tua pelle e la stoffa del cuscino,
le pareti bianche della tua stanza
e i fiori secchi nel tuo vaso,
tutte le rughe di queste mattonelline



In questo sole di stelle dormienti
ogni fiore mi guarda coi petali del tuo viso,
e sospira le mie guance
con guanti di cristallo.

La corteccia degli alberi suona come la tua pelle,
e i rami, e le foglie
sembrano le tue mani a sfiorare il mio viso.

Ogni angolo del mondo
contiene un tuo ricordo,
che nel marasma dei pensieri
scalda ancora ogni goccia di questo sangue,
che nell’eterno ripetersi del tempo
mi porta a visitare sempre le stesse emozioni
le stesse parole
le stesse canzoni…

E tu,
sasso delle onde del mio stagno,
cosa fai in questo preciso momento
in cui la mia penna morsicata
disegna i tuoi capelli nel vento?

Vorrei stendermi adesso con te
su di un campo di foglie d’autunno
bagnato dal sole,
ed essere ogni singola nervatura
che gratta il tuo biancastro pallore,
l’intero tappeto scrocchiante sotto di te,
che muore
che con quel suono penetrante
dà linfa nuova al tempo che verrà,
sostiene l’infinito di tutte quelle possibilità
collassate l’una sull’altra e con loro tutti mondi
tutte le vite che ho finora solo sognato



L’acre odore di un peccato imperdonabile
mi sale nei polmoni,
un respiro alla volta,
sempre più soffocato.

Mille immagini del tuo volto di rugiada
si mescolano nel torrente
che penetra la mia mente…

Sei la splendida mora
danzante in quel locale di squame,
che nel suo vestito corto
e negli stivali scuri come la criniera dei suoi capelli
veniva a cercarmi al bagno,
perché 5 minuti era troppo tempo
senza un abbraccio, un bacio
senza le mia mani che assaggiano la tua pelle,
senza i tuoi occhi di ragazza cotta e innamorata
che mi guardava come se il mondo avesse una nuova luce,
come se fosse un po’ meno sola
su questa distesa di sabbia salata.

Sbatto palpebre che non ho
e sono su una di quelle mille solite panchine,
te di fianco a me
svuotata
svilita nei tuoi occhi spenti
che tristi fissano la pioggia dei miei;
le nostre ultime parole,
l’ultima occasione di parlarsi e sentire qualcosa.

Nelle mie lacrime acide
trovo il feticismo del disperare,
godere di essere ancora in grado di sentire,
di poter piangere per il suono di una poesia,
tradita nel senso
da ogni mia singola azione



Lasciati cullare in questo mare di chissà cosa,
lascia che ogni parola
si amalgami alla tua pelle prima che l’alba giunga,
prima che la vita schiacci la polvere di quei sentimenti,
prima che tu ti dimentichi di me,
della mia voce
del mio guardarti
del mio sognarti in ogni ruga del tempo.

La notte scura si sveglia di un blu tenace
e le stelle si spengono come lucciole morenti,
l’erba respira bagnata il giorno che nasce
la notte che muore

Gusto (le gambe, il seno, i miei morsi)



Passai a prenderti e montasti in auto,
frizzante di fascino e beltà
fasciata nel tuo vestito corto che adoro,
nella trama della tua voluttà
che dalla stoffa si slacciava in fili invisibili,
che ghermivano ogni mio fascio,
ogni mia vena che pulsava rossa dentro la mia carne.

Guidai verso Pisa,
sentendo in fondo alla gola
il lago caldo della tua pelle nascosta,
che così vicina a me
riposava nei tuoi gesti sciolti,
nelle mie ossa bianche
che custodivano il bruciore
del midollo sciolto nel fuoco.

Camminammo per le viuzze strette della città,
raggiungemmo la piazza dove c’è quel cinema
ed entrammo nel locale
passando dal bancone per ordinare;
voltando poi a destra
e subito a sinistra.

