F.112

 



Sii tempesta ed impeto, dinanzi al fragore della modernità che nel fremito convulso, ci rendi immobili. Urla, inginocchiati e rendi Lode.
Sii Vita!

Per Grazia Ricevuta



La mente decide, la realtà recide.
Disarmonia che anela, ma mentre spera,
troppo appare l’irreale.
Nel mio silenzio, anche il battito d’ali
d’un moscerino, percepisco. E mi nuoce,
come vacuo incontro giornaliero.
Chiudendo gli occhi, ascolto il richiamo
e rapito, mi alzo ad osservare quanto stupito,
per il troppo tempo ormai lontano,
avevo in me, totalmente sopito:
in un cielo scuro,
un desiderio morituro,
una moltitudo d’astri,
in cui sciolgo mortali nastri.
Un brivido di vento,
la vita in un momento.



Continua a celarti, o autentica vita.
Persisti nelle sferzate, quotidiano.
Fiumane di abbrutiti che mi sorpassano,
calpestano, insultano, obiettano.
Sempre più pesante mi appare
il conto che devo pagare.
Mentre si sommano i dolori ai peccati, Tu,
Dio, nasconditi pure, mentre ti giungono
solo urla e le mani sanguinano contro i
muri della dissoluzione.
Non tornerò indietro, ma, a testa bassa,
preferisco la decapitazione
all’intimistico annegamento.
Ascenderò, dovessi arrivarci senz’unghie.



Seguendo la Verità, la realtà mi è apparsa irreale.

Sii trasparenza dello Spirito, contro l’opacità del quotidiano





Credevo che il vino ed il gin
potessero farmi ardere tanto
da poter abbracciare questa vita.
Si sono mostrati solo modi meno
letali per provare dolore.
Meno, rispetto all’amore.
Il quotidiano ci abbatte, una
ineguagliabile sconfitta subita
senza coscienza, pari alla corrosione.
Quanta empietà nella quale non mi
arroco il privilegio di non farne parte.
Qualche volta ho anche sperato nel
domani e nell’animo umano.
Fortuna che la realtà torna sempre,
per quanto lunga sia l’ebbrezza.

Lode al grido inascoltato



Uscirò, un giorno, ed ascolterò
di nuovo il vento tra le fronde,
le parole che non vane, valgono
e nella polemica, realizzano.

La mia silenziosa tempesta
lascerà fertili speranze, perchè
ogni ultimo dolore, è sempre e solo
il penultimo ed ogni discesa,

Sarà ascesa.

Alla nona lettera dell’alfabeto



Tra gelo nel cuore
e stanchezza degli occhi,
mi apparisti.
Fosti carezza che toglie
alla mano, il peso di carne.
Ci aprimmo al tempo che non scorre,
alla notte che non atterrisce,
alla vita che non ferisce.
Meraviglioso ossimoro che porta
al tuo lacerante dubbio.
Eppure, quale gioia quando
intrecciammo le nostre dita.
Vedesti due esseri uniti, non
dolorose e univoche visioni.
Il battito non inquieto,
spiegazioni non dovute
per inaspettata felicità.
Solo le tue labbra,
riflessi di luce,
attesa pungente,
in stati d’inquietudine.