F.112

 

Sulle scogliere



Una corposa goccia, scoppia
D’improvviso in quella parte di
Corpo ove si è più vulnerabili
Alle sensazioni esogene, tra il
Collo e la schiena, prorompendo
In un brivido di inquieto risveglio.
A seguire, altre gocce, interrotte
Da singhiozzi cadenzati. Mi accorgo
Che non è il cielo a donarmi tale
Stillicidio, ma i tuoi occhi, posati
Come farfalle sulle mie spalle e
Come loro, destinati a perire troppo presto.
Avevamo compreso l’abissale differenza
Tra il vivere ed il rifugiarsi in una persona.
Il tutto, a scapito di noi.
Guardo davanti a me.
Come Soren,
Mi appresto già a fumare il ricordo
Di quel Futuro che mai carezzeremo.
Tu, lascia che io vada, non potendo
Fermarmi ove vorrei, soffiami come
Vento che con dirompente tenuità,
Spira e forse, anche se non torna,
Resta



Nella bruma boschiva, ho perduto la strada,
Assalito dalle mostruosità che si celano
Dietro la notte e le cicatrici che si riaprono al Passaggio tra gli alberi scuri che incontro
Sul mio cammino.
Non il dolore nel vedere stillare le nuove gocce Dalle vecchie ferite, ma solo estraniamento
Che non reca quiete, ma che ti graffia nei tuoi meravigliosi abbracci.
Non hai paura delle mie tenebre, hai colto
“Pendii di rose sotto i miei cipressi”, e pian
Piano ridesti l’abbandono al quel sentimento
Senza pari nel nostro autentico viverci.
Mi rammenti che nel bosco, la vita è sospiro.
Trattenere il respiro perché il cuore batte
Con la frenesia di un battito d’ali e non perché
Oppresso da un fragore d’ossa.
E così, balzare e vincere la vita insieme.



Il rollio delle mie viscere in corpo,
Si straziano, contorte dalla rabbia,
Dal dolore e dai perché, balbettano
Le meningi, mentre il cuore fa foschi
Pensieri di addii e viaggi montani.
E quanto instradato?
A puttane ogni via, voglio solo
Il buio di una stanza, da tetro adolescente
Che troppo maturo vive ora la gioventù.
Basta, basta malanni e malattie, uscirò
E come sempre griderò tra i vetri rotti
Che mi riempiono la bocca, la meraviglia
Del vino misto al sangue mio che desiro
Altrui,
dell’ingiusto,
del vile che si fa forte coi deboli,
del meschino che rende infimo
Il quotidiano,
di chi schiaccia senza coscienza
L’altrui vita,
VITA,
in un fascio di muscoli, pensieri e corde cardiache che chiudono l’anima.
Eppure,
E pure,
Questo è un altro vaneggiamento di chi
È più pazzo dei pazzi per non fare quanto
Desiderato, perché in fin dei conti,
la grigia
Realtà
è che siamo tutti simili.
Tutti normali.

La società declina, per fortuna c’è inflazione di Peroni





E se anche gli occhi, potessero
Essere lo specchio della tua Anima,
A me poco importerebbe.
Le tue labbra, mi bastano
Quale lunare richiamo alla tua
Essenza Divina.



Alla modernità ed ai suoi disvalori
Rispondo: “come se fosse antani!”



Sarebbe così intenso vivere di soli inizi,
Di quell’ebrezza estatica che l’estetica
Di un incontro ci pone in soggettiva beltà.
Irreale è l’idea frutto della modernità.
Si vivesse, allora, solo di parole non proferite!
Allora i nostri sguardi, l’incontro di due guance
Alla ricerca della labbra, avrebbero espresso
Quanta basta per fissare l’attimo.
Avrei voluto non portare i fardelli che
L’anelito d’amore scuote e solleva in te.
Avrei voluto che avessi scelto me e non
Il fascino della mia amarezza ed i tuoi
Dubbi che ti han portata a vivere lontana.
Sperare e non saper rinunciare, in un silenzio
Che è anelito di vita, anche se per poco,
Anche se in quel breve, vi era compimento.
Non riesco a fingere, figurarsi a esprimere
La noncuranza, figlia della mancanza.
Non credo nella mia indifferenza.
Con qualche attimo in più, credo, ti avrei
convinta a venire via con me.
Per dove?
Che importa?
Là dove sei,
Saremmo stati.
Altrove

SBORRA…



Sean



Fermarsi, mentre il tempo scorre
Tentare di cambiare quanto è stato
Osservare i ricordi,
Tastarne la consistenza
E sentirne il cupo aroma.
Tutto si annuvola,
Inizia a piovere,
Lievi gocce coprono
Ogni foglio, ogni quadro
Che scorre lento
Trascinato dalla corrente.