I piedi del tavolo
non riuscivano a sostenere
l’ammasso di sogni sporchi e dolci,
di godimento fisico e spirituale
che le tue curve e la tua bocca
esplodevano in me senza sosta.

Vicino a quel pianoforte m’invitasti a sbirciare sotto al tavolo,
e come serpente incantatore
danzasti accattivante avanti a me
le tue cosce lisciate dalle calze sottili
e il bordo della pelle del tuo corpo,
così atrocemente invitante
che avrei voluto inginocchiarmi,
e gustare con la lingua e con i denti
quel lembo d’avorio
che scalda il mio sangue.

Rapito in ogni nervo dalla tua incendiaria figura
immaginavo i morsi sulla tua schiena,
di te prona in avanti
e di me avvinghiato ai tuoi seni,
a godere del tuo stesso piacere
a leccare ogni goccia del tuo sudore.

I cocktail scendevano nei bicchieri in un roboante vortice di colori,
che scivolavano sui monti e sulle valli
che dipingevo sotto al tuo vestito,
velo accecante
che impediva alla mia vista
di nutrire la mia eccitazione,
di imboccare la scimmia pelosa
agitata dentro di me.

Un vicolo buio dietro una facoltà
che conduceva al prato nero della notte,
ardente in fiore fra le tue gambe
distese aperte sul sedile.

Nel silenzio dell’oscurità
con fermezza come di saetta nel cielo
tengo fra dita e lingua
il tizzone incendiato del tuo piacere,
pesca succosa
lucertola mai sazia.
Ci spostiamo sul sedile posteriore
e avvolgo le tue forme
come un mantello di seta
che si adagia ai tuoi fianchi,
lungo la schiena,
intorno al culo.
Sento scivolare le mani sul tuo corpo bagnato,
umido di ogni nostro liquido sudato,
mentre tu danzi sul mio solo albero del bosco,
mentre il nostro ansimare
sembra lo stesso soltanto.
Sento sgocciolare il tuo diletto
come cera d’api sul mio bacino,
e le mie mani si fanno colla lungo le colline del tuo fiore,
sulle tue cosce arrossate dalla mia presa,
sul tuo culo martoriato dai miei palmi e dalle unghie.
Scivolo sul tuo collo con la lingua
fino a incrociare il lobo del tuo orecchio
che dolce addento
pizzicandoti dritto fino nel cervello.
I nostri corpi danzano al ritmo dei miei colpi,
e le nostre mani
esplorano ogni anfratto
nel buio del sole,
disposti a svelarsi solo in notti come questa,
dove quelle luci lontane
mi lasciano per un poco andare,
libero di sentire tutta la terra sotto ai piedi,
l’aria riscaldata del tuo fiato
che fluisce nei polmoni,
la mia pelle in questo spazio
che si sfiora con la tua;
una notte
dove finalmente
riesco a perdermi nel tuo sguardo,
dove riesco a lambire il tuo mondo
con la punta delle dita,
con i miei occhi lucidi
che annegano nei tuoi.
Su quel sedile nel buio di noi due soltanto
inarchi la tua schiena pronunciata,
riversi il tuo godere nella mia testa
mentre la fronte struscia sulla tua,
bagnata della lucida bramosia
di dare a te
tutto quanto il mio piacere.
Ti guardo fino dentro e ti chiedo,
tu ti alzi di risposta
e ti sposti al mio fianco come giraffa al fiume,
chinata su di me
per bere ogni goccia del mio seme,
per stare poi in silenzio
scivolando l’uno sopra l’altro,
come montagne grigiognole al mattino
sull’azzurro tenue del cielo,
appena riemerso
dal sonno della notte.

Dal calore che emani nell’aria
intravedo la risposta
ad ogni mio stupido terrore,
sdraiati insieme nell’ombra che ci rasserena,
silenziosi senza neppure parlare,
sorridendoci appena,
passandoci le mani sulle gote rosse,
lasciando che tutta la Natura si addormenti insieme a noi,
cullati nel suo grembo di madre,
tra il fischio delle cicale
e le fronde degli alberi smosse dal vento



In quei momenti in cui eri lontana
mi attiravi come il sole i suoi pianeti,
in una fisica al contrario
dove la distanza strappa lembi di carne,
e solo allora potevo con sforzo
spingermi fuori
varcare i miei confini,
avvicinarmi da dentro
al bordo della mia stessa pelle,
così vicino alla superficie
da sentire l’aria tremare.

