F.119

 

Al lettore disattento



Tra le pagine casualmente aperte
D’un mio cartaceo calvario
un lettore incontrò parole morte
d’un vezzoso gioco letterario.

“Retorica spicciola e runa scontata”,
disse il lettore dalla scarsa attenzione,
credendo che questa mia piccola poetata
avesse una qualche significazione.

“Non si ragiona d’amore e morte
in queste righe vuote e pacchiane,
son solo quartine di frasi fatte e rime storte
ch’amerebbero solo menti malsane”.

Ma messere, la vostra supponenza
mi duol dirlo, è fallace
che la quartina alla mia pazienza
non dà altro che pace.

Immagini rubate



Tu,
pachi i demoni del mio pensiero torto
Che sibilano e strillano e strepitano –
Vox clamantis in deserto –
A capofitto, nel vuoto precipitano
E si perdono nel nulla vano
Di un Inferno dal sapore Catoniano.

Tu,
Pachi la guerra che faccio a me stessa
Che la pace che cerco strenuamente
Sta nell’ immagine tua – riflessa
In un vetro – c’ ho rubato casualmente
nel silenzio che avvolge, immobile
Questo cartaceo Paradiso immutabile.

Alla mia mo.S.aicista



Mosaicista dallo sguardo severo,
Osservi con occhio critico le crepe dei miei affreschi.
Son tenuti male, mi rimproveri,
Abbandonati all’incuria, quasi nascosti da edera rossa d’autunno.
Grattati via con le unghie e coi denti,
Muri che sanguinano storie
Mai lette da nessuno.
Annuisco, stringendomi nelle spalle.
Non m’importa di quei muri crepati, ti dico,
degli scarabocchi ormai scoloriti:
son vestigia di templi abbandonati,
con preghiere incompiute ancora incastrate in vane speranze.

Leggo disappunto nei tuoi occhi,
il tuo giudizio e la tua pietà mi fanno voltare lo sguardo:
che colpa ne ho io, se non son portata per l’arte?
T’ho ammonita tante volte
che a portar luce nella mia ombra la fiamma avrebbe tremato fino a svanire:
ci son demoni che preferiscono guardarti in silenzio
mentre stucchi quegli affreschi corrosi.
Ma tu non ti scomponi:
continui il tuo lavoro di restauro,
interrompendoti solo ogni tanto per leggere una storia,
O per darmi dell’idiota.



Rilassato ritardo
Dei miei demoni che si fanno attendere,
O, che forse, si sono persi.

Aurora Borealis



Per le mie quiete notti senza Luna,

Tu sei

l’aurora che incendia i cieli.

XXIV Gennaio



Come Roma,
meraviglioso disastro,
mi riempi il cuore
d’Amore e bestemmie.

In un giorno di pioggia



Gocciola,
dalle grondaie sdrucciole,
il pensiero di te.

Il primo fiore di ciliegio



T’amo come s’amano alcune cose oscure:
al crepuscolo della ragione,
all’alba dei sensi.
T’amo come s’amano alcune cose vaghe:
il vento che piega le spighe,
sulla mia pelle il tuo tocco arcano.
T’amo come s’ ama il mare:
con l’impeto dei miei vent’anni,
col fulgore del Sole a picco sull’onda.

T’amo come s’ama una sola volta:
con la pazienza di chi aspetta
il primo fiore di ciliegio.