Qui il vento reca piste di profumi che portano a te.
Solo in esso sapremo che le bufere dei nostri cuori,
saranno calme brezze che ci avvicineranno per sempre.

L’autunno delle anime



La luce del sole inizia ad accorciarsi
e le ombre si inceneriscono
col calare dei primi raggi.
Dovrebbero diradarsi, avvolgere i passanti,
in uno scioglimento simbiotico con la notte.
Anche loro, invece, rispondono al disgustoso
e crudele imperativo di ogni giorno.
Per questo si credono libere, mentre curve,
intessono i lacci della loro servitù.
Molte vie portano al mare, in una folla
briosa che si accalca alla mortificazione.
Una sola porta in cima ad una montagna,
tra silenzio, essenzialità ed occhi
che incrociano pochi altri simili.



Sii tempesta ed impeto, dinanzi al fragore della modernità che nel fremito convulso, ci rendi immobili. Urla, inginocchiati e rendi Lode.
Sii Vita!

Per Grazia Ricevuta



La mente decide, la realtà recide.
Disarmonia che anela, ma mentre spera,
troppo appare l’irreale.
Nel mio silenzio, anche il battito d’ali
d’un moscerino, percepisco. E mi nuoce,
come vacuo incontro giornaliero.
Chiudendo gli occhi, ascolto il richiamo
e rapito, mi alzo ad osservare quanto stupito,
per il troppo tempo ormai lontano,
avevo in me, totalmente sopito:
in un cielo scuro,
un desiderio morituro,
una moltitudo d’astri,
in cui sciolgo mortali nastri.
Un brivido di vento,
la vita in un momento.



Continua a celarti, o autentica vita.
Persisti nelle sferzate, quotidiano.
Fiumane di abbrutiti che mi sorpassano,
calpestano, insultano, obiettano.
Sempre più pesante mi appare
il conto che devo pagare.
Mentre si sommano i dolori ai peccati, Tu,
Dio, nasconditi pure, mentre ti giungono
solo urla e le mani sanguinano contro i
muri della dissoluzione.
Non tornerò indietro, ma, a testa bassa,
preferisco la decapitazione
all’intimistico annegamento.
Ascenderò, dovessi arrivarci senz’unghie.



Seguendo la Verità, la realtà mi è apparsa irreale.

Sii trasparenza dello Spirito, contro l’opacità del quotidiano





Credevo che il vino ed il gin
potessero farmi ardere tanto
da poter abbracciare questa vita.
Si sono mostrati solo modi meno
letali per provare dolore.
Meno, rispetto all’amore.
Il quotidiano ci abbatte, una
ineguagliabile sconfitta subita
senza coscienza, pari alla corrosione.
Quanta empietà nella quale non mi
arroco il privilegio di non farne parte.
Qualche volta ho anche sperato nel
domani e nell’animo umano.
Fortuna che la realtà torna sempre,
per quanto lunga sia l’ebbrezza.

Lode al grido inascoltato



Uscirò, un giorno, ed ascolterò
di nuovo il vento tra le fronde,
le parole che non vane, valgono
e nella polemica, realizzano.

La mia silenziosa tempesta
lascerà fertili speranze, perchè
ogni ultimo dolore, è sempre e solo
il penultimo ed ogni discesa,

Sarà ascesa.



Tra gelo nel cuore
e stanchezza degli occhi,
mi apparisti.
Fosti carezza che toglie
alla mano, il peso di carne.
Ci aprimmo al tempo che non scorre,
alla notte che non atterrisce,
alla vita che non ferisce.
Meraviglioso ossimoro che porta
al tuo lacerante dubbio.
Eppure, quale gioia quando
intrecciammo le nostre dita.
Vedesti due esseri uniti, non
dolorose e univoche visioni.
Il battito non inquieto,
spiegazioni non dovute
per inaspettata felicità.
Solo le tue labbra,
riflessi di luce,
attesa pungente,
in stati d’inquietudine.