Con gesto oblungo della mano dentro la mia stessa mano,
riuscivo a porgerti finalmente quella carezza,
che fra le dita mi scivolava via,
che sul fondo di quella gabbia si agitava spasmodica nel vuoto,
cercando senza speranza
la pelle, il calore del tuo corpo



L’acqua bivacca fra scogli tersi, inondati dai fiotti della mia fantasia,
sovrastata dalla notte mia insieme a te,
e in una presa in giro dello spazio e del tempo
vivo ricordi andati, già vissuti e trapassati
come fossero i sogni più reali del mondo che vivo,
e intreccio i miei baci con i tuoi
fra goccioline d’acqua sospese nell’aria,
su quel teatro del mare a scacchiera
che profuma come le tue labbra,
la tua lingua che si annoda alla mia,
la notte che ci addormenta insieme.

Un infinito orizzonte di spuma bianca
si prostra avanti a noi,
e in questa notte
densa come la pece
i tuoi occhi sfuggono verso quel confine senza limite,
dove ancora ti inseguo
dove ancora solletico la mia mente sognante,
dove sento il tuo aroma
che si arpiona ai miei capelli agitati
che rimbombano come il mare.

Vorrei essere l’acqua che bagna la tua pelle,
le gobbe bianche di nuvole vaporose
che fluiscono su di te senza ferire,
i riflessi di luce
sulle loro concavità.

Vorrei essere l’orchidea di un nuovo vecchio amore,
carico di odori come la pelle del tuo collo al mattino,
perfetta per i miei baci soffusi,
caldi come il forno del panettiere nel buio della notte,
incisivi come chiodi ghiacciati nel mio cuore.

Tutto lo spazio intorno a noi
è irraggiato dalle tue dolci curve,
me compreso,
che senza accorgermene
mi fanno scivolare sotto la tua epidermide slavata
pura come una pioggia di stelle,
in quel nido tanto amato
che senza forze non ho mai curato,
che adesso che respiro
rimpiango ogni secondo che vivo



E ora la notte
mi ricorda di quella notte,
dei tuoi occhi
che plasmavano il mio piacere,
il mio godere di averti lì con me,
così vicina
da non capire dove finisse il mio sangue
e cominciasse il tuo corpo.

Piccola stella,
dolce pensiero di questa notte
come mille altre,
guardo il cielo
e mi sembra di trovarti ancora
nella trama di questa mia realtà,
nei tramonti rossi e arancio che vorrei convivere con te,
per guardarti e sorridere appena,
starti vicino e alleviare ogni tuo dolore.

Guardo il gatto nero dipinto sulla tazza,
e immagino il pacchetto
i suoi fiocchi colorati,
i tuoi occhi accesi che mi porgono quel dono…
e sento come morirmi dentro
quando penso che è la cosa più concreta
che mi resta di te,
che ogni mattina mi guarda
ripiena del suo caffè.

Guardo dentro la mia moltitudine,
e ognuno di loro
ricorda una tua diversa sfaccettatura.
Nella notte manchi a tutti noi,
a me che dipingo sul fiume i miei colori
e a loro ammassati,
che tutti insieme
scriviamo di te,
lucciola d’ogni mio pensiero



Luce e assenza di luce si presero per mano
davanti alla mia finestra,
e sul cielo primordiale
di cui nulla si può dire
presi a ricamare queste parole,
che la notte nei sogni ritornano
che ogni notte mi impediscono di perderti

Overture



Con lo sguardo sperso nel tutto
mi lascio cullare dagli spifferi della fontana,
cinque fiotti che scrosciando mi addormentano,
che mi allineano all’erba che respira,
all’acqua che fluisce,
alla terra che mi nutre,
al sole che tramonta nei miei occhi spenti.

Il vento si agita e danza i
miei capelli al
ritmo del suo respiro,
lo sciabordare di quel mare
mi fa sciogliere come foglia di seta
sull’abisso del mio sentire,
fa svanire ogni confine,
e come spirito libero di scegliere i miei sensi
mi inoltro
sprofondo nel buio di quella voragine,
e negli occhi al cielo
cerco sempre i tuoi,
i loro riflessi bruni
come nocciole in questa notte
che mi strascica sul tempo,
che mi prende e mi abbandona al mio navigare.

Il ripetersi del suono dell’acqua che scorre
altera in assurde deformazioni ciò che sento,
mi annega nella prontezza dei sensi
e fa di me comandante ubriaco
del mio vascello addormentato,
della mia mente che sbanda oscenamente,
del mio ricordo che si fa presente, tempo corrente
che discioglie lacrime sui miei occhi,
sui colori sbiaditi del mio poter immaginare,
sull’infinita nostalgia che mangia la mia carne,
sul pensiero di tutto il tempo andato
di tutto il tempo sprecato.

Così quello che resta da fare
è lasciarsi andare
come foglie nell’autunno del mio piacere,
del mio triste ricordare.
Con fermezza di statua greca,
senza pudicizia alcuna,
lascio che tutto si riversi dentro me,
così ch’io possa fare miei
ogni angolo e ogni spiffero che ho solcato,
tutto il tempo e tutto il mondo che mi parla di te,
che ho vissuto insieme a te.

La notte dorme e accoglie il mio cuore,
sacrifico a lei
ogni striscia delle mie carni mortali,
ogni zampillo del sangue che ha fatto incendiare,
tutto quello che nei suoi versi mi ha donato,
e a lei mi immolo,
per rinnegare ogni briciola di terrore
di paura
che ha ammarcito la mia poesia,
distorto ogni mia sensazione.

Sento la volta di tutte le stelle che mi chiama,
che mi trascina per i fili dei miei sensi,
e io mi lascio smembrare in cinque parti
per sentire attraverso ogni anfratto,
ogni ruga rivangata dalla nostalgia,
ogni solco inciso dalla tua assenza.

Notte,
sono tuo
e tu sei mia,
fai delle tue stelle la mia pelle
della tua fine la mia speranza;
disgregami Natura
disgregami,
fa di me ciò che vuoi,
lasciami abbandonare nel senso dei miei sogni,
nel senso dei miei sensi
che come un filtro malato
sviliva la mia vera realtà,
che a malapena sentivo
sulla punta delle dita,
che possono toccare tutto
tranne loro stesse.

L’anfiteatro del cielo
apre le sue porte di fili d’oro,
il tessuto stellare che dall’alto guarda la mia via.
E ora in questo universo sterminato
i colori scivolano sui suoni
gli odori mi scendono nella gola,
e io
vagabondo del cosmo
immerso in questo infinito silenzio
sento la mia voce nei caratteri recisi,
impressi in questa profondissima quiete
dove senza resistenza
mi lascio annegare.



Mi volto e vedo te,
splendida come sei;
illuminata dai
raggi del sole
pari ancor più bella,
e di te
resto folgorato.

E poi mi perdo nel tuo sguardo
nei tuoi lucenti occhi
nel tuo sorriso,
quel sorriso che
mi ha fatto
innamorare.

Poi un battito diverso,
rapito dalla tua grazia
tocco il tuo cuore;
come in un libro
voglio scrivervi
le parole più dolci,

e poi il silenzio
e poi l’amore



Scrivo molto di te in questi giorni,
queste notti, queste mattine in ufficio
quando mi trovo ancora assonnato alla scrivania,
con la mente che recupera il passato onirico
della notte appena conclusa,
quella in cui
come ora
non faccio che ripensare a quando
come bruco
percorrevo lo stelo
della tua candida pelle,
e risalivo come rampicante
lungo fiumi di miele sfuso,
e infine giungevo alla rosa
delle tue labbra,
ai fiori che cingevano i tuoi occhi,
che come spine amiche
serbavano il diamante prezioso
del tuo amore, solo per me.

Il piumone mi coccola sommerso nel calore,
ed è come odorasse ancora di te,
che fino a ieri eri qui,
e rivedo tutte quelle volte
in cui hai sofferto per me,
in cui ti ho lasciata soffrire…
come dovessi mascherare il mio amore,
come fosse male
stare bene veramente.

Nella notte penso a quando
sembravo non volerti,
come volessi tenerti lontana da me,
lontana dal mio sentire…
e tutto quello che posso fare
è scrivere,
scrivere di te,
baciarti attraverso questo verso
che ho appena sognato per te,
come disperato Romeo
che vorrebbe solo vederti ancora,
respirare dai tuoi occhi
tutto l’amore
che ancora sento per te.

Ora piango in questo letto,
nel suo tiepido tepore di  un corpo solo,
e bacio la tua bocca
come fosse la notte stessa
a farsi luce
nel cono d’ombra di questo tempo
che non passa più,
quando il sole dorme
e come lui chiudo gli occhi,
quando sogno di sognare
come fossi tu a sognare
e io ad essere sognato.

Solo sul fondo della notte
non faccio che pensare a te,
a scrivere e scrivere,
come potessi passeggiare
avanti e indietro in questo tempo,
guardando,
cercando i tuoi occhi come tu fossi il sole,
ed io triste
e solitario fiore



La pallina di un cane rotola su foglie secche
sulle mattonelline rosse del parco,
e lui le corre dietro,
corre come un pazzo e la
insegue a destra e a sinistra,
e io che lo osservo
come lui inizio a sperdermi qua e là
a scavare a fondo nel tempo passato,
nei ricordi che affollano le mie pupille,
che come un universo ancora in vita
si riversano nella mia nostalgia,
che mi brucia dentro come fossi spellato
e immerso in un lago di sale,
come provassi tutto per balzare in quella realtà
in cui ancora ci sei te,
in cui la notte facciamo l’amore sotto le stelle,
in cui la notte ti adagi su di me
come fossi la cura per ogni tua malattia,
come fossi tu il sole
ed io il fiore,
che con lo sguardo ti segue lungo il giorno
che col cuore ti pensa quando luce non c’è più,
quando le stelle brillano
e il tuo ricordo
divampa
nei miei occhi verdi



La calca della metro
mi tiene fermo immobile,
mentre questi vagoni
ondeggiano veloci,
come ogni santo e orribile
giorno lavorativo.

La giacca e la cravatta mi opprimono,
come anche la bolgia di corpi sudati
e già maleodoranti
di prima mattina.

Nel profondo di quella ressa
scorgo però la tua chioma rossa
e spumosa, morbida.
Mi sperdo un po’ nel sobbalzare
delle tue ciocche curve e pronunciate.
Le fermate scorrono veloci,
come i miei occhi,
sui tuoi vestiti fini
e sul tuo corpo ardente
e caldo.

Sei lo svago mentale
di questa grigia e identica mattina,
la pastina colorata
nel mio insipido brodo primordiale.

Fermata Bogatell,
rassetti le tue cose e scendi via,
a due passi dal Paradiso,
da cui torno speziato e affamato
per tre sere almeno ogni settimana.
Non ci sei più,
e scende il grigio
su questo carico di bestiame
tutto uguale,
che sonnecchia e sbraita,
che fissa il vuoto e tutto il mondo,
che si è perso
la fugace
bellezza
dei tuoi occhi verdi
e speranzosi



Odoro l’aria
rarefatta
e nebulosa
intorno a me.
Sento tutte
le goccioline
d’umido
nell’aria,
le sento
nel naso
e nelle orecchie,
e un soffio caldo,
caldo
come lo sbuffo
di un dio
splendido
e crudele.

La tua pelle
odora la mia,
sempre
nello stesso modo,
come un momento
cristallizzato
eterno.

Un piccolo
puntino
lucente
e lontano,
in perenne moto,
spersa
nel passato presente
dei ricordi miei,
chiari
e spaventosi



Potessi stendermi ancora
su morbidi velluti
d’erba verde,
e contemplare campi
interi e sterminati
di biondi boccioli
di tulipani.

Vorrei carezzare
i tuoi petali umidi
uno ad uno,
e trovare l’abisso
profondo
del desiderio
senza freni
e neppure pensieri,
svegliarmi e ricordare
l’odore caldo
della tua pelle chiara.

Potessi averti qui,
dolce pensiero
di questa notte
come mille altre,
mordere piano le tue labbra
e far tesoro
dei tuoi silenzi
e dei tuoi occhi,
che parlano e inchiodano,
e verdi
come la rugiada fredda del mattino,
come il riflesso del tuo ardore,
che scalda e rincuora,
ma dilania
e incatena cuori
su per ricurvi fili d’oro
e di spine,
che tagliano,
estirpano ragione
e passione,
nutrono di sangue
la gola aspra
la carne
e il dolore



La camera rimbomba
di un silenzio grigio scuro,
tono su tono,
rugoso come sinapsi tumefatte.
Sono solo come passeggiassi
per campi polverosi
cotti dal Sole,
dalla luce che tutto corrode,
che si scioglie sulla mia
epidermide sbiancata.
Il letto sembra sprofondare
in una voragine vuota
di mille lanterne pensanti,
e ogni pensiero prende vita
come operose formiche abnormi,
che trangugiano
la mia pelle
e le mie ossa.
Annego nel fumo che
annebbia ogni angolo
dell’abitacolo,
sostengo una penna arrugginita,
il suo rigare a morte pagine
intonse e pure,
sotto a un cielo plumbeo
di polverosi odori caldi.
Il tempo si ramifica in sottili steli scuri,
solidifica specchiante come una
sfera di mercurio, che riflette pallida
il senso lontano di stelle già morte,
che sfugge alle cose
e alle mie mani morsicate.
Chiudo gli occhi e sento il vento
scalciare fuori dalla finestra,
sbraita e graffia come una bestia
inerte a morire.
Poggio la testa sul cuscino,
nel buio scuro di luci senza lampadine,
di lampioni senza ubriachi cadenti.
Quante lacrime vengono versate
ogni notte su lenzuola di stanzette
buie e strette?
Su pagine di segni umani,
negli sconfinati spazi fra le righe,
fra case sparse nella natura disumana,
colline ondulate verdi fuori dalle finestre,
puntellate a morte
da città
e ponti
e strade,
sotto sguardi fissi e prolungati in lontananza,
corpi annichiliti e sovrastati,
accovacciati fuori casa
coi piedi fra fili verdi di campi abbandonati,
che stordiscono i miei sensi
in un sogno tremolante



Scivolo come una goccia lungo un fiume,
giù fino al mare.
L’acqua tiepida d’un mezzogiorno dei Caraibi
socchiude i miei occhi di vapore,
mentre volo alto
e atterro in una nuova realtà.
Un velo grigio rende fioca la luce
di immagini mortali,
sfuocati ricordi su queste stelle lontane.
Piove, e atterriamo tutti insieme
su di un manto di fili verdi,
folto come la criniera d’un gatto arrotolato.
Affoghiamo in un fango arancio scuro,
coperti di cenere mortificata dalla vita.
Mezzogiorno,
sulla sponda del fiume,
bevo acqua corrosa
e smaltisco le parole della sera passata.
Le case che puntellano l’orizzonte
mi ricordano di giorni che non sono miei,
e il fiume azzurro, come un cavo teso,
sostiene il peso della nostra lontananza.
Il tempo reclama le sue morti
come un desiderio inesauribile,
mentre io respiro,
mentre noi e tutta la natura silenziosa respiriamo,
mentre ogni pezzetto reclama cieco
attimi d’assurda e sorda ostinazione



Sono i miei respiri profondi,
i miei occhi spenti,
e il mio spirito abbattuto.
Errante come un cavaliere
senza meta alcuna.
Nudo e spoglio d’ogni morale
che dici normale,
solco a passi svelti
il corso del tempo,
e come polvere
vengo sospinto via.
Vago per cieli stellati,
e notti buie
e cupe.
Ardo,
d’elio incandescente
ed idealismi infranti,
scaglio le mie parole
come dardi infuocati,
fuochi di una vita nuova,
di una morale animale.
Vivo,
e brucio
come un mucchio di tabacco,
come sospiri
che meritano di morire.
Sono il mio tempo
e le mie notti inquiete,
sono il caos
che mi agita dentro



Guardo un braccialetto
che porto al polso,
le sue pallette colorate
nere verdi gialle e rosse,
mi ricorda di un americano,
del venditore africano,
degli occhi chiari
di quella bionda ubriaca,
del suo vestito scuro
e del suo seno arido come
secchi rami d’autunno.
Beveva allegra,
sentivo il suo odore
come nettare giallastro
che colava lungo pareti sciolte,
lo sentivo come in un sogno già sognato,
come un soffio caldo in un ventre bucato.
Scolavamo Tequila,
in un deserto di sale aspro come
un eterno ricordo che strizza
i miei nervi irrazionali.
Ero il cubetto di ghiaccio
su di un’isola lunga e sfusa,
la sua pelle sfuocata,
calda come una lingua di lava,
come un inferno di silice
che si squarcia e si ricuce.
Il suo respiro vibrava vivo,
mentre ombre sfumate svettavano sul profilo
zigrinato di montagne immortali,
in un istante vuoto come il pensiero
di un omuncolo sopito,
come una sveglia sgualcita
che logora membra fumanti,
come una mediocre formica
senza briciole da trasportare.
Luci luccicanti e colorate si spargevano
nei bicchieri, nelle lenti sobbalzanti
di granelli spersi senza un
solco da seguire.
Un abisso nero danzava smemorato
sotto ai nostri piedi scalzi,
sporchi di un bosco inerte e incurante
come la natura,
come il ticchettare piano
di foglie e gocciole dimenticate.
Il tempo di un sorso,
il tempo che sfugge via,
percorriamo stelle ed infiniti vuoti
come un compasso
stracci di parole svanite,
come un viandante ubriaco
l’estate notturna e solitaria,
come vecchie morali esplose
in supernovae cariche d’illusione



Le onde lente del fiume
sono come ferme,
mentre da seduto su un muretto
corro tra stelle e vuoti cosmici,
fra le pieghe del tempo
di noi che siamo,
e come in un fuoco ardente
ricordiamo ancora ciò che è stato,
mentre con una capriola
ingoiamo i nostri stessi respiri.
Viaggio forse in una mente altrui,
un volo pindarico in
un futuro congetturale,
in un cielo di terabyte di
una mente che non è la mia?
Come una baco che
silenzioso tesse la sua tela
osservo la natura inerme che
vive sotto ai piedi miei,
mentre mi specchio negli occhi di
chissà quale Dio.
Corro in una realtà che non è la mia,
e ricordo di cose forse solo sognate,
che torturano le mie sinapsi.
Penso e forse sono,
come una fulminante luce
di un braciere d’erba calda,
come la foschia velata
della città che dorme,
come l’ennesimo sospiro che
a poco
a poco
si spense lentamente



La luce gialla del lampione
si staglia sul palazzo di fronte,
giallo pure lui,
ed illumina la facciata
di uno strano arancione.
I termosifoni scrocchiano calore,
mi rigiro sotto il piumone
e stiro il collo sul cuscino,
è notte fonda,
e vedo il pasticcere,
aldilà della finestra,
che si prepara per uscire,
per dar sfoggio di produttività.

Dai vetri passa un filo di luce,
che si staglia su una bottiglia di vetro,
prisma focale della mia attenzione più pura,
che rifrange quel bagliore speranzoso,
lucente,
ma solo in modo
incosciente.
Stendo una mano lungo il letto,
verso sinistra,
e sento una pancia calda
e delle zampe pelose,
mi rimetto a dormire
e lo lascio ronfolare



Si annebbiano i ricordi
e il pensiero di quello che fu,
ora che fini goccioline d’acqua
tratteggiano il tuo volto
bagnato e puro.
Guardo i tuoi occhi e vedo riflesse
le mie paure,
la mia inquieta visione del mondo là fuori.
Mangia il tuo corpo,
l’acqua che cade piano e fitta,
mangia il tempo e i tuoi respiri:
divorato e inutile
come l’ennesima spora
dispersa dal vento



Socchiudo gli occhi
come fossero palpebre addormentate,
sono solo le mie lacrime, i sogni infranti.
Conto le luci che puntellano
il molo, che si stende lungo il mare,
e le onde scrosciano sulla riva
come le parole di una poesia sopraffina.
Il loro suono addormenta
le fasce di colore
che pitturano il cielo
di questo scoglio
in alto mare,
che rotea impazzito
come i pensieri che sorgono
dal mio cuore, di rosa e di sogno.

Sento come dover sentire il suo odore,
passare una mano lungo il suo corpo,
guardarla,
guardarla



Conto i passi
e i pianti lontani,
ovattati dalla mia
pelle, morbida
d’indifferenza
e desideri solo miei.

Conto le grida
e le domande,
le conto,
e sono già finite,
misero ricordo
d’un illusorio
bagliore spento e cupo.

Sono l’animale che
studia le sue
stesse parole,
una scimmia spelata,
e assetata di mele rosse,
del loro succo
zuccherino e conturbante,
piacente e stimolante.

Sento i battiti miei
e di quel gatto
stanco e affossato,
che riposa e dorme.
La stessa identica natura
risuona cadenzata
dalle medesime corde,
dure e spesse e tese.

So che sono e non sarò,
che vivo e non vivrò,
sepolto dal tempo
e dalla cappa d’asfissianti
altrui sospiri.
Mentre quella coltre,
morbida e pelosa,
profuma d’irrealizzabile
e sconfinato sentimento.

Solo io so, dell’esiguo
squarcio tutto mio,
per ballare e recitare,
cantar d’amore e solo sognare.
Vivo le mie turbe e tutte le fobie,
straccio e brucio
questa terra sacra
e soltanto mia



Senti come scroscia il mare,
il vento è freddo e le onde
si infrangono su scogli
tersi e profumati,
respiri l’aria
che intirizzisce i tuoi polmoni,
mentre ti prendo
e ti stringo,
su una nebbiolina
gialla e opaca,
lampioni spersi
dietro le tue ciocche
danzanti.

Siamo soli
sotto questo cielo scuro,
limpido e gelido
come l’abisso
fondo
fondo
dei tuoi occhi verdi
e seducenti.

Sbuffa e rimbomba
il mare,
solo guardiano
di questa notte
di luci spente,
le mie mani sfiorano il tuo viso
morbido di velluto blu,
una spuma chiara che
distende le mie rughe sognanti.

Siamo soli
soli come nessun altro,
siamo soli
ed è tutto ciò che siamo.
Stringo forte un tuo labbro
rosso e velenoso,
ti guardo e il tempo è ghiaccio immobile,
una patina rugosa e corrosa,
le tue pupille dilatate
annebbiano i pensieri,
e spronano i piaceri
del tuo ventre caldo
e desideroso.

Sei l’amplesso sul sedile,
sei il silenzio in riva al mare,
là dove si scagliano bianche
e forti le onde di questo
lago nero,
e il cielo tonante
sopra le nostre teste.

Il tempo si ferma
e riprende piano
a passi circolari.
Sbuffi del fumo
che vela a poco a poco
il tuo beffardo sorriso,
poi il tuo sguardo s’oscura
e io annego,
annego
ansimante
in un mare
di